SERVE USCIRE DALLA ZONA DI COMFORT?

Serve uscire dalla zona di comfort se, e solo se, vuoi apportare dei cambiamenti nella tua vita; altrimenti, resta dove sei… è meglio!

Ciò significa che, se la tua zona di comfort è un posto in cui stai bene, non devi lasciarla. Diversamente, se la tua esistenza è costellata da inappagamento e non ti sta bene, fallo ricordando che non è detto che tutto ciò che è nella tua zona di comfort vada buttato. Fai un’attenta analisi e cerca di capire cosa ti rende insoddisfatto. Leggi i paragrafi che seguono e scoprirai a cosa prestare attenzione per apportare i cambiamenti necessari volti a migliorare la tua vita. E’ da questa riflessione preliminare che potrai capire davvero se ti serve uscire dalla zona di comfort.

Cos’è la zona di comfort?

E’ uno spazio – fisico e/o mentale – in cui ci sentiamo sicuri, non rischiamo, ma nemmeno cresciamo. E’ un muro che abbiamo costruito intorno a noi, sostenuto dalle nostre abitudini quotidiane alimentate dal nostro modo di pensare. In genere, il pretesto perfetto per non fare, non rischiare, non crescere e, dulcis sin fundo, non vivere.

La professoressa e ricercatrice americana Brené Brown, autrice del Best Seller ” The Gifts of Imperfection, Daring Greatly, Rising Strong, Braving the Wilderness” descrive la zona di comfort come quello stato in cui le nostre vulnerabilità e incertezze sono ridotte al minimo, quell’area dove crediamo di avere già diritto ad amore, ammirazione, sicurezza… dove già sappiamo di avere un certo controllo sulle cose.

La zona di comfort non gode di buona fama. Alcune interpretazioni “spicciole” l’hanno ridotta ad una “palude” da cui venir via, costi quel che costi; invero, non sempre è così sbagliato restarci. Qualsiasi attività che si svolge in modo regolare tende a divenire, magari solo per un periodo, permanente. Quindi, piuttosto che dirti come uscire dalla zona di comfort faccio un breve ragionamento su: “serve uscire dalla zona di comfort?” Anticipo che, dal mio punto di vista, sarebbe più opportuno allargarla. Cosa voglio dire? Generare quella condizione per cui, senza rinunciare ad esplorare nuovi apprendimenti, si riduce potentemente il rischio di eccessivo stress o, peggio, di finire nel panico e chiudersi a guscio.

Quanto controlli la tua vita?

Nel citare Brené Brown, ho evidenziato in grassetto “avere un certo controllo sulle cose.” Trovo che questo sia un ottimo punto di partenza per stabilire se serve uscire dalla zona di comfort oppure no.

Un cambiamento fondamentale per il nostro mindset deve essere svolto in relazione al ruolo che ci diamo all’interno della nostra vita: spesso quando qualcosa non va come sperato la nostra prima reazione è quella di dare la colpa agli altri. Questo comportamento è svantaggioso perché senza rendercene conto ci preclude l’idea di poter influenzare quel che ci accade.

Al contrario, considerarsi responsabili è cruciale per iniziare a prendere le redini della nostra vita e migliorarla. Un semplice ed utile esercizio può essere chiedere ogni qual volta ci troviamo in una situazione nella quale non siamo felici: “cosa posso fare di diverso per cambiare questa situazione che non mi piace?” Scopriremo così che spesso i cambiamenti sono a portata di mano.

Se da un lato dobbiamo considerarci causa di quel che ci accade, dall’altro è importante imparare a lasciar andare ciò che non possiamo controllare.

Ordinare aiuta a decidere bene

Troppo spesso tralasciamo quello che potremmo migliorare e ci impuntiamo su quello che non possiamo cambiare. Per capire come modificare questo atteggiamento può esserti utile ordinare ciò che ti circonda, ripartendolo in tre aree:

  • La 1 è quella ove ci sono tutte le cose che puoi controllare direttamente (dalle abitudini alle scelte quotidiane).
  • La 2 riguarda le cose che puoi controllare solo in parte perché non sei l’unico attore che decide (qui rientrano tutte le relazioni).
  • La 3 è composta dalle cose sulle quali non abbiamo alcun controllo, per esempio i terremoti.

Immaginando il mondo che ci circonda suddiviso in queste aree possiamo imparare a gestirle, scegliere su quale concentrarci per il nostro benessere e decidere se serve uscire dalla zona di comfort.

Puntare sulla 3 non è mai una buona idea! Sono le altre due quelle nelle quali puoi agire per cambiare. Un esempio: immagina di rimanere bloccato in coda a causa di lavori in autostrada. Concentrandoti sull’area 3 ottieni solo rabbia e frustrazione ma se opti per le altre due… può andarti meglio! Spostandoti nella 1 puoi decidere come impiegare quel tempo in maniera produttiva (rispondere a messaggi di lavoro, leggere un romanzo,…), mentre optando per la 2 puoi fare due chiacchiere con il vicino in coda, magari migliorando la giornata di entrambi.

A cosa devi prestare attenzione

Fondamentalmente a tre cose. L’accettazione che ci siano cose che non puoi cambiare (almeno in quel momento). E’ il primo passo verso un mindset che, accettando la situazione avversa, la trasforma in un momento di apprendimento e crescita (che lezione ho imparato? Cosa mi è utile cambiare?).

Così come è bene lasciare andare ciò che non puoi controllare, tieni a mente che non è possibile cambiare le persone. Sono loro che devono prendere la decisione di intraprendere un percorso di cambiamento, e questa deve partire necessariamente dall’interno. Per questo la tua attenzione dovrebbe spostarsi da “come posso cambiare le persone” a “cosa spinge le persone al cambiamento”.

L’elemento comune in tutti i cambiamenti è sempre uno: le emozioni. Dato che le emozioni sono così importanti, impara a conoscerle, approfondirle e affrontarle. Troppo spesso nella nostra società ci viene detto di non mostrarle, ignorarle o farle scomparire, e questo è un errore: solo conoscendole puoi regolarle e mantenerne la forza e l’utilità di “molle” che spingono all’azione, al cambiamento e alla crescita personale.

Conclusioni

Allora, serve uscire dalla zona di comfort? Dipende. Se sei angustiato nel porto ove ti trovi e desideri raggiungere altri lidi, sì! Uscire dalla zona di comfort non è indolore perché richiede cambi di paradigmi che richiedono tempo ed impegno: non si fa in un giorno e, talvolta, nemmeno da soli.

La prima cosa da fare è assumersi la responsabilità di ciò che si vuole e farlo! E’ solo attraverso la responsabilità che condizioniamo l’esistente. Sei tu che decidi cosa va cambiato. Un’esercizio utile è ordinare la realtà che ti circonda distinguendo tra ciò che puoi e ciò che non puoi controllare (in tutto o in parte). Se ti intestardisci su ciò che non puoi controllare, che tu decida di restare o uscire dalla zona di comfort, la vita sarà ricca di frustrazioni.

Inoltre, accettare che ci siano cose e persone al di fuori del tuo controllo, sarà un passo importante verso il tuo cambiamento che sarà arricchito dall’ascolto e cura delle emozioni, le quali non ti diranno come il mondo è bensì come tu lo vedi. Feedback utilissimi per capire come ci stiamo approcciando al nostro contesto.

Ti lascio con questo augurio ripreso dalla scuola di filosofia stoica “la serenità di accettare le cose che non puoi cambiare, il coraggio di intervenire su quelle che puoi cambiare e la saggezza di distinguere le une dalle altre”.

Le emozioni nel conflitto: che ruolo giocano?

Le emozioni nel conflitto sono state spesso sottovalutate malgrado ciò giocano un ruolo tutt’altro che secondario: sono determinanti tanto nell’attivare come nel risolvere i conflitti.

Queste, non sono di per sé giuste o errate, buone o cattive ma sono semplicemente segnali importanti che aiutano a conoscersi meglio e ad orientarsi nella vita. Tuttavia, alcune emozioni (rabbia, gelosia, invidia, per citarne alcune) possiedono una natura endemicamente distruttiva per le relazioni e per la relativa energia vitale.

Nei conflitti, spesso si incontrano differenti emozioni distruttive; la rabbia è tra queste. Sebbene se ne farebbe volentieri a meno, questa fornisce dei segnali e delle informazioni importanti nella gestione del conflitto.

Divenire consapevoli del proprio stato emotivo aiuta ad acquisire la guida dei propri comportamenti e parole evitando di essere in balia di emozioni distruttive.

I punti trattati nell’articolo sono:

  1. Emozioni: cosa sono e come si distinguono
  2. Ragione versus Emozione.
  3. Il ruolo dell’amigdala
  4. Come controllare l’amigdala
  5. Sospendere la re-azione: ascoltare le proprie ed altrui emozioni
    1. Il Modello Iceberg
    2. Ascolto Empatico
  6. Conclusioni

1. Emozioni: cosa sono e come si distinguono.

Le emozioni sono un elemento per entrare in relazione tra l’organismo e il proprio contesto (fisico e/o sociale) e sono in grado di mediare costantemente il flusso degli eventi e la nostra condotta.

Le emozioni possiamo distinguerle in innate, acquisite e programmate.

Le innate si caratterizzano per essere regolate da  processi biologici, pre–codificati e automatici,  stereotipati e predeterminati. Sebbene non esista accordo sul numero delle emozioni, si è ragionevolmente concordi che le principali siano: disgusto, felicità, rabbia, paura e tristezza.

Le acquisite, lo sono attraverso l’esperienza. Questa costruzione avviene  principalmente attraverso un sistema di rinforzi (positivi o negativi) derivanti dall’ambiente circostante. Il bimbo rimproverato dal genitore proverà la stessa emozione tutte le volte che qualcuno adotterà quel linguaggio verbale e paraverbale.

Le programmate attengono al contesto socio-culturale; ad esempio, ogni evento sociale come un funerale, un concerto, un matrimonio ci predisporrà ad una reazione specifica (dolore, euforia, gioia,…).

Un’importante funzione delle emozioni è quello di rendere la reazione dell’individuo la più rapida possibile. Questo è importante perché in alcuni casi potrebbe rivelarsi maggiormente utile una risposta immediata e non riflessiva.

Quando la persona diviene consapevole dell’emozione allora questa diviene un sentimento.

2. Ragione versus Emozione.

Dopo questo breve excursus sulle emozioni, che ruolo giocano le emozioni nel conflitto?

Solitamente nei conflitti c’è la tendenza a considerare poco il peso delle emozioni. Questo è un atteggiamento errato considerando quanto la nostra componente irrazionale sia presente nelle situazioni conflittuali.

Infatti, non è la stessa cosa quando ci si trova in situazioni “normali”, lucidi e sereni, dove i nostri comportamenti sono governati in modo equilibrato sia dalla “testa” (ragione) sia dalla “pancia” (emozioni, sentimenti,…).

Quindi, prendere in considerazione le emozioni è utile al fine di avere informazioni più complete che facilitino la comprensione e la risoluzione del conflitto.

Quante volte vi è capitato di sorprendervi per aver reagito impulsivamente ad una frase o atteggiamento di qualcuno per poi pentirvi? Vi siete mai chiesti cosa spinge ad agire “fuori controllo”?

Se ne siete consapevoli allora siete entrati in contatto con l’amigdala: un sistema antico quanto l’essere umano e preposto alla sua protezione da agenti esterni.

Amigdala

3. Il ruolo dell’amigdala

L’amigdala è la parte centrale del sistema limbico, è il centro delle emozioni e quartier generale delle azioni a risposta rapida. Quando l’amigdala considera uno stimolo come pericoloso scatta l’allarme generale inviando stimoli al cervello che risponde con attacco, fuga, immobili..

Si capisce come il funzionamento dell’amigdala sia indispensabile per garantire la sopravvivenza nei momenti di pericolo immediato. Però, l’amigdala riceve messaggi non solo di natura sensoriale bensì anche emozionali, rispondenti a stimoli esterni ma anche interni ossia indotti dal proprio pensiero. Ciò significa che la nostra mente è capace di creare un pericolo che viene vissuto come tale dal nostro corpo anche se non reale!

L’amigdala di per sé non effettua valutazioni sofisticate sul tipo di pericolo: è programmata per allarmare il corpo affinché questo reagisca rapidamente, anche in presenza di un falso allarme.

A volte, questo automatismo ci fa sentire impotenti perché percepito come incontrollabile ma non è così, ogni individuo può controllarla acquisendo maggiore consapevolezza di sé che “aiuta” l’amigdala ad attivarsi solo quando veramente necessario, riconoscendo le emozioni in gioco e lasciando al cervello di analizzarle.

Come? Di seguito, alcuni suggerimenti pratici su come gestire l’amigdala.

4. Come controllare l’amigdala.

Di seguito, alcuni aspetti da tenere in considerazione se si vuole rendere l’emozione una preziosa alleata in un conflitto.

Fai attenzione alle trappole emotive

In questo caso è importante riconoscere le situazioni ricorrenti che ci mandano in sequestro emotivo o, se preferisci, “fuori di testa”. Questo ci consente di non essere colti di sorpresa e di generare uno spazio di manovra far stimolo e risposta.

Per aiutarti, prova a ricordare  alcuni recenti episodi in cui sei andato in sequestro emotivo: cosa hanno in comune questi episodi? Quali sono i primi sintomi che percepisci?Quale azione o parola introdotta nel tuo dialogo interiore potrebbe essere utile per “liberarti”

Ascolta il tuo dialogo interno

Cosa significa? Divenire consapevoli dei pensieri che “frullano” nella testa e ascoltarli ma da una certa distanza, come se ti stessi osservando. Tu no sei i tuoi pensieri quindi sei in grado di influenzarli in modo consapevole.

Concentrati sul problema e sulle azioni per superarlo

Quando siamo in sequestro emotivo o ancor prima di arrivarci, le emozioni possono già avere annebbiato la nostra mente non consentendo di vedere la possibile via d’uscita. In questi casi può essere utile la tecnica S.O.F.T. (vedi l’articolo Parti dal desiderio ma individua il tuo obiettivo).

Prendi le distanze

Stai lontano da chi per te è pungolo all’irritazione. In genere, creare una distanza fisica o temporale fra te e questa persona aiuta a calmare corpo e mente evitando la reazione a catena dell’amigdala.

Respira profondamente

E’ la prima cosa da fare! E’ una tecnica semplice e sottovalutata ma molto utile nella gestione dello stress emotivo.  Quando la reazione dell’amigdala è attiva, la tua respirazione diventa corta fino a divenire una vera e propria apnea. Respiri profondi e lunghi permettono di ristabilire equilibrio tra la sfera emotiva e quella razionale.

Esplora nuovi punti di vista

Appena hai recuperato un certo controllo, esplora la questione da angolature diverse soprattutto dal punto di vista dell’altro. L’ascolto di te e dell’altro è alla base di una risoluzione costruttiva del conflitto.

5. Sospendere la re-azione: ascoltare le proprie ed altrui emozioni

Nel conflitto è bene saper gestire tanto la propria emotività come quella altrui. Sviluppare consapevolezza della propria emotività aiuta a comprendere quella altrui..

Governare le emozioni consente di non esserne travolti ed aumenta le possibilità di risoluzione del conflitto. Nel caso di emozioni come la rabbia, è bene non farsi influenzare dall’aggressività dell’altro. In tal senso, può essere utile non fissarsi sulle singole parole o quanto accaduto nel passato.

Sarebbe bene imparare a verbalizzare il proprio stato emotivo in una modalità pacata, sicura, consapevole. In queste situazioni , la fretta può essere una cattiva consigliera!

Particolare attenzione merita l’uso dei social media, piuttosto che e-mail o SMS; soprattutto se redatte in modo impulsivo e poco controllato. Una buona pratica è  scrivere il messaggio ma far passare 24 ore prima di inviarlo affinché questo possa essere riletto con mente più lucida.

In genere,  in ogni situazione di forte tensione emotiva è bene prendersi del tempo prima di (re) agire. In particolare, la verbalizzazione del proprio stato emotivo migliora la trasparenza ed aiuta a non cadere nel sequestro emotivo.

5.1. Il modello Iceberg

Nelle relazioni spesso ci focalizziamo sui comportamenti e parole dell’altro senza chiederci le cause di quella reazione.

Gran parte di ciò che costituisce una persona e che governa le sue azioni rimane prevalentemente celato. Possiamo paragonarlo alla parte nascosta di un iceberg che giace sotto la superficie del mare, tranquilla, a sostenere la parte emersa.

Solo guardando “sotto la superficie” della persona con cui ci relazioniamo (cercando di cogliere i suoi timori, valori, interessi, bisogni) riusciamo a comprenderla pienamente nel momento conflittuale.

Ciò non implica essere (o atteggiarsi a) psicoterapeuta bensì adottare un tipo di ascolto attivo, (quando non empatico), per meglio comprendere l’altro.

Questo tipo di ascolto ci aiuta non solo a chiederci cosa spinge quella persona a quel comportamento ma anche nel conoscere meglio noi stessi di fronte a situazioni conflittuali.

Il modello Iceberg

5.2. Ascolto Empatico

Empatia deriva dal greco ed è una parola composta da en “dentro” e –patia “sofferenza”. In generale, la capacità di comprendere lo stato d’animo e la situazione emotiva di un’altra persona, in modo immediato, prevalentemente senza ricorso alla comunicazione verbale.

E’ una capacità sviluppata  attraverso i cosiddetti neuroni a specchio ed è fondamentale per creare delle relazioni interpersonali profonde e gratificanti.

Quando parliamo di Ascolto Empatico? Quando si ascolta e si comprende lo stato d’animo dell’altro senza, però, farlo divenire proprio (diversamente, non saremmo di alcun aiuto all’altro e a noi stessi!).

Questo tipo di ascolto può essere visto come una comprensione senza giudizio. In questo modo si intuisce come nelle situazioni di carattere conflittuale l’ascolto empatico sia un’importante risorsa che permette una migliore comunicazione tra le parti in gioco.

A scanso di equivoci, è bene precisare che tale ascolto non implica essere d’accordo con quanto l’altro dice bensì mettersi in condizione di comprendere l’altro dal punto di vista emotivo e cognitivo.

Le seguenti domande possono essere utili allo scopo:

  • Cos’è che mi / gli  da fastidio?
  • Quali sono i miei / suoi pensieri o sentimenti a riguardo?
  • Quali sono i miei / suoi bisogni? Sono soddisfatti?
  • Cosa desidero io / lui concretamente?
  • Qual è il mio / suo obiettivo?

Affinché siano efficaci è bene porre queste domande all’inizio di una conversazione volta alla risoluzione del conflitto.

6. Conclusioni

In un conflitto, ciò che guida i comportamenti e le parole, raramente è frutto di un processo razionale. Anche se apparentemente si discute per beni o argomenti concreti, il conflitto sottostante è spesso legato ai bisogni insoddisfatti. Solo se ci interessiamo genuinamente a ciò che muove l’altra parte ad una precisa azione, riusciremo a comprenderla appieno nella situazione conflittuale.

Nella quotidianità, la nostra volontà oscilla spesso fra il tentativo di voler sopprimere le emozioni e il tentativo di dar loro sfogo in modo incontrollato.

Conseguenza: le emozioni si manifestano comunque sotto altre spoglie (es.: polemica, demotivazione, malattie) o, ancora, in modo violento ed inaspettato.

Per controllare le proprie “trappole emotive” è necessario prenderne consapevolezza osservando quando e come ciò avviene.

Occorre imparare a fermarsi al fine di prendere una distanza fisica, temporale ed emotiva per potersi concentrare sul problema al fine di individuare le possibili soluzioni e le azioni per realizzare quanto voluto.

Il pensiero negativo come strategia difensiva

Il pensiero negativo può essere una valida strategia difensiva? Dopo una breve introduzione al tema, si passerà in rassegna i principali pensieri negativi e si concluderà con i rischi che questa strategia comporta.


Secondo Julie K.Norem, professoressa di psicologia al Wellesley College- Massachussets, studiosa dell’argomento e trattato nel suo libro: “The positive power of negative thinking”, il pensiero negativo è il risultato del “pessimismo difensivo”.

Razionalmente apprendiamo come gestire al meglio situazioni e persone ma la nostra mente subcosciente ci ostacola lanciando pensieri negativi che son stati fatti propri in passato, quando eravamo piccoli. A chi/cosa si riferiscono ed a che scopo li conserviamo?

Le convinzioni possono essere relative a se stessi, agli altri (la mia collega non capisce niente), alle astrazioni (i soldi sono una cosa sporca), al futuro(qui non cambierà mai niente), al passato (mia mamma non mi voleva abbastanza bene), ai luoghi (oggi viaggiare non è sicuro).

Questi pensieri spesso sono il frutto di una valutazione “parziale” della realtà (in proposito, si veda questo articolo) e creano emozioni come paura, ansietà, rabbia, gelosia… in cui si nasconde una strategia difensiva.

Per esempio, il pensiero “sono stupido”, riduce le proprie aspettative e gli eventuali errori non saranno considerati così traumatici, come magari è accaduto in passato. Inoltre, mette a riparo dalle aspettative altrui: siccome lo dichiaro, se fallissi nessuno potrà rinfacciarmelo!

I principali pensieri negativi

Di seguito, alcuni pensieri negativi usati come strategia difensiva.


Su se stessi.

Si sviluppa se da bambino il concetto di sé è stato messo a dura prova. Si manifesta con la bassa considerazione di sé così che nessuno possa aspettarsi nulla e si abbia la giustificazione per evitare rischi e mantenere l’accettazione da parte degli altri. Es.: “sono stupido, non valgo nulla sono la pecora nera” oppure “ho sempre ragione” (strategia protettiva di superiorità).

Sugli altri.

Nascondono la paura di rendersi vulnerabili al rifiuto degli altri e spostano così su di loro la responsabilità di cambiare. Es.: “la gente pensa solo a se stessa”, “non mi ascolti mai”, “sono tutti egoisti…”.

Sul mondo.

Se i bisogni di sicurezza del bambino non sono stati soddisfatti potrà percepire il mondo come un posto poco sicuro che frenerà la capacità di assumersi rischi in età adulta. Es.: “nella vita ci son solo problemi, non ci sono opportunità,…”.

Sul futuro

Hanno la funzione di proteggerci dal fallimento, preparano alla sindrome Cassandra, servono ad adottare un comportamento compensatorio di perfezionismo e preoccupazione permanente. Es.: “so che no ce la farò, non troverà mai la persona della mia vita, non ho mai tempo per fare le cose che mi interessano…”.

Sul passato

Servono a proteggerci dall’assunzione di responsabilità in quanto la causa di tutti i nostri mali risiede nel passato che determina il mio presente. Es.: “l’insegnante x mi ha rovinato la vita”, “i genitori mi hanno ostacolato”, “i colleghi erano contro di me…”.

Quali rischi?

Adottare il pensiero negativo come strategia difensiva riduce le possibilità di restare delusi ma anche di ottenere risultati importanti! Chi usa questa strategia, in realtà, non si prepara a raggiungere i suoi obiettivi bensì a governare le proprie paure e ad evitare (ulteriori) colpi alla propria autostima. E’ comprensibile ma non aiuta a volare.

Prendersi cura di sé ed acquisire nuovi punti di vista volti ad elaborare una strategia alternativa al pessimismo difensivo è il modo per emanciparsi da certi limiti e liberare le proprie potenzialità (in proposito, si veda questo articolo) per una vita più ricca.

L’IMPATTO DELLE EMOZIONI NELLA NOSTRA VITA

Spesso la gente non ha le emozioni chiare. Altro che le idee. (Anonimo)

L’emozione è predisposizione all’azione. E’ un congiunto di processi chimici che si instaurano nel nostro organismo procurando variazioni molecolari. Nascono quando pensiamo e/o abbiamo esperienza di qualcosa, interno o esterno a noi.

Le basi biologiche sono predeterminate mentre i modi di indurre emozioni dipendono dall’esperienza e capacità di apprendimento. Di fatto, le emozioni si “appiccicano” alla percezione di situazioni osservate o anche solo pensate.

Emozioni come la felicità migliorano l’equilibrio ormonale e la risposta del sistema immunitario. Al contrario, quando entrano in gioco la rabbia o la frustrazione queste creano nel nostro corpo reazioni a catena come aumento della pressione che, se stabile nel tempo, causerà problemi cardiaci.

Lo scatenamento di emozioni “negative” sono la conseguenza di percezioni che ciò che sta accadendo non è in linea con le nostre aspettative (situazione soggettiva) e non siamo in grado di gestire la nostra reazione alla delusione.

E’ attraverso queste che siamo in grado di “reagire” per ottenere ciò che vogliamo: sono il motore delle nostre azioni. Ma dobbiamo farle nostre alleate.

Occorre ricordare che le emozioni sedimentate fanno lo stato d’animo con cui programmiamo le risposte che diamo agli eventi della vita.

Se accettiamo che le emozioni sono la conseguenza di percezioni è attraverso queste che possiamo favorire la produzione di alcune rispetto ad altre. 

Il fossilizzarsi sul problema, il non porsi domande che possano dare nuove interpretazioni a quanto accade, possono limitare la nostra capacità di agire e precludere opportunità che renderebbero la nostra vita migliore.

Le emozioni non ci dicono com’è il mondo bensì come lo vediamo: ascoltiamole e prendiamocene cura per portare maggior benessere nella nostra vita