Le emozioni nel conflitto: che ruolo giocano?

Le emozioni nel conflitto sono state spesso sottovalutate malgrado ciò giocano un ruolo tutt’altro che secondario: sono determinanti tanto nell’attivare come nel risolvere i conflitti.

Queste, non sono di per sé giuste o errate, buone o cattive ma sono semplicemente segnali importanti che aiutano a conoscersi meglio e ad orientarsi nella vita. Tuttavia, alcune emozioni (rabbia, gelosia, invidia, per citarne alcune) possiedono una natura endemicamente distruttiva per le relazioni e per la relativa energia vitale.

Nei conflitti, spesso si incontrano differenti emozioni distruttive; la rabbia è tra queste. Sebbene se ne farebbe volentieri a meno, questa fornisce dei segnali e delle informazioni importanti nella gestione del conflitto.

Divenire consapevoli del proprio stato emotivo aiuta ad acquisire la guida dei propri comportamenti e parole evitando di essere in balia di emozioni distruttive.

I punti trattati nell’articolo sono:

  1. Emozioni: cosa sono e come si distinguono
  2. Ragione versus Emozione.
  3. Il ruolo dell’amigdala
  4. Come controllare l’amigdala
  5. Sospendere la re-azione: ascoltare le proprie ed altrui emozioni
    1. Il Modello Iceberg
    2. Ascolto Empatico
  6. Conclusioni

1. Emozioni: cosa sono e come si distinguono.

Le emozioni sono un elemento per entrare in relazione tra l’organismo e il proprio contesto (fisico e/o sociale) e sono in grado di mediare costantemente il flusso degli eventi e la nostra condotta.

Le emozioni possiamo distinguerle in innate, acquisite e programmate.

Le innate si caratterizzano per essere regolate da  processi biologici, pre–codificati e automatici,  stereotipati e predeterminati. Sebbene non esista accordo sul numero delle emozioni, si è ragionevolmente concordi che le principali siano: disgusto, felicità, rabbia, paura e tristezza.

Le acquisite, lo sono attraverso l’esperienza. Questa costruzione avviene  principalmente attraverso un sistema di rinforzi (positivi o negativi) derivanti dall’ambiente circostante. Il bimbo rimproverato dal genitore proverà la stessa emozione tutte le volte che qualcuno adotterà quel linguaggio verbale e paraverbale.

Le programmate attengono al contesto socio-culturale; ad esempio, ogni evento sociale come un funerale, un concerto, un matrimonio ci predisporrà ad una reazione specifica (dolore, euforia, gioia,…).

Un’importante funzione delle emozioni è quello di rendere la reazione dell’individuo la più rapida possibile. Questo è importante perché in alcuni casi potrebbe rivelarsi maggiormente utile una risposta immediata e non riflessiva.

Quando la persona diviene consapevole dell’emozione allora questa diviene un sentimento.

2. Ragione versus Emozione.

Dopo questo breve excursus sulle emozioni, che ruolo giocano le emozioni nel conflitto?

Solitamente nei conflitti c’è la tendenza a considerare poco il peso delle emozioni. Questo è un atteggiamento errato considerando quanto la nostra componente irrazionale sia presente nelle situazioni conflittuali.

Infatti, non è la stessa cosa quando ci si trova in situazioni “normali”, lucidi e sereni, dove i nostri comportamenti sono governati in modo equilibrato sia dalla “testa” (ragione) sia dalla “pancia” (emozioni, sentimenti,…).

Quindi, prendere in considerazione le emozioni è utile al fine di avere informazioni più complete che facilitino la comprensione e la risoluzione del conflitto.

Quante volte vi è capitato di sorprendervi per aver reagito impulsivamente ad una frase o atteggiamento di qualcuno per poi pentirvi? Vi siete mai chiesti cosa spinge ad agire “fuori controllo”?

Se ne siete consapevoli allora siete entrati in contatto con l’amigdala: un sistema antico quanto l’essere umano e preposto alla sua protezione da agenti esterni.

Amigdala

3. Il ruolo dell’amigdala

L’amigdala è la parte centrale del sistema limbico, è il centro delle emozioni e quartier generale delle azioni a risposta rapida. Quando l’amigdala considera uno stimolo come pericoloso scatta l’allarme generale inviando stimoli al cervello che risponde con attacco, fuga, immobili..

