Come sapere quale azione intraprendere?

Quando siamo in empasse sapere quale azione intraprendere è tutt’altro che scontato. La nostra “testolina” ospita, alternativamente, mille punti interrogativi e tanti “sì, però…” e alla fine l’azione latita mentre la frustrazione, con il tempo, monta.

E’ una situazione molte frequente che riscontro nei clienti – individui o gruppi di lavoro – “bloccati” al bivio ed indecisi su quale direzione prendere.

In questo articolo offro alcuni spunti di riflessione che ti consentiranno di sapere quale azione intraprendere (fare la scelta giusta). Sono considerazioni utili a tutti e che poggiano su 4 gambe:

  1. Prestare attenzione;
  2. Conoscere l’obiettivo;
  3. Auto-riflessione;
  4. distinguere tra Urgente ed Importante.

I suddetti punti rispondono grossomodo ai paragrafi che compongono questo articolo. Quello che segue è una premessa importante in cui individuo, distinguo e spiego la conseguenza (e possibile risoluzione) di atteggiamenti mentali NON costruttivi.

Inazione ed Indecisione: alla radice del problema.

Quasi tutti i problemi che derivano dalla domanda: “come sapere quale azione intraprendere?”, rientrano nelle seguenti macro categorie:

  1. So cosa occorre fare ma non lo faccio (inazione);
  2. Non ho la minima idea di cosa fare (indecisione).

La prima categoria è di gran lunga la più diffusa. Alcuni esempi: perdere peso, smettere di fumare, ordinare le fatture, seguire la procedura , telefonare ad un’amico. Parlare di ciò che andrebbe fatto e/o rimuginare sulla propria inazione sono “strategie efficaci”… per evitare di fare.

Morale: sai cosa va fatto ma non lo fai!

La seconda categoria è un po più insidiosa. Decidere se restare o cambiare azienda, continuare o interrompere una relazione sentimentale, andare a quel party oppure no, sono dilemmi meno frequenti di quelli del primo gruppo ma possono lasciarti prigioniero dell’indecisione. Come mai?

Molto probabilmente non hai chiaro ciò che vuoi (obiettivo) perché non ci hai riflettuto prima. Anche se la tua agenda è fitta di impegni, questo non significa che la tua vita sia intensa ma solo piena di appuntamenti. Semmai, domandati: “come sapere quale azione adottare per dare scopo alla mia vita?”

Porsi questