Praticare la Gratitudine migliora la tua Vita

Gratitudine

Praticare la gratitudine migliora la tua vita perché ti fa uscire da un punto di vista egocentrico (con le sue aspettative e pretese). Infatti, a ben vedere, ti puoi accorgere che tante cose utili e belle derivano dall’opera altrui. E tu, ne usufruisci, più o meno consapevolmente.

Un amico, in coda alla cassa di un supermercato, è rimasto colpito da un atto di gentilezza molto semplice: uno sconosciuto lo ha lasciato passare avanti perché aveva pochi prodotti rispetto a lui. Un gesto piccolo ma che ha lasciato un segno profondo, di gioia e gratitudine. Si badi, non tanto per superare rapidamente la coda bensì per scoprire come anche tra sconosciuti si può creare connessione profonda, armonica.

Infatti, in apparenza, la gratitudine sembra nascere dalla sensazione di essere in debito con un’altra persona che si è mostrata riguardosa nei tuoi confronti ma guardando più a fondo la realtà è un’altra: una maggiore consapevolezza della tua connessione con il tutto. Per questa ragione praticare la gratitudine migliora la tua vita: amplia le tue possibilità di felicità facendoti apprezzare le piccole cose.

Ma da dove trarre ispirazione?

Le ragioni per essere grato sono intorno a te!

Se ti stai chiedendo dove trovare spunto per essere grato, la risposta che ti darò ti sorprenderà! Tutto intorno a te diviene occasione di gratitudine. Ad esempio, l’orologio che porti al polso ti consente di essere puntuale e lo devi a coloro che lo hanno progettato, costruito, trasportato e venduto. Il parco dove vai a correre è mantenuto in buono stato da chi ci lavora ed i mezzi pubblici che usi sono in orario perché i conducenti si impegnano nel mantenere un certo standard di qualità del servizio.

Quando il tuo pensiero sosta su questi aspetti apparentemente banali, hai una piccola ma fondamentale illuminazione: siamo interconnessi! Ed è per questo che una delle pratiche più trasformative in cui puoi impegnarti è quella di coltivare la gratitudine.

Cosa fai, invece?

Ti Fissi su ciò che Non Va? Ti stai Fregando da solo!

Se capita anche a te, non sei solo, tranquillo! E’ ciò che fa la maggior parte delle persone. Sembriamo programmati per fissarci su ciò che dovrebbe essere e non è. Quante volte ti è capitato di sprofondare nella frustrazione o nella tristezza perché gli altri non hanno soddisfatto le tue aspettative? Questo atteggiamento, sebbene non vada rifiutato bensì osservato, alla lunga ha un limite: non farti vedere i doni che ricevi nel quotidiano perché sequestrato da emozioni e/o pensieri che ti relegano nel passato o ti proiettano nel futuro, privandoti di cogliere l’opportunità di essere felice

Per vedere quanto sei supportato dalla vita devi uscire dallo spazio ristretto del tuo Sé. Una volta che acquisisci un punto di vista più equilibrato della realtà, sei meno preoccupato per ciò che non soddisfa le tue aspettative e più presente a ciò che incontri durante il quotidiano.

Inoltre, vedendo quanto sei interdipendente con gli altri, cresci in generosità, desiderando in qualche modo di restituire quanto ricevuto. Praticare la gratitudine migliora la vita perché innesta una spirale virtuosa.

A cosa devi stare attento?

In questo “percorso ad ostacoli” occorre prestare molta attenzione.

  • Il primo impedimento è stato già anticipato nel primo paragrafo: l’incapacità di notare ciò che si ha guardandosi intorno. Ad esempio, avere una appartamento dove stare al caldo d’inverno, amici con cui condividere le vacanze, una famiglia su cui contare in momenti di difficoltà, eccetera. Quindi, la prima cosa che puoi fare è iniziare a prestare attenzione a ciò che hai! Ed è proprio qui che le aspettative possono mostrarsi insidiose. Ti aspetti che i tuoi cari siano sempre disponibili (e mai tu per loro), che gli amici ti organizzino le uscite, che in casa non ci siano mai contrattempi. Quando arrivi ad aspettarti qualcosa non presti attenzione: lo dai per certo e non dai valore.
  • Il secondo impedimento, è proprio dare tutto per scontato. La gratitudine può non emergere per il servizio eccellente ricevuto da un impiegato che risolve il tuo problema, dal momento che ritieni stia “facendo solo il suo dovere”. Indipendentemente dalle sue motivazioni, il fatto è che stai beneficiando del suo impegno e puoi notarlo e sottolinearlo con un’espressione di gratitudine.

Cosa puoi Fare?

Una pratica che può sostenerti nel coltivare la gratitudine ha origine nel paese del Sol Levante ed è conosciuta con il nome di Naikan che significa “guardarsi dentro“.

E’ un metodo strutturato che incoraggia l’indagine su te stesso e sul tuo rapporto con il mondo. Nella sua forma più profonda il Naikan viene praticato in centri specializzati dove, durante il giorno, rifletti sul tuo passato al fine di modificare il tuo futuro (guarda Come sapere quale azione intraprendere?). In genere, c’è una riflessione progressiva a cui dedichi 2 ore e mezzo partendo dalla nascita fino all’età di 6 anni; poi, con intervalli, per ogni tre anni di vita. Si conclude quando tutta la tua esistenza è stata esaminata rispetto ai genitori, fratelli, amici ed altri.

Il vantaggio che ti si offre è di guardare con onestà a come si è vissuta la propria vita. Inoltre, la pratica può portarti a comprendere che sei davvero ricco e profondamente supportato.

Come puoi fare?

E’ possibile che non ci sia un Centro vicino casa tua; in tal caso, ti propongo questa versione Naikan che ti prenderà 30 minuti del tuo tempo. Possibilmente, fallo a fine giornata. Siediti e porta l’attenzione al respiro per aiutarti a centrarti. Quando ti senti a tuo agio poniti queste 3 domande:

Cosa ho ricevuto oggi?

Sii specifico e rifletti su quante più cose ricordi. Ad esempio, il sorriso del tuo partner, il cinguettio di un uccello, il conducente che ti da la precedenza anche se non ce l’hai. Il sol fatto che tu abbia beneficiato da qualche azione è sufficiente per coltivare la gratitudine. Sospendi il giudizio, scandaglia il tuo stato d’animo. Non sempre ciò che ci è offerto è dovuto! E ti renderai conto di avere molti più debiti (di gratitudine) che non crediti. Ciò ti aiuterà a “riequilibrare” l’ego e ad essere più generoso con il prossimo.

Cosa ho dato oggi?

Ripercori nuovamente gli eventi della giornata ma ora pensa a cosa hai dato agli altri. Qu,i come su, non importa la motivazione oppure l’azione (puoi aver aiutato un disabile ad attraversare la strada come aver raccolto una carta da terra e depositata nell’apposito cestino). Potresti scoprire che senza clamori contribusci al “bene comune”.

Quali problemi o difficoltà ho causato oggi?

Questa domanda è spesso la più difficile! Ancora una volta ripercorre gli stessi passi dei punti precedenti e non trascurare ciò che ti sembra insignificante; ad esempio: ho preteso da un collega che mi desse una mano con un progetto impedendogli di uscire a tempo per la partita. In generale, siamo molto consapevoli di come gli altri ci causano danno ma raramente ci rendiamo conto di quando siamo noi la fonte del disagio. Vedere come causi problemi agli altri aiuta a “sgonfiare” il tuo ego e a vivere meglio sapendo che anche tu ricevi, molto.

Conclusioni

Talvolta ci sentiamo a credito con la Vita: a volte è vero ma spesso stiamo solo falsando le carte. Non perché siamo “cattivi” bensì ignoranti, con un punto di vista limitato.

La gratitudine è una pratica che aiuta a riportare equilibrio nella nostra vita. Un equilibrio che ci consente di essere lucidi nel valutare ciò che c’é, nello stare con ciò che c’é e nel capire cosa possiamo cambiare per vivere meglio. Per far sì che la gratitudine non si trasformi in un meccanico “grazie” privo di coinvolgimento, si può ricorrere al Naikan, un metodo strutturato e su sinteticamente proposto (in particolare per umani indaffarati :-)) affinché ci possa essere profondità di pensiero, si possano toccare le corde più profonde del nostro essere e comprendere come il nostro atteggiamento ha un impatto esponenziale nel nostro intorno.

Quando sgonfiamo il nostro ego, ci avviciniamo alla verità; allora, si possono aprire ai nostri occhi grandi opportunità. Ecco perché praticare la gratitudine migliora la vita.

IKIGAI: qualcosa per cui vale la pena vivere.

Ikigai è un parola giapponese che ha diversi significati: ispirazione, motivazione profonda, ragione di vita. Ma posiamo sintetizzare dicendo che Ikigai è qualcosa per cui vale la pena vivere o ragione per esistere. 

Ognuno di noi ne ha uno anche se non ne è a consapevole! Per alcuni ha a che vedere con il proprio lavoro, per talaltri con il proprio hobby in qualunque caso è qualcosa che facciamo con amore e consapevolezza.

Per le persone più estroverse e aperte affettivamente, esso può coincidere quasi completamente con la sfera delle relazioni personali, laddove i momenti di condivisione con i familiari e amici sono occasione per dare senso e luce al proprio cammino.

Ragione per esistere

Ikigai è qualcosa per cui vale la pena vivere, è ciò che ci da gioia e buon motivo per alzarci dal letto la mattina qualunque sia la veste che assume per noi. Ci “soccorre” nel trovare l’energia giusta per mantenere accese l’intenzionalità, direzione e presenza in ciò che si fa. In Giappone – da dove il termine e la filosofia che la contiene è nato – si ritiene che rispettare il proprio ikigai sia una condizione imprescindibile della longevità.

Nella filosofia giapponese anche un momento quotidiano apparentemente poco rilevante può diventare qualcosa di molto significativo se è in armonia con la nostra ispirazione fondamentale. La vita intera, alla luce dell’ikigai, può trasformarsi in un’opera d’arte che si realizza in ogni istante: gratificandoci, nutrendoci, dandoci gioia.

In occidente, si sta assistendo ad un “rimaneggiamento” del concetto che lascia poco spazio alla “poesia”. Un pensiero che vuole coniugare le reali capacità dell’individuo con i bisogni dell’economia cosicché si abbia un ikigai “aziendalistico”, funzionale alla produzione.

Ma come si trova il proprio ikigai?

Ikigai è qualcosa per cui vale la pena vivere ed il primo passo per comprenderlo è avere maggiore consapevolezza di ciò che amiamo. Per farci un’idea, è ciò che ha la forza di coinvolgerci in modo così pieno al punto da non renderci conto del tempo che passa (stato di flow).

Possiamo indagare questo aspetto in modo creativo, riflettendo, per esempio, sugli ultimi libri o anche film che ci sono piaciuti e rispondendo ad alcune domande, quali:

  • ha a che vedere con qualcosa che amo?
  • di cosa parla?
  • cosa di quel libro mi è rimasto impresso?
  • in che modo ciò mi riguarda?

L’ultimo passaggio ha a che vedere con il contributo alla società: in che modo il mio ikigai concorre a migliorare il mondo? Se la nostra attività preferita ha un’utilità sociale e c’è richiesta di persone che la svolgano, abbiamo buone possibilità di ricevere un compenso per svolgerla. Facciamo una lista delle attività che ci gratificano e mettiamole in ordine a seconda delle possibilità che si rivelano remunerative. Se ce ne è qualcuna che la fa divenire una professione, vale la pena investir qualche risorsa per formarsi bene in quel campo.

Conclusioni

Se il tuo ikigai non può divenire un lavoro non buttarti giù: non è questa la cosa più importante. Sapere cosa ti ispira e ti riesce bene è già un immenso tesoro!

Cerca di essere creativo e considera che ci sono tante attività amatoriali che possono dare senso al tuo tempo e non è necessario optare solo per una! Come sempre, quando cerchiamo di vivere alla luce di un valore profondo, le azioni che svolgiamo sono azioni di qualità, con una rilevanza intrinseca. Esse sono a pieno titolo una forma di meditazione.

IMPARARE LA FELICITA’

Imparare la felicità è una cosa possibile. Sovente la felicità è associata ad una sensazione positiva e permanente, una versione del “… e vissero felici e contenti” che abbiamo conosciuto nelle fiabe. L’idea che questa può essere metodicamente costruita e gestita è relativamente nuova e, in fondo, poco diffusa.

Obiettivo di questo articolo è favorire una credenza (o perlomeno una speranza): imparare la felicità si può… se si è disposti a mettersi in gioco!

La felicità tra fortuna e status

Partiamo dalle etimologie. In latino, felicità deriva da fertilia, fertilità. In scandinavo, era happ (ora radice nelle lingue anglosassoni per riferirsi a felicità) e significava fortuna, successo. Per gli antichi greci, il termine usato era eudaimonia, che significava nato sotto una buona stella e/o ben visto dagli Dei. Da questo breve (e non esaustivo excursus) si evince che l’uomo non era artefice della propria felicità bensì il “destinatario”. Questa idea secondo cui la felicità esprime una sensazione di appagamento ma è fondamentalmente legata alla fortuna durerà fino al ‘700.

La relazione tra felicità e fortuna cambiò nel 1776, quando Thomas Jefferson inserì nella Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti che “… la ricerca della felicità” era un diritto di ciascun cittadino.

Questa idea si affermò come imperativo nella società borghese in ascesa e seguirono tentativi di analisi e catalogazione. Tra questi, quello di Jeremy Bentham che realizzò un Catalogo dei Piaceri per misurare la felicità. Una formula (molto) semplice in cui la Felicità = Piacere – Dolore; ciò che era piacere (esempio, l’abilità, il potere) o dolore (privazione, imbarazzo, cattiva reputazione) era elencato in dettaglio in una lista. Se si voleva sapere se da una determinata azione si sarebbe tratto più piacere o dolore, bastava tirare fuori il catalogo e fare una semplice operazione.

Questo tentativo di razionalizzare la felicità ebbe una certa fortuna ma durò poco. Infatti, fu demolito poco dopo proprio dal suo allievo, pupillo e figlioccio John Stuart Mill che, a dispetto dell’apparente risultato favorevole derivante dal su citato catalogo, non era felice per nulla! Secondo Mill, la grossa lacuna della formula di Bentham stava nel fatto che il piacere è soggettivo. Inoltre, la felicità non la si poteva creare, non era il fine ultimo, bensì un “incontro casuale” dovuto al perseguimento di altri obiettivi.

L’idea della felicità come un diritto, quasi obbligo, ebbe conseguenze ambivalenti. Infatti, associò l’insufficiente prestigio sociale e potere economico al fallimento e quindi al sentirsi infelici. Questa è una delle ragioni che porterà il cofondatore della psicologia positiva Martin Seligman a rifiutare, o quantomeno evitare, il termine felicità perché troppo condizionato dallo status socio-economico che, per quanto importante, non è il solo contribuire alla felicità.

La felicità cambia paradigma

La novità introdotta da Seligman, ed altri, rappresenta un importante passaggio di paradigma che rompe definitivamente con le identità anteriori: “felicità = fortuna” e “felicità = status sociale elevato”. La vita è fatta di alti e bassi, gioie e dolori.

La Felicità va intesa come “vita prospera” (equivalente del greco eudaimonia di cui parla Aristotele nell’Etica Nicomachea), ove l’individuo accetta che la vita è fatta di gioie e dolori. Occorre che impari e pratichi il coraggio, la gratificazione non immediata e la compassione. L’idea della felicità come fato, status sociale o stato d’animo permanente è causa di frustrazioni. Essa, va ricondotta tra le emozioni per accettarne da una parte la temporaneità e, dall’altra, l’alternanza tra delusioni e soddisfazioni.

Seligman individua 3 tipi di “idea” di felicità. Queste sono:

  1. emozioni positive;
  2. esperienze ottimali;
  3. vita piena di significato.

Emozioni positive

Detta anche “hollywoodiana”, si basa sul fatto che più facciamo esperienza di emozioni positive più siamo felici. Ha tre inconvenienti:

  • il godere di esperienze positive è un tratto del carattere ereditabile (pesa al 50%);
  • è modificabile di poco ( 15-20%);
  • la persona si abitua subito alla felicità (inteso come effetto euforizzante) che progressivamente si attenua (es.: è stato visto studiato che i vincitori di somme di danaro hanno gradualmente visto scomparire l’euforia iniziale confusa con felicità).

Esperienze ottimali

Siamo felici quando esprimiamo il meglio di noi stessi in ciò che facciamo al punto di perdere il senso dello spazio e del tempo. E’ il cosiddetto stato di flow. Quando diciamo: “ero così preso che non mi sono reso conto di quanto tempo fosse trascorso” è un esempio di stato di flow. Gli elementi che lo caratterizzano sono:

  • concentrazione intensa;
  • sensazione di estasi;
  • obiettivi chiari;
  • senso di serenità;
  • distorsione del senso del tempo;
  • motivazione intrinseca;
  • bilanciamento tra sfida e capacità.

I tipici soggetti che fanno esperienza di flow sono gli artisti, i musicisti, gli sportivi, i creativi,… Come è possibile fare questa esperienza? Conoscendo i propri punti di forza, le proprie attitudini ed adattare la propria vita a questi.

Vita piena di significato

Siamo felici allorché diamo un senso alla nostra vita. Questo concetto è stato ben illustrato da Viktor Frankl, neurologo, psichiatra e filosofo austriaco, ritenuto il fondatore della logoterapia (definita anche la Terza scuola viennese di psicoterapia).

La tesi centrale è che ci si cura scoprendo il proprio significato dell’esistenza e dei suoi valori fondamentali. Si è felici se… le proprie qualità sono a disposizione di: a) un progetto di vita; b) coinvolgano qualcun’altro.

Come imparare la felicità

Michael Fordyce,  psicologo e ricercatore pioniere nel campo della misurazione della felicità, sviluppò il suo interesse per l’argomento sin dagli anni ’60. Durante un corso universitario chiese ai suoi studenti quale fosse la cosa più importante per loro; più del 50% rispose la felicità. Nonostante ciò, lo studioso constatò che la maggior parte di questi non comprendeva e/o non sapeva dare una definizione di felicità.

Per Fordyce, questa può essere vista come:

  1. umore (io sono di umore felice), si riferisce a come una persona si sente in un dato momento ed è quindi un emozione positiva di breve durata (in Seligman, “hollywoodiana”);
  2. sentimento globale (io sono una persona felice), comporta una valutazione del passato e della vita nella sua globalità (in Seligman, “esperienze ottimali” e “dare significato alla vita”).

Fordyce, integrando il suo lavoro con quello di altri, suggerisce che la felicità dipende da:

  • fattori genetici, per il 15%;
  • apprendimento durante l’infanzia, per il 35%;
  • fattori ambientali, per il 50%.

Ne deriva che la felicità non è un tratto stabile bensì soggetta a miglioramento nella maggior parte delle persone. Quindi, l’incremento della felicità passa attraverso la pratica della quotidianità. Imparare la felicità, si può! Come?

Per Fordyce esistono 14 punti che contraddistinguono le persone felici. Questi punti rappresentano aspetti di base, atteggiamenti e pensieri, che una persona può apprendere per essere più incline alla felicità. Per comodità, le distinguo in 3 macro aree: la Sfera del Fare, la Relazione con gli Altri, il Rapporto con Se stessi.

La Sfera del Fare

Essere attivi. Mantenersi quotidianamente più attivi permette di migliorare il livello di benessere. Investire le energie in attività coinvolgenti, accattivanti e piacevoli rende soddisfatti e di conseguenza più felici.

Organizzarsi meglio e pianificare le cose. Le persone felici sanno cosa – come – quando e perché fare. Il procrastinare, spesso si accompagna ad un senso di colpa per aver perso tempo, inducendo sentimenti di tristezza diffusa.

Essere più produttivi svolgendo attività che abbiano significato. L’impegno profuso, quando produttivo, genera soddisfazioni. Affinché ciò avvenga deve puntare ad attività significative; es.: un lavoro soddisfacente.

La Relazione con gli Altri

Sviluppare una personalità socievole. Siate socievoli. Oltre ad aumentare la probabilità di conoscere persone significative per la vostra vita, potete aumentare anche la probabilità di ricevere rinforzi positivi concedendovi la possibilità di essere disponibili e gentili con gli altri.

Passare più tempo socializzando. Le attività sociale rendono felici. Secondo la teoria del bersaglio, più le relazioni sono profonde e intime, maggiore è il loro impatto sulla felicità. Al contrario, se si sta soli.

I rapporti intimi sono la fonte principale di felicità. Le relazioni che si instaurano tra persone felici si fondano sul piacere, inteso come voglia di passare del buon tempo insieme. Proprio per la loro importanza le relazioni intime possono essere fonte di profonda infelicità.

Il Rapporto con Se stessi

Smettere di preoccuparsi. Secondo la teoria time-clock, più tempo sarà dedicato alle preoccupazioni meno si ha tempo per essere felici! Questa aumenta quando diminuiscono i pensieri negativi. Infatti, le persone felici si preoccupano molto meno della maggior parte della gente.

Ridimensionare le proprie aspettative e aspirazioni. Le persone felici rincorrono meno il successo, ma paradossalmente, ne hanno di più. La rincorsa del successo mette in stand-by l’essere felici rinviandolo al domani. È utile conoscere le proprie risorse e i propri limiti, in modo da domandare alla vita cosa si vuole e godere delle piccole cose.

Sviluppare pensieri ottimistici e positivi. L’ottimismo migliora le emozioni e innesca un circolo virtuoso. Se si pensa di poter realizzare qualcosa, si è anche invogliati a darsi da fare e questo comportamento aumenterà le probabilità di raggiungere ciò che si desidera.

Essere orientati sul presente. Per essere felici è sicuramente utile investire di più sul presente, dando valore ad ogni giorno e godendo delle opportunità quotidiane.

Lavorare a una sana personalità. Per avere una condizione di benessere può essere utile concentrarsi su alcuni principi che riportano alla cura di sé: Conosci te stesso -> Accetta te stesso -> Apprezza te stesso -> Aiuta te stesso -> Sii te stesso.

Essere se stessi. Mostrarsi per quello che si è, con i propri pregi e i propri difetti, offre la possibilità di piacere a qualcuno e di poter costruire una relazione su basi solide e non fatue.

Eliminare sentimenti negativi e problemi. Se accumulate pensieri negativi come la rabbia, il senso di colpa, il risentimento, tenderete a vivere una vita infelice, proprio come nella pentola a pressione: l’aumento della temperatura farà – prima o poi – scoppiare il coperchio.

Considerare la felicità la priorità numero 1! Se non date valore alla felicità come pensate di ottenerla? Il pensiero non è “non devo, non voglio essere triste“, ma “mi piacerebbe (meglio ancora, voglio) essere felice“!

Conclusioni

Imparare la felicità… si può! Può richiedere impegno ma non significa che sia impossibile. Tutti i giorni ci sono persone che potrebbero lamentarsi per la loro condizione ed invece fanno cose straordinarie. Per citarne alcuni: Bebe Vio, Alex Zanardi, Stephen Hawking.

Imparare la felicità è avere cura di sé. Ciò implica un lavoro etico su se stessi, fatto di pratiche quotidiane finalizzate a divenire “guardiani di sé” (Epitteto). Esempi di pratiche utili: tenuta di un taccuino per annotare riflessioni, citazioni che possano essere richiamati dalla coscienza ed utilizzati nel quotidiano. Non sempre il desiderio di cambiare (che sottende un desiderio di felicità) è sufficiente, talvolta occorre un supporto.

Tra questi, il coaching aiuta ad imparare la felicità. Il coach “allena” il cliente a prendersi cura di sé, attivando un circolo virtuoso che conduce ad una maggiore conoscenza di sé e consapevolezza. Infondendo autonomia, responsabilità e consapevolezza il coach aiuta il coahcee ad affrontare i problemi attuali e futuri contribuendo al suo apprendimento per una vita piena di significato.

PERCHE’ E’ IMPORTANTE AVERE UN PERCHE’?

Perché?

Perché è importante avere un perché? Agire in reazione a qualcosa (o qualcuno) piuttosto che in funzione di un risultato atteso e ben formulato, fa una grossa differenza nella TUA VITA.

Ti è mai capitato di voler costruire qualcosa, di riuscirci e poi di sentirti avvolto da un moto di insoddisfazione e frustrazione che ti fanno dubitare della tua scelta? Capita quando si agisce sull’impulso del momento, quello che ti fa innamorare della sfida (fondare un’impresa, perdere peso, prepararsi per la la maratona di New York,…) e che hai confuso per il tuo scopo.

Il primo passo: distinguere

Lo scopo e la sfida possono sembrare la stessa cosa ma non lo sono! Se la sfida punta a suscitare una reazione da parte di altre persone, lo scopo è il risultato a cui tendi, è il perché fai ciò che fai fondato su un ascolto attento delle tue motivazioni profonde.

Distinguere tra scopo e sfida evita possibili delusioni future. Lavori sodo a qualcosa per poi provare una sensazione di vuoto e, a quel punto, tenti di compensare con un impegno maggiore raccontandoti che così facendo raccoglierai a breve i frutti della tua fatica. Ma non è così!

Qual è il vero motivo (il tuo perché) che ti spinge a lavorare di più, ad andare in palestra, a seguire quel regime alimentare? Vuoi perdere peso per motivi di salute o perché sei coinvolto in una relazione malsana che ti rende insicuro?

Forse non ti rendi conto del fatto che resti a lavoro più a lungo per evitare di discutere con il partner ma tutti gli straordinari del mondo serviranno a poco perché stai perseguendo l’obiettivo sbagliato! Invece, impegnati a capire qual è il tuo perché profondo e ne trarrai profondi giovamenti.

Siamo spesso distratti dal flusso ininterrotto dei media che ci forniscono dei modelli a cui aspirare. Attratti dall’effimero del momento, spaventati dal vuoto nelle nostre agende e dalla potenziale solitudine, “assumiamo” impegni non in linea con i nostri propositi.

Il secondo passo: l’intenzionalità

Cosa significa condurre una vita guidata da un proposito? Il filoso David Bentley Hart definisce l’intenzionalità come “il potere fondamentale della mente di concentrarsi su qualcosa […]: un oggetto, un proposito o uno scopo ben precisi“. In altre parole, l’intenzionalità è il potere della mente di concentrarci verso ciò che reputi significativo e di agire per perseguire quello scopo.

Non puoi esser fedele a te stesso ed ai tuoi principi se non sai cosa vuoi e SOPRATTUTTO PERCHE’. Il processo richiede che coltivi costantemente la TUA CONSAPEVOLEZZA, presti attenzione a ciò che colpisce e risveglia il tuo INTERESSE. Man mano che individui le cose che ti attraggono, puoi iniziare a definire con precisione i tuoi desideri, in base a ciò che credi.

Quando CREDI in ciò che fai, smetti di agire come un automa. Diventi più innovativo, creativo e presente a te stesso. Oltre a fare di più, lo fai in modo intelligente perché metti il cuore e la mente in ciò che fai.

Conclusioni

Perché avere un perché è importante? Senza, difficilmente riusciresti ad attivare la motivazione intrinseca. Il PERCHE’ ti consente di stabilire la rotta migliore per la tua vita e significa, parafrasando Seneca, avere non solo il vento favorevole ma sapere dove si vuole andare.

COME ESSERE STOICI

Riscoprire la spiritualità dei classici per vivere una vita moderna

Come essere stoici non è un altro modo per dire “di stringere i denti”. Questa sarebbe una sintesi limitante se non fuorviante. Questo libro è un viaggio nel passato alla riscoperta della spiritualità dei classici per disporre di una bussola che, a dispetto dei secoli, è ancora in grado di svolgere bene il suo lavoro aiutandoci a ritrovare la rotta.

Tutte le volte che ci poniamo delle domande, dalla più banale (cosa mangio per pranzo?) alla più impegnativa (come posso essere felice?), ci stiamo chiedendo come possiamo condurre al meglio la nostra vita.

Se per domande quali “cosa posso mangiare a pranzo” la risposta solitamente non implica grandi strascichi emotivi, quando ci chiediamo come vivere in modo da massimizzare il proprio potenziale, le cose si complicano… e non poco!

Dove possiamo trovare risposte valide? L’autore, filosofo di professione, ci propone di non cercare le soluzioni nelle lontane tradizioni orientali bensì di trarre ispirazione dall’antica e più “vicina” filosofia stoica, che annovera tra i suoi seguaci: Epitteto, Seneca e Marco Aurelio.

Perché “essere stoici”? Ricorrendo alle sue fonti abbiamo la possibilità di trovare risposta ai dubbi che tormentano la nostra quotidianità, come, ad esempio l’ansia oppure come risollevarsi da una brutta esperienza.

I suoi 12 principi, che riportiamo nell’elenco che segue, costituiscono un vademecum per una vita saggia che consente di dare risposte a problemi quali la solitudine, la gestione delle emozioni (in particolare la rabbia), dare un senso alla nostra vita.

– Evitare reazioni affrettate
– Ricordarsi della transitorietà delle cose
– Scegliere obiettivi in nostro potere
– Essere virtuosi
– Prendersi un momento e respirare profondamente
– Mettere i problemi in prospettiva
– Parlare poco e bene
– Scegliere in modo accorto le proprie compagnie
– Rispondere agli insulti con l’umorismo
– Non parlare troppo di sé
– Parlare senza giudicare
– Riflettere sulla giornata appena trascorsa

Cosa potremmo imparare dallo stoicismo?
Un’atteggiamento mentale (si veda questo articolo) che ci cambierebbe la vita: agire sulla base di ciò che è realmente sotto il nostro controllo.
Come auspica una saggia preghiera stoica, «la serenità di accettare le cose che non possiamo cambiare, il coraggio di intervenire su quelle che possiamo cambiare, e la saggezza di distinguere le une dalle altre».

Un libro illuminante. Un utile strumento per ripensare se stessi e vivere un’esistenza in consapevolezza.

Come sapere quale azione intraprendere?

Quando siamo in empasse sapere quale azione intraprendere è tutt’altro che scontato. La nostra “testolina” ospita, alternativamente, mille punti interrogativi e tanti “sì, però…” e alla fine l’azione latita mentre la frustrazione, con il tempo, monta.

E’ una situazione molte frequente che riscontro nei clienti – individui o gruppi di lavoro – “bloccati” al bivio ed indecisi su quale direzione prendere.

In questo articolo offro alcuni spunti di riflessione che ti consentiranno di sapere quale azione intraprendere (fare la scelta giusta). Sono considerazioni utili a tutti e che poggiano su 4 gambe:

  1. Prestare attenzione;
  2. Conoscere l’obiettivo;
  3. Auto-riflessione;
  4. distinguere tra Urgente ed Importante.

I suddetti punti rispondono grossomodo ai paragrafi che compongono questo articolo. Quello che segue è una premessa importante in cui individuo, distinguo e spiego la conseguenza (e possibile risoluzione) di atteggiamenti mentali NON costruttivi.

Inazione ed Indecisione: alla radice del problema.

Quasi tutti i problemi che derivano dalla domanda: “come sapere quale azione intraprendere?”, rientrano nelle seguenti macro categorie:

  1. So cosa occorre fare ma non lo faccio (inazione);
  2. Non ho la minima idea di cosa fare (indecisione).

La prima categoria è di gran lunga la più diffusa. Alcuni esempi: perdere peso, smettere di fumare, ordinare le fatture, seguire la procedura , telefonare ad un’amico. Parlare di ciò che andrebbe fatto e/o rimuginare sulla propria inazione sono “strategie efficaci”… per evitare di fare.

Morale: sai cosa va fatto ma non lo fai!

La seconda categoria è un po più insidiosa. Decidere se restare o cambiare azienda, continuare o interrompere una relazione sentimentale, andare a quel party oppure no, sono dilemmi meno frequenti di quelli del primo gruppo ma possono lasciarti prigioniero dell’indecisione. Come mai?

Molto probabilmente non hai chiaro ciò che vuoi (obiettivo) perché non ci hai riflettuto prima. Anche se la tua agenda è fitta di impegni, questo non significa che la tua vita sia intensa ma solo piena di appuntamenti. Semmai, domandati: “come sapere quale azione adottare per dare scopo alla mia vita?”

Porsi questa domanda è tutt’altro che banale. Infatti, essere indaffarati non significa fare ciò che è IMPORTANTE; anzi, una delle situazioni più ricorrenti è quella in cui ci troviamo a sbrigare molte faccende URGENTI mentre le più importanti restano in sospeso o semplicemente cadono nel dimenticatoio a causa dei molti appuntamenti in agenda che però non rispondono, se non in parte, al raggiungimento dei miei obiettivi.

La soluzione definitiva all’inazione è… PASSARE ALL’AZIONE. E’ insieme una capacità ed un’abitudine: più la pratichi, più ne diventi competente.

Dopo questa breve “diagnosi”, torniamo alla domanda “come sapere quale azione intraprendere?” seguono i 4 step utili per fare la scelta giusta.

Il valore dell’Attenzione

Prestare attenzione è semplice ma non scontato. Immagina di approssimarti ad un semaforo che è giallo. Fatte le debite considerazioni (la mia velocità, la vicinanza al semaforo, l’andatura del veicolo che mi precede, …) potrai scegliere se fermarti o proseguire. Probabilmente, hai deciso in fretta perché hai acquisito molta pratica. Forse in passato hai fatto anche degli errori da cui però hai imparato. Quel che è importante è che hai prestato attenzione alla situazione ed hai agito.

Se ti sedessi sul pavimento di casa ed osservassi l’ambiente circostante ti renderesti conto di quante cose hanno bisogno del tuo intervento (libri, polvere, vetri sporchi, …). Alla fine avresti una lista di cose da fare che ti impegnerebbe tutto il giorno ed anche più.

Il problema delle liste (o To do List) è che sono fondamentalmente fine a se stesse. Consentimi una domanda: questi impegni ti stanno facendo perseguire il tuo scopo? Pulire il bagno e rifare il letto sono attività necessarie ma occorre fare altro se si vuole trovare appagamento e senso nella propria vita.

Il valore dell’attenzione si estende ben oltre la lista delle faccende domestiche. Far caso al mondo circostante è una capacità inestimabile, finemente connessa a quella di PASSARE ALL’AZIONE.

Il problema che affronterai, o forse già lo stai facendo, è a quale azione ti dedicherai ORA!

Non possiamo fare tutto ciò che vorremmo (o dovremmo). Perciò, ogni volta che scegliamo un’azione dobbiamo essere consapevoli che rinunciamo a tutte le altre.

Per questo è essenziale decidere cosa è importante e stabilire delle PRIORITA’ ossia ordinarle al fine di raggiungere lo scopo che ti sei prefissato. Non c’è priorità senza obiettivi e senza obiettivo non ci può essere un’azione efficace. Quindi…

Qual è il tuo Obiettivo?

Domandarsi: “Qual è il mio obiettivo?” è un ottimo modo per rispondere alla domanda-titolo di questo articolo: “come sapere quale azione intraprendere?”

E’ una domanda potente che non va formulata mentre navigo sui social o guardo la TV perché potrei esser tentato di trovare una giustificazione a quello che sto facendo. Un esempio? Le pause pranzo dilatate: si esce per mangiare un boccone in 1 ora e si finisce per spenderne 2 perché nel frattempo ci si ferma a chiacchierare oppure si passa nella libreria preferita per vedere le ultime novità. Tutto questo influisce sulla nostra efficacia.

Focalizzandoti sull’obiettivo, tutto quello che è extra diviene una “distrazione” ed in quanto tale rinviabile.

Probabilmente ti stai chiedendo che fine fa il “cogliere l’attimo”, il non sentirsi imbrigliato e godersi la vita. Beh, sebbene sia un sostenitore della gioia e della flessibilità trovo che la maggioranza tra noi è più propensa a godersi la vita (nel senso di assecondare il proprio piacere immediato) che non ad esercitare l’autodisciplina.

Troviamo abbastanza facile distrarci e molto più difficile focalizzare l’interesse e la concentrazione su ciò che sappiamo di dover fare e che ci darà dei benefici, anche se non nell’immediato (per capire come passare dal desiderio all’obiettivo, clicca qui).

Non rinunciare alla gioia di vivere! Limitati a migliorare la tua AUTODISCIPLINA, un’abilità da coltivare soprattutto per chi non sa passare all’azione quando è necessario.

Rifletti sulla tua Vita

Sei mai stato protagonista di un episodio in cui credevi di aver fatto bene e poi, pensandoci meglio, ti sei accorto di aver causato imbarazzo o disagio in un’altra persona ed hai cercato di provi rimedio? Ecco, questo è un piccolo esempio di come l’AUTORIFLESSIONE possa aiutarti a capire cosa va fatto.

Sebbene il concetto sia semplice si scontra con una cruda realtà: molte persone hanno un’esistenza così frenetica da non avere il tempo (o almeno così dicono) di riflettere sulle proprie azioni. Si passa da un impegno all’altro senza farsi troppe domande se ciò che stiamo facendo risponda al nostro scopo esistenziale.

Prendere le distanze (anche fisicamente) dal problema – sia esso una persona o cosa – aiuta a vedere la situazione più chiaramente e a decidere sul da farsi.

In proposito, esistono vari modi di “prendere le distanze”. Quello che qui sommariamente propongo è il metodo Naikan, una pratica semplice di autoriflessione che viene dal Giappone e si basa su tre domande:

  1. che cosa ho ricevuto da …?
  2. che cosa ho dato a …?
  3. quali difficoltà ho causato a …?

Il Naikan suscita spesso:

  1. una maggior gratitudine per ciò che si è ricevuto;
  2. idee nuove e diverse su che cosa sia necessario fare;
  3. consapevolezza dei problemi provocati.

Insomma, l’autoriflessione è uno strumento importante per capire quale azione intraprendere.

Urgente o Importante?

Finora abbiamo esaminato tre elementi fondamentali per decidere cosa fare (o non fare!):

  1. Prestare attenzione;
  2. conoscere l’obiettivo;
  3. l’autoriflessione.

Dobbiamo ora prendere in considerazione un altro elemento, ossia la distinzione tra urgente ed importante:

  • Importanti sono quelle attività che portano al raggiungimento degli obiettivi, sia di vita che di lavoro.
  • Urgenti  sono quelle attività che richiedono un’ attenzione immediata, e sono spesso associate con il raggiungimento di obiettivi di qualcun altro. Le attività urgenti sono spesso quelle che  esigono attenzione perché le conseguenze di non portarle a termine sono immediate, ma sono veramente importanti?

La citazione di Eisenhower: “Quello che è importante è raramente urgente e ciò che è urgente è raramente importante“, mi trova d’accordo.

Nel 1994 Stephen Covey ha divulgato quest’ idea nel suo libro  “The 7 Habits of Highly Effective People” (in italiano in: Le 7 abitudini per avere successo) e, a seguito di alcune integrazioni, è nota come “Matrice di Eisenhower – Covey.”

Da quanto si evince dalla matrice su riportata, è indispensabile ritagliarsi regolarmente del tempo per attività che sono importanti ma non necessariamente urgenti. In quel quadrante (il n° 2) risiede l’individuazione di nuove opportunità.

Conclusioni

Così abbiamo 4 fattori che possono aiutarci a rispondere alla domanda: “come sapere quale azione intraprendere?”

  • L’attenzione all’ambiente circostante mi ispira una particolare iniziativa? (Il valore dell’Attenzione)
  • A che cosa tengo di più? (Obiettivo)
  • Quando rifletto sulla mia vita individuo una certa azione da compiere? (Autoriflessione)
  • Che cosa conta veramente? (Distinzione tra Urgente ed Importante)

La pratica consapevole di questi fattori sarà di grande supporto per effettuare scelte che rispondono al nostro scopo di vita.

Le emozioni nel conflitto: che ruolo giocano?

Le emozioni nel conflitto sono state spesso sottovalutate malgrado ciò giocano un ruolo tutt’altro che secondario: sono determinanti tanto nell’attivare come nel risolvere i conflitti.

Queste, non sono di per sé giuste o errate, buone o cattive ma sono semplicemente segnali importanti che aiutano a conoscersi meglio e ad orientarsi nella vita. Tuttavia, alcune emozioni (rabbia, gelosia, invidia, per citarne alcune) possiedono una natura endemicamente distruttiva per le relazioni e per la relativa energia vitale.

Nei conflitti, spesso si incontrano differenti emozioni distruttive; la rabbia è tra queste. Sebbene se ne farebbe volentieri a meno, questa fornisce dei segnali e delle informazioni importanti nella gestione del conflitto.

Divenire consapevoli del proprio stato emotivo aiuta ad acquisire la guida dei propri comportamenti e parole evitando di essere in balia di emozioni distruttive.

I punti trattati nell’articolo sono:

  1. Emozioni: cosa sono e come si distinguono
  2. Ragione versus Emozione.
  3. Il ruolo dell’amigdala
  4. Come controllare l’amigdala
  5. Sospendere la re-azione: ascoltare le proprie ed altrui emozioni
    1. Il Modello Iceberg
    2. Ascolto Empatico
  6. Conclusioni

1. Emozioni: cosa sono e come si distinguono.

Le emozioni sono un elemento per entrare in relazione tra l’organismo e il proprio contesto (fisico e/o sociale) e sono in grado di mediare costantemente il flusso degli eventi e la nostra condotta.

Le emozioni possiamo distinguerle in innate, acquisite e programmate.

Le innate si caratterizzano per essere regolate da  processi biologici, pre–codificati e automatici,  stereotipati e predeterminati. Sebbene non esista accordo sul numero delle emozioni, si è ragionevolmente concordi che le principali siano: disgusto, felicità, rabbia, paura e tristezza.

Le acquisite, lo sono attraverso l’esperienza. Questa costruzione avviene  principalmente attraverso un sistema di rinforzi (positivi o negativi) derivanti dall’ambiente circostante. Il bimbo rimproverato dal genitore proverà la stessa emozione tutte le volte che qualcuno adotterà quel linguaggio verbale e paraverbale.

Le programmate attengono al contesto socio-culturale; ad esempio, ogni evento sociale come un funerale, un concerto, un matrimonio ci predisporrà ad una reazione specifica (dolore, euforia, gioia,…).

Un’importante funzione delle emozioni è quello di rendere la reazione dell’individuo la più rapida possibile. Questo è importante perché in alcuni casi potrebbe rivelarsi maggiormente utile una risposta immediata e non riflessiva.

Quando la persona diviene consapevole dell’emozione allora questa diviene un sentimento.

2. Ragione versus Emozione.

Dopo questo breve excursus sulle emozioni, che ruolo giocano le emozioni nel conflitto?

Solitamente nei conflitti c’è la tendenza a considerare poco il peso delle emozioni. Questo è un atteggiamento errato considerando quanto la nostra componente irrazionale sia presente nelle situazioni conflittuali.

Infatti, non è la stessa cosa quando ci si trova in situazioni “normali”, lucidi e sereni, dove i nostri comportamenti sono governati in modo equilibrato sia dalla “testa” (ragione) sia dalla “pancia” (emozioni, sentimenti,…).

Quindi, prendere in considerazione le emozioni è utile al fine di avere informazioni più complete che facilitino la comprensione e la risoluzione del conflitto.

Quante volte vi è capitato di sorprendervi per aver reagito impulsivamente ad una frase o atteggiamento di qualcuno per poi pentirvi? Vi siete mai chiesti cosa spinge ad agire “fuori controllo”?

Se ne siete consapevoli allora siete entrati in contatto con l’amigdala: un sistema antico quanto l’essere umano e preposto alla sua protezione da agenti esterni.

Amigdala

3. Il ruolo dell’amigdala

L’amigdala è la parte centrale del sistema limbico, è il centro delle emozioni e quartier generale delle azioni a risposta rapida. Quando l’amigdala considera uno stimolo come pericoloso scatta l’allarme generale inviando stimoli al cervello che risponde con attacco, fuga, immobili..

Si capisce come il funzionamento dell’amigdala sia indispensabile per garantire la sopravvivenza nei momenti di pericolo immediato. Però, l’amigdala riceve messaggi non solo di natura sensoriale bensì anche emozionali, rispondenti a stimoli esterni ma anche interni ossia indotti dal proprio pensiero. Ciò significa che la nostra mente è capace di creare un pericolo che viene vissuto come tale dal nostro corpo anche se non reale!

L’amigdala di per sé non effettua valutazioni sofisticate sul tipo di pericolo: è programmata per allarmare il corpo affinché questo reagisca rapidamente, anche in presenza di un falso allarme.

A volte, questo automatismo ci fa sentire impotenti perché percepito come incontrollabile ma non è così, ogni individuo può controllarla acquisendo maggiore consapevolezza di sé che “aiuta” l’amigdala ad attivarsi solo quando veramente necessario, riconoscendo le emozioni in gioco e lasciando al cervello di analizzarle.

Come? Di seguito, alcuni suggerimenti pratici su come gestire l’amigdala.

4. Come controllare l’amigdala.

Di seguito, alcuni aspetti da tenere in considerazione se si vuole rendere l’emozione una preziosa alleata in un conflitto.

Fai attenzione alle trappole emotive

In questo caso è importante riconoscere le situazioni ricorrenti che ci mandano in sequestro emotivo o, se preferisci, “fuori di testa”. Questo ci consente di non essere colti di sorpresa e di generare uno spazio di manovra far stimolo e risposta.

Per aiutarti, prova a ricordare  alcuni recenti episodi in cui sei andato in sequestro emotivo: cosa hanno in comune questi episodi? Quali sono i primi sintomi che percepisci?Quale azione o parola introdotta nel tuo dialogo interiore potrebbe essere utile per “liberarti”

Ascolta il tuo dialogo interno

Cosa significa? Divenire consapevoli dei pensieri che “frullano” nella testa e ascoltarli ma da una certa distanza, come se ti stessi osservando. Tu no sei i tuoi pensieri quindi sei in grado di influenzarli in modo consapevole.

Concentrati sul problema e sulle azioni per superarlo

Quando siamo in sequestro emotivo o ancor prima di arrivarci, le emozioni possono già avere annebbiato la nostra mente non consentendo di vedere la possibile via d’uscita. In questi casi può essere utile la tecnica S.O.F.T. (vedi l’articolo Parti dal desiderio ma individua il tuo obiettivo).

Prendi le distanze

Stai lontano da chi per te è pungolo all’irritazione. In genere, creare una distanza fisica o temporale fra te e questa persona aiuta a calmare corpo e mente evitando la reazione a catena dell’amigdala.

Respira profondamente

E’ la prima cosa da fare! E’ una tecnica semplice e sottovalutata ma molto utile nella gestione dello stress emotivo.  Quando la reazione dell’amigdala è attiva, la tua respirazione diventa corta fino a divenire una vera e propria apnea. Respiri profondi e lunghi permettono di ristabilire equilibrio tra la sfera emotiva e quella razionale.

Esplora nuovi punti di vista

Appena hai recuperato un certo controllo, esplora la questione da angolature diverse soprattutto dal punto di vista dell’altro. L’ascolto di te e dell’altro è alla base di una risoluzione costruttiva del conflitto.

5. Sospendere la re-azione: ascoltare le proprie ed altrui emozioni

Nel conflitto è bene saper gestire tanto la propria emotività come quella altrui. Sviluppare consapevolezza della propria emotività aiuta a comprendere quella altrui..

Governare le emozioni consente di non esserne travolti ed aumenta le possibilità di risoluzione del conflitto. Nel caso di emozioni come la rabbia, è bene non farsi influenzare dall’aggressività dell’altro. In tal senso, può essere utile non fissarsi sulle singole parole o quanto accaduto nel passato.

Sarebbe bene imparare a verbalizzare il proprio stato emotivo in una modalità pacata, sicura, consapevole. In queste situazioni , la fretta può essere una cattiva consigliera!

Particolare attenzione merita l’uso dei social media, piuttosto che e-mail o SMS; soprattutto se redatte in modo impulsivo e poco controllato. Una buona pratica è  scrivere il messaggio ma far passare 24 ore prima di inviarlo affinché questo possa essere riletto con mente più lucida.

In genere,  in ogni situazione di forte tensione emotiva è bene prendersi del tempo prima di (re) agire. In particolare, la verbalizzazione del proprio stato emotivo migliora la trasparenza ed aiuta a non cadere nel sequestro emotivo.

5.1. Il modello Iceberg

Nelle relazioni spesso ci focalizziamo sui comportamenti e parole dell’altro senza chiederci le cause di quella reazione.

Gran parte di ciò che costituisce una persona e che governa le sue azioni rimane prevalentemente celato. Possiamo paragonarlo alla parte nascosta di un iceberg che giace sotto la superficie del mare, tranquilla, a sostenere la parte emersa.

Solo guardando “sotto la superficie” della persona con cui ci relazioniamo (cercando di cogliere i suoi timori, valori, interessi, bisogni) riusciamo a comprenderla pienamente nel momento conflittuale.

Ciò non implica essere (o atteggiarsi a) psicoterapeuta bensì adottare un tipo di ascolto attivo, (quando non empatico), per meglio comprendere l’altro.

Questo tipo di ascolto ci aiuta non solo a chiederci cosa spinge quella persona a quel comportamento ma anche nel conoscere meglio noi stessi di fronte a situazioni conflittuali.

Il modello Iceberg

5.2. Ascolto Empatico

Empatia deriva dal greco ed è una parola composta da en “dentro” e –patia “sofferenza”. In generale, la capacità di comprendere lo stato d’animo e la situazione emotiva di un’altra persona, in modo immediato, prevalentemente senza ricorso alla comunicazione verbale.

E’ una capacità sviluppata  attraverso i cosiddetti neuroni a specchio ed è fondamentale per creare delle relazioni interpersonali profonde e gratificanti.

Quando parliamo di Ascolto Empatico? Quando si ascolta e si comprende lo stato d’animo dell’altro senza, però, farlo divenire proprio (diversamente, non saremmo di alcun aiuto all’altro e a noi stessi!).

Questo tipo di ascolto può essere visto come una comprensione senza giudizio. In questo modo si intuisce come nelle situazioni di carattere conflittuale l’ascolto empatico sia un’importante risorsa che permette una migliore comunicazione tra le parti in gioco.

A scanso di equivoci, è bene precisare che tale ascolto non implica essere d’accordo con quanto l’altro dice bensì mettersi in condizione di comprendere l’altro dal punto di vista emotivo e cognitivo.

Le seguenti domande possono essere utili allo scopo:

  • Cos’è che mi / gli  da fastidio?
  • Quali sono i miei / suoi pensieri o sentimenti a riguardo?
  • Quali sono i miei / suoi bisogni? Sono soddisfatti?
  • Cosa desidero io / lui concretamente?
  • Qual è il mio / suo obiettivo?

Affinché siano efficaci è bene porre queste domande all’inizio di una conversazione volta alla risoluzione del conflitto.

6. Conclusioni

In un conflitto, ciò che guida i comportamenti e le parole, raramente è frutto di un processo razionale. Anche se apparentemente si discute per beni o argomenti concreti, il conflitto sottostante è spesso legato ai bisogni insoddisfatti. Solo se ci interessiamo genuinamente a ciò che muove l’altra parte ad una precisa azione, riusciremo a comprenderla appieno nella situazione conflittuale.

Nella quotidianità, la nostra volontà oscilla spesso fra il tentativo di voler sopprimere le emozioni e il tentativo di dar loro sfogo in modo incontrollato.

Conseguenza: le emozioni si manifestano comunque sotto altre spoglie (es.: polemica, demotivazione, malattie) o, ancora, in modo violento ed inaspettato.

Per controllare le proprie “trappole emotive” è necessario prenderne consapevolezza osservando quando e come ciò avviene.

Occorre imparare a fermarsi al fine di prendere una distanza fisica, temporale ed emotiva per potersi concentrare sul problema al fine di individuare le possibili soluzioni e le azioni per realizzare quanto voluto.

Il pensiero negativo come strategia difensiva

Il pensiero negativo può essere una valida strategia difensiva? Dopo una breve introduzione al tema, si passerà in rassegna i principali pensieri negativi e si concluderà con i rischi che questa strategia comporta.


Secondo Julie K.Norem, professoressa di psicologia al Wellesley College- Massachussets, studiosa dell’argomento e trattato nel suo libro: “The positive power of negative thinking”, il pensiero negativo è il risultato del “pessimismo difensivo”.

Razionalmente apprendiamo come gestire al meglio situazioni e persone ma la nostra mente subcosciente ci ostacola lanciando pensieri negativi che son stati fatti propri in passato, quando eravamo piccoli. A chi/cosa si riferiscono ed a che scopo li conserviamo?

Le convinzioni possono essere relative a se stessi, agli altri (la mia collega non capisce niente), alle astrazioni (i soldi sono una cosa sporca), al futuro(qui non cambierà mai niente), al passato (mia mamma non mi voleva abbastanza bene), ai luoghi (oggi viaggiare non è sicuro).

Questi pensieri spesso sono il frutto di una valutazione “parziale” della realtà (in proposito, si veda questo articolo) e creano emozioni come paura, ansietà, rabbia, gelosia… in cui si nasconde una strategia difensiva.

Per esempio, il pensiero “sono stupido”, riduce le proprie aspettative e gli eventuali errori non saranno considerati così traumatici, come magari è accaduto in passato. Inoltre, mette a riparo dalle aspettative altrui: siccome lo dichiaro, se fallissi nessuno potrà rinfacciarmelo!

I principali pensieri negativi

Di seguito, alcuni pensieri negativi usati come strategia difensiva.


Su se stessi.

Si sviluppa se da bambino il concetto di sé è stato messo a dura prova. Si manifesta con la bassa considerazione di sé così che nessuno possa aspettarsi nulla e si abbia la giustificazione per evitare rischi e mantenere l’accettazione da parte degli altri. Es.: “sono stupido, non valgo nulla sono la pecora nera” oppure “ho sempre ragione” (strategia protettiva di superiorità).

Sugli altri.

Nascondono la paura di rendersi vulnerabili al rifiuto degli altri e spostano così su di loro la responsabilità di cambiare. Es.: “la gente pensa solo a se stessa”, “non mi ascolti mai”, “sono tutti egoisti…”.

Sul mondo.

Se i bisogni di sicurezza del bambino non sono stati soddisfatti potrà percepire il mondo come un posto poco sicuro che frenerà la capacità di assumersi rischi in età adulta. Es.: “nella vita ci son solo problemi, non ci sono opportunità,…”.

Sul futuro

Hanno la funzione di proteggerci dal fallimento, preparano alla sindrome Cassandra, servono ad adottare un comportamento compensatorio di perfezionismo e preoccupazione permanente. Es.: “so che no ce la farò, non troverà mai la persona della mia vita, non ho mai tempo per fare le cose che mi interessano…”.

Sul passato

Servono a proteggerci dall’assunzione di responsabilità in quanto la causa di tutti i nostri mali risiede nel passato che determina il mio presente. Es.: “l’insegnante x mi ha rovinato la vita”, “i genitori mi hanno ostacolato”, “i colleghi erano contro di me…”.

Quali rischi?

Adottare il pensiero negativo come strategia difensiva riduce le possibilità di restare delusi ma anche di ottenere risultati importanti! Chi usa questa strategia, in realtà, non si prepara a raggiungere i suoi obiettivi bensì a governare le proprie paure e ad evitare (ulteriori) colpi alla propria autostima. E’ comprensibile ma non aiuta a volare.

Prendersi cura di sé ed acquisire nuovi punti di vista volti ad elaborare una strategia alternativa al pessimismo difensivo è il modo per emanciparsi da certi limiti e liberare le proprie potenzialità (in proposito, si veda questo articolo) per una vita più ricca.

Vuoi migliorare la performance? Sii responsabile!

Il miglioramento della performance è, prima di tutto, assunzione di responsabilità. Solo un individuo (o un’organizzazione) che sceglie di essere abile a rispondere può governare – e non subire – il proprio destino.

Il significato di performance non è univoco; in taluni dizionari si limita ad esser definita come l’esecuzione di un compito ma questo non ci porterebbe ad un’azione diversa dal “fare per fare” invece che orientata ad un risultato atteso perché programmato.

In questo articolo, assumiamo che la performance per un individuo è il contributo che apporta attraverso la propria azione volta al raggiungimento di un risultato prefissato. Ma attenzione! Consiste nell’andare oltre a ciò che ci si aspetta, è espressione del proprio potenziale.

Da cosa dipende la performance?

Timothy Gallwey, considerato il padre del coaching moderno insieme a John Withmore, nel libro “Il gioco interiore del tennis” offre la formula della performance:

p = P – i

ovvero, la performance è uguale al Potenziale meno le interferenze.

Si evince che la performance è sempre più piccola del potenziale, in quanto esistono delle interferenze che impediscono a questo di esprimersi al massimo.

Interferenze: quali sono e come contrastarle?

Le interferenze possiamo definirle come “un segnale” di disturbo indesiderato che si sovrappone sul segnale utile. Le possiamo distinguere in:

– Interferenze esterne
– Interferenze interne
.

Le interferenze esterne sono quelle che dipendono da circostanze sulle quali non abbiamo controllo. Tuttavia,
possiamo contrastarle modificando la nostra risposta ad esse assumendo un atteggiamento diverso (es.: lo sciopero dei mezzi pubblici non dipende da me ma posso adoperarmi per informarmi prima invece di infuriarmi).

Le interferenze interne, invece, sono quelle che dipendono unicamente da noi, e su cui, dunque, abbiamo il controllo e quindi la piena responsabilità (es.: se mi lascio distrarre sovente dalle notifiche dei social sul mio smartphone… oppure, mi convinco di non essere all’altezza di quel compito od obiettivo).

Come e perché ridurre le interferenze?

Tutte le interferenze interne sono frutto delle nostre convinzioni e, generalmente, sono ciò che fa la vera differenza tra un obiettivo mancato ed uno raggiunto. Cosicché, controllando le interferenze interne, ovvero l’atteggiamento mentale (in proposito, si veda l’articolo “Sfiga? No! E’ l’approccio che non va“), è possibile minimizzarle per ottenere performance più alte per obiettivi più ambiziosi.

Se è vero che p = P – i ,

è chiaro che più si riducono le interferenze, più la performance si avvicina al potenziale.

Senza responsabilità non c’è performance e… cambiamento

La piena espressione del proprio potenziale richiede che la persona si assuma la totale responsabilità di un’azione, che la senta sua.

La domanda che un manager, un leader, un professionista dovrebbero porsi è: con quanta efficacia desidero che sia eseguito un compito? A quale livello di performance punto?
E ciò che dovrebbe maggiormente preoccupare non è la concorrenza, bensì il gap tra potenziale e performance e attivarsi per colmarlo. 

Per portare la performance a livello del potenziale occorre “responsabilità”, che consente di tenere a bada le interferenze. Il coinvolgimento e la fiducia aiutano. Far assaggiare il prodotto alimentare all’addetto che lo produce, genera un primo controllo di qualità e la consapevolezza di quanto questo possa esser migliorato.

La performance non è un esercizio fine a se stesso bensì lo strumento per generare un cambiamento duraturo e che non può avvenire se non ci si assume l’onere della piena responsabilità, ossia la volontà di governare questo processo.

Il cambiamento è il vero lavoro di ogni giorno ed è nel qui ed ora. Esso non è una singola transazione bensì un viaggio che ha uno specifico punto di partenza (la situazione attuale) ed una destinazione (obiettivo o situazione ideale); la performance ne misura lo stato d’avanzamento.

Le 3 gambe per generare cambiamenti duraturi

Quindi, per produrre i cambiamenti straordinari occorre concentrarsi sulla performance? Sì, ma non è sufficiente. Oltre alla responsabilità (che è manifestazione di volontà e premessa del cambiamento), occorre prendersi cura anche dell’apprendimento e del piacere. Una persona o un’organizzazione che trascurasse la conoscenza ed il piacere a fare qualcosa finirebbe prima o poi per inficiare la prestazione e di conseguenza il risultato che è manifestazione del cambiamento.
Se la responsabilità è il sedile, la performance, l’apprendimento ed il piacere sono le tre gambe di uno sgabello solido per generare cambiamenti duraturi.

Sfiga? No! E’ l’approccio che non va.

La “sfiga”, sovente, è il frutto di un’approccio mentale non costruttivo che limita le nostre opportunità. Il pessimismo è una scelta e per superarlo, il primo passo, è rendersene conto. Come?

Per diventare più consapevoli dei nostri pensieri limitanti e dei relativi schemi non dobbiamo far altro che ascoltare ciò che (ci) diciamo.


A volte ci etichettiamo come incapaci, indegni di essere amati… e con questi pensieri negativi scateniamo in noi delle emozioni (ad es.: ansia, frustrazione, rabbia,…) che si rivelano poco produttive in quanto vediamo il mondo circostante come qualcosa di avverso a noi limitando le opportunità per rendere migliore la nostra vita.

Di seguito, alcuni schemi di pensiero limitante che spiegano in che modo la mente distorce la percezione di circostanze ed eventi attorno a noi facendoci dare un’interpretazione per nulla obiettiva.

1 . Ricorso eccessivo alla generalizzazione.

 Può condurre ad una visione molto restrittiva della vita. Se vedi una donna avere un’improvvisa reazione emotiva ed arrivi alla conclusione che tutte le donne si agitano per un nonnulla allora rischi di acquisire uno schema riduttivo che penalizzerà la qualità delle tue relazioni con le donne. Riconosci l’uso dello schema dall’impiego di un linguaggio che ricorre ad espressioni tipo: “qualsiasi”, “tutti”, “nessuno”.


2. Bianco o Nero. 

E’ quando vedi solo gli estremi perdendo di vista le sfumature che accompagnano ogni interpretazione.. Esiste solo: bello o brutto, intelligente o scemo,…Riconosci che stai usando questo schema per il ricorso eccessivo ad avverbi quali “sempre”, “mai”.

3. Filtro mentale.

E’ la tendenza a focalizzarsi su un elemento, solitamente negativo, escludendo gli altri. Il singolo dettaglio diviene chiave di lettura di tutto il contesto. Il capo fa dei complimenti ed aggiunge una richiesta; noi la interpretiamo come una nostra mancanza e ci rimuginiamo sopra dimenticandoci degli elogi ricevuti.

4. Personalizzazioni.

E’ quando si fanno delle comparazioni, favorevoli o sfavorevoli, verso se stessi. Il metro di giudizio del nostro valore sono gli altri (“è più bella di me” / “sono più intelligente io”). Un altro tipo di personalizzazione è quando si diviene la causa di tutto quanto accade intorno a noi (il team dei venditori rischia di non raggiungere gli obiettivi mensili e noi ci leggiamo una critica al nostro operato).

5. Etichettare.

Mettere etichette aiuta ad incasellare (se stessi) e gli altri. Il limite è che impedisce di vedere le persone (e noi stessi) in tutta la propria varietà.

6. L'(ab)uso del verbo dovere.

Lascia intendere una mentalità rigida, basata su regole che devono essere eseguite (es.: non si deve parlare degli assenti). Le regole sono giuste ed indiscutibili, base per giudizi inappellabili: se un marito ritiene che la moglie deve essere sempre rintracciabile al cellulare durante il giorno, se non lo fosse è poco amorevole. Lo stesso schema può essere applicato a se stessi e sarebbe ancor più duro (es.:per esser un buon figlio devo chiamare mia madre tre volte al giorno).

Conclusione

I nostri pensieri influenzano le nostre azioni e di conseguenza i risultati che otteniamo.
Pensieri “limitanti” portano a risultati insoddisfacenti e questo accade perché i pensieri che sviluppiamo circa noi stessi e le nostre abilità, influenzano le nostre convinzioni e di conseguenza il livello di risorse interiori a cui possiamo attingere.

Gli step elencati sopra sono utili, sebbene non esaustivi, per monitorare i propri schemi mentali e rivederli in funzione di ciò che massimizza il nostro potenziale.

Acquisire nuovi punti di vista (che è quanto offre il coaching) è come dotarsi di nuovi ed utili strumenti con cui operare nella vita, professionale e personale, in modo più efficace. Come diceva A. Maslow “Se l’unico strumento che hai in mano è un martello, ogni cosa inizierà a sembrarti un chiodo”.