Si capisce come il funzionamento dell’amigdala sia indispensabile per garantire la sopravvivenza nei momenti di pericolo immediato. Però, l’amigdala riceve messaggi non solo di natura sensoriale bensì anche emozionali, rispondenti a stimoli esterni ma anche interni ossia indotti dal proprio pensiero. Ciò significa che la nostra mente è capace di creare un pericolo che viene vissuto come tale dal nostro corpo anche se non reale!

L’amigdala di per sé non effettua valutazioni sofisticate sul tipo di pericolo: è programmata per allarmare il corpo affinché questo reagisca rapidamente, anche in presenza di un falso allarme.

A volte, questo automatismo ci fa sentire impotenti perché percepito come incontrollabile ma non è così, ogni individuo può controllarla acquisendo maggiore consapevolezza di sé che “aiuta” l’amigdala ad attivarsi solo quando veramente necessario, riconoscendo le emozioni in gioco e lasciando al cervello di analizzarle.

Come? Di seguito, alcuni suggerimenti pratici su come gestire l’amigdala.

4. Come controllare l’amigdala.

Di seguito, alcuni aspetti da tenere in considerazione se si vuole rendere l’emozione una preziosa alleata in un conflitto.

Fai attenzione alle trappole emotive

In questo caso è importante riconoscere le situazioni ricorrenti che ci mandano in sequestro emotivo o, se preferisci, “fuori di testa”. Questo ci consente di non essere colti di sorpresa e di generare uno spazio di manovra far stimolo e risposta.

Per aiutarti, prova a ricordare  alcuni recenti episodi in cui sei andato in sequestro emotivo: cosa hanno in comune questi episodi? Quali sono i primi sintomi che percepisci?Quale azione o parola introdotta nel tuo dialogo interiore potrebbe essere utile per “liberarti”

Ascolta il tuo dialogo interno

Cosa significa? Divenire consapevoli dei pensieri che “frullano” nella testa e ascoltarli ma da una certa distanza, come se ti stessi osservando. Tu no sei i tuoi pensieri quindi sei in grado di influenzarli in modo consapevole.

Concentrati sul problema e sulle azioni per superarlo

Quando siamo in sequestro emotivo o ancor prima di arrivarci, le emozioni possono già avere annebbiato la nostra mente non consentendo di vedere la possibile via d’uscita. In questi casi può essere utile la tecnica S.O.F.T. (vedi l’articolo Parti dal desiderio ma individua il tuo obiettivo).

Prendi le distanze

Stai lontano da chi per te è pungolo all’irritazione. In genere, creare una distanza fisica o temporale fra te e questa persona aiuta a calmare corpo e mente evitando la reazione a catena dell’amigdala.

Respira profondamente

E’ la prima cosa da fare! E’ una tecnica semplice e sottovalutata ma molto utile nella gestione dello stress emotivo.  Quando la reazione dell’amigdala è attiva, la tua respirazione diventa corta fino a divenire una vera e propria apnea. Respiri profondi e lunghi permettono di ristabilire equilibrio tra la sfera emotiva e quella razionale.

Esplora nuovi punti di vista

Appena hai recuperato un certo controllo, esplora la questione da angolature diverse soprattutto dal punto di vista dell’altro. L’ascolto di te e dell’altro è alla base di una risoluzione costruttiva del conflitto.

5. Sospendere la re-azione: ascoltare le proprie ed altrui emozioni

Nel conflitto è bene saper gestire tanto la propria emotività come quella altrui. Sviluppare consapevolezza della propria emotività aiuta a comprendere quella altrui..

Governare le emozioni consente di non esserne travolti ed aumenta le possibilità di risoluzione del conflitto. Nel caso di emozioni come la rabbia, è bene non farsi influenzare dall’aggressività dell’altro. In tal senso, può essere utile non fissarsi sulle singole parole o quanto accaduto nel passato.

Sarebbe bene imparare a verbalizzare il proprio stato emotivo in una modalità pacata, sicura, consapevole. In queste situazioni , la fretta può essere una cattiva consigliera!

Particolare attenzione merita l’uso dei social media, piuttosto che e-mail o SMS; soprattutto se redatte in modo impulsivo e poco controllato. Una buona pratica è  scrivere il messaggio ma far passare 24 ore prima di inviarlo affinché questo possa essere riletto con mente più lucida.

In genere,  in ogni situazione di forte tensione emotiva è bene prendersi del tempo prima di (re) agire. In particolare, la verbalizzazione del proprio stato emotivo migliora la trasparenza ed aiuta a non cadere nel sequestro emotivo.

5.1. Il modello Iceberg

Nelle relazioni spesso ci focalizziamo sui comportamenti e parole dell’altro senza chiederci le cause di quella reazione.

Gran parte di ciò che costituisce una persona e che governa le sue azioni rimane prevalentemente celato. Possiamo paragonarlo alla parte nascosta di un iceberg che giace sotto la superficie del mare, tranquilla, a sostenere la parte emersa.

Solo guardando “sotto la superficie” della persona con cui ci relazioniamo (cercando di cogliere i suoi timori, valori, interessi, bisogni) riusciamo a comprenderla pienamente nel momento conflittuale.

Ciò non implica essere (o atteggiarsi a) psicoterapeuta bensì adottare un tipo di ascolto attivo, (quando non empatico), per meglio comprendere l’altro.

Questo tipo di ascolto ci aiuta non solo a chiederci cosa spinge quella persona a quel comportamento ma anche nel conoscere meglio noi stessi di fronte a situazioni conflittuali.

Il modello Iceberg

5.2. Ascolto Empatico

Empatia deriva dal greco ed è una parola composta da en “dentro” e –patia “sofferenza”. In generale, la capacità di comprendere lo stato d’animo e la situazione emotiva di un’altra persona, in modo immediato, prevalentemente senza ricorso alla comunicazione verbale.

E’ una capacità sviluppata  attraverso i cosiddetti neuroni a specchio ed è fondamentale per creare delle relazioni interpersonali profonde e gratificanti.

Quando parliamo di Ascolto Empatico? Quando si ascolta e si comprende lo stato d’animo dell’altro senza, però, farlo divenire proprio (diversamente, non saremmo di alcun aiuto all’altro e a noi stessi!).

Questo tipo di ascolto può essere visto come una comprensione senza giudizio. In questo modo si intuisce come nelle situazioni di carattere conflittuale l’ascolto empatico sia un’importante risorsa che permette una migliore comunicazione tra le parti in gioco.

A scanso di equivoci, è bene precisare che tale ascolto non implica essere d’accordo con quanto l’altro dice bensì mettersi in condizione di comprendere l’altro dal punto di vista emotivo e cognitivo.

Le seguenti domande possono essere utili allo scopo:

  • Cos’è che mi / gli  da fastidio?
  • Quali sono i miei / suoi pensieri o sentimenti a riguardo?
  • Quali sono i miei / suoi bisogni? Sono soddisfatti?
  • Cosa desidero io / lui concretamente?
  • Qual è il mio / suo obiettivo?

Affinché siano efficaci è bene porre queste domande all’inizio di una conversazione volta alla risoluzione del conflitto.

6. Conclusioni

In un conflitto, ciò che guida i comportamenti e le parole, raramente è frutto di un processo razionale. Anche se apparentemente si discute per beni o argomenti concreti, il conflitto sottostante è spesso legato ai bisogni insoddisfatti. Solo se ci interessiamo genuinamente a ciò che muove l’altra parte ad una precisa azione, riusciremo a comprenderla appieno nella situazione conflittuale.

Nella quotidianità, la nostra volontà oscilla spesso fra il tentativo di voler sopprimere le emozioni e il tentativo di dar loro sfogo in modo incontrollato.

Conseguenza: le emozioni si manifestano comunque sotto altre spoglie (es.: polemica, demotivazione, malattie) o, ancora, in modo violento ed inaspettato.

Per controllare le proprie “trappole emotive” è necessario prenderne consapevolezza osservando quando e come ciò avviene.

Occorre imparare a fermarsi al fine di prendere una distanza fisica, temporale ed emotiva per potersi concentrare sul problema al fine di individuare le possibili soluzioni e le azioni per realizzare quanto voluto.

Parti dal Desiderio ma individua il tuo Obiettivo.

Partire dal desiderio è utile ma individuare un obiettivo è meglio! Affinché la fantasia divenga realtà occorre che all’idea segua l’azione.

Il desiderio è un potente motore ma va avviato altrimenti si resterà dove si è già. Questo, è alla base delle nostre scelte: più forte lo sentiamo più ci attiveremo per realizzarlo.
Allora, a cosa serve fissare degli obiettivi se il desiderio è così potente? L’obiettivo ci da un destino, ci fa fissare dei risultati e ci obbliga a porre in essere azioni affinché la nostra vita sia piena di soddisfazione.

La “filosofia” e le tecniche qui esposte sono in parte note ed in parte inedite. Vogliono essere un supporto per chi brancola nel buio e cerca di dare una direzione alla propria vita affinché sia piena di soddisfazioni.

Dopo aver definito (e distinto) il desiderio dall’obiettivo, tratteremo di 3 metodi utili a pianificare e raggiungere le proprie mete.

Il Desiderio

E’ una parola che deriva dal latino e risulta composto dalla preposizione de- che in latino nega e dal termine sidus che significa, letteralmente, stella. Desiderare significa letteralmente “mancanza di stelle”. Nell’accezione corrente possiamo intenderlo come una mancanza e, di conseguenza, come sentimento di ricerca.

Il desiderio vola via, ma cosa rimane?

Decidere di realizzare il nostro desiderio (se preferite, anche sogno o proposito) implica razionalizzare ciò che inizialmente non lo è. Infatti, i desideri traggono origine dall’irrazionale e le emozioni sono una componente rilevante nella loro formazione.

Decidere (etimologia: tagliar via, mozzare, definire) significa scegliere. Chi decide prende una strada piuttosto che un’altra e si focalizza sul percorso scelto. Decidere non solo è utile: libera la mente, fa abbandonare fardelli che condizionano il nostro cammino o, addirittura, lo impediscono.

Avere un desiderio è relativamente semplice, porsi un obiettivo è possibile, raggiungerlo è la parte più difficile: la chiave di volta è crederci.

L’Obiettivo

Fissare e raggiungere un obiettivo, indipendentemente se semplice o complesso, è un viaggio che implica un’attenta pianificazione che riguarda il cosa vogliamo, come lo otterremo e – non ultimo – perché lo vogliamo. In questa analisi non può mancare l’attenzione ai propri limiti, alle risorse necessarie, così come alle successive modifiche ed integrazioni che possono verificarsi durante il percorso e alla motivazione che spinge ad agire.

Fissare e raggiungere l’obiettivo

Obiettivo è un termine con diversi significati: equanimità, imparzialità, un sistema di lenti, uno scopo militare, una meta che si vuole raggiungere. Chi scrive, trova convincente questa: qualcosa realizzato attraverso un come e che ha un senso (e ne trae forza) grazie ad un perché.

E’ opportuna una distinzione linguistica di fondamentale importanza per far ordine nelle nostre credenze. Sogno, proposito, desiderio, appaiono sinonimi di obiettivo ma sono privi di quell’elemento che trasforma l’invisibile in visibile:l’azione.

La domanda che molti si pongono è: come posso raggiungere i miei obiettivi? Nei paragrafi successivi si spiegherà come costruire un obiettivo efficace partendo dal desiderio.

Come costruire un Obiettivo ?

Quando parliamo di obiettivi non possiamo, quindi, far a meno di includere l’azione senza della quale qualunque aspettativa rimarrebbe tale. Detto in altro modo, se vuoi concretizzare, agisci!

Affinché l’azione sia efficace, occorre che lo scopo sia ponderato e ragionato, che consideri le diverse variabili, e sia definito per potere essere realizzato. Premesso ciò, in concreto che si fa?

Per aiutarci in questo lavoro, ci avvaliamo di alcuni metodi presentati con gli acronimi di SMART, PEPSI e SOFT.

SMART

E’ stato sviluppato da Peter Drucker nel 1954, come parte integrante della filosofia di gestione aziendale MBO (Management by Objectives). Si tratta di un sistema per la definizione degli obiettivi, che vengono messi al primo posto rispetto alle attività necessarie per il loro raggiungimento. Per stabilire se gli obiettivi sono validi, sono stati definiti 5 criteri, che corrispondono ai termini anglosassoni che compongono l’acrostico S.MA.R.T. (precisiamo che alcune lettere sono soggette a cambi; ad es.: la A, che può essere iniziale di Achievable o la R di Realistic).

L’acrostico SMART
  • S = Specific (Specifico). Un obiettivo deve essere il più possibile chiaro, preciso, semplice da ricordare. Evita termini vaghi e generici, usa parole specifiche (es.: “voglio dimagrire di 5 Kg” è più specifico di “voglio dimagrire”)
  • M = Measurable (Misurabile). Quantifica le attività che servono a raggiungere il tuo obiettivo in modo da poter misurare il suo raggiungimento (es.: uso scala di valori; percentuali,…). Talvolta è difficile ma aiuta ad andare oltre un semplice buon proposito
  • A = Attainable (Raggiungibile). Datti obiettivi ragionevolmente realizzabili e accertati a chi spetta farlo. Basati sulle risorse (culturali, finanziarie, fisiche,…) che hai ora. Se si esagera può capitare che si cada un frustrazione (es.: pretendere di diventare il primo ballerino della Scala in 1 anno non è credibile!).
  • R = Relevant (Rilevante). Deve essere sentito come importante, la sua realizzazione segna una svolta nella propria vita. Motiva, implica del rischio, fa uscire dalla zona di comfort.
  • T = Time-Based (Temporizzabile). Definisci le tue attività secondo un piano di programmazione con scadenze precise entro il quale l’obiettivo dovrà essere raggiunto (es.: voglio dimagrire di 6 kg nei prossimi 6 mesi e mi impegno a perdere 1 Kg al mese seguendo la dieta assegnatami dal mio nutrizionista).

PEPSI

Un obiettivo che ha una forte componente emotiva aiuta il nostro cervello a mantenersi focalizzato su ciò che c’è da fare. Per esempio, ti è mai capitato di essere così assorto in quel che fai da dimenticare un appuntamento?

La componente razionale (SMART) ci indica il punto di arrivo ma è la parte emotiva che ci sprona a raggiungerlo anche quando le cose non vanno come avevamo programmato.

Con l’acronimo PEPSI carichiamo di motivazione il nostro obiettivo. Di seguito, il significato di ciascuna lettera.

  • P = Positivo. L’obiettivo va espresso in forma positiva e non con termini di negazione. Devo dire cosa voglio ottenere e NON cosa voglio evitare. Es.: “Voglio fidelizzare i clienti” funziona meglio di “Non voglio perdere clienti”.
  • E = Emozionale. Nel fissare l’obiettivo abbi cura di caricarlo di emozioni che vanno verso il piacere (e non il dolore) di ciò che ci apprestiamo a fare.
  • P = Presente. Occorre usare il tempo presente quando stabiliamo il tuo obiettivo. Devi sentirlo importante oggi e non domani altrimenti rischi di procrastinare.
  • S = Sensoriale. L’obiettivo va percepito a livello dei 5 sensi. Es.: il nuotatore che prepara la gara immaginando il momento del tuffo, il rumore al contatto dell’acqua, l’odore del coloro, la vista del fondo vasca,…
  • I = Immaginativo. E’ utile visualizzare sia il percorso che il risultato finale, come se si trattasse di un film. Riprendendo l’esempio del punto precedente, il nuotatore che immagina la sua gara dal momento del tutto fino al podio.

SOFT

Shoma Morita, psicologo giapponese contemporaneo di Freud, diceva: “Prefiggetevi un obiettivo chiaro, accettate le emozioni e i pensieri che suscita in voi, e poi fate ciò che va fatto” .

La tecnica SOFT serve a non procrastinare l’azione. Dopo aver analizzato gli obiettivi dal punto di vista razionale (SMART) ed emotivo (PEPSI) può capitare di rimanere…fermi.

Fare quello che va fatto è la “scossa” per uscire dalla zona di comfort ed attivarsi per produrre quei risultati che sono nati sotto forma di desideri.

Soft non inconsistenti
  • S = Stop! Non continuare a girare senza senso come un criceto corre sulla ruota; non serve: fermati! I pensieri invalidanti, le azioni senza direzione, non apporteranno miglioramenti nella tua vita. Molla i pesi superflui: calmati, ascoltati (vedi PEPSI), “riallineati” con il tuo scopo e poi…
  • O = Ordina! Affrontare i problemi con gli stessi strumenti non farà cambiare i risultati. Riordinare le idee, fissare priorità, pianificare attività consente di orientare la direzione (vedi SMART), e poi…
  • F = Fai! Solo l’idea, anche se scritta, non ha il potere di cambiare nulla: occorre l’azione. Tendi a rinviare? Hai paura? Capita ma non indugiare troppo. Dagli errori si apprende e solo chi agisce ottiene ciò che desidera e rafforza la sua autostima. E poi…
  • T = Testa! Verifica che quanto fai ti stia portando dove tu vuoi. Diversamente, fermati e rivedi il percorso, scopri se ci sono valide alternative. Quando riprenderai il cammino, la tua meta sarà più chiara ed i tuoi passi… più sicuri.

Conclusioni

Chi vuole intraprendere un cambiamento – personale o professionale – deve comportarsi come il contadino che prima prepara il terreno, poi sceglie cosa seminare, poi semina, cura il raccolto e infine raccoglie i frutti.

Gli step che dovremmo seguire per ottenere i risultati auspicati sono:

  1. parti dal desiderio
  2. individua l’obiettivo che vuoi raggiungere
  3. supera le resistenze (interne ed esterne) ed attivati.

E ricorda…parti dal desiderio ma individua il tuo obiettivo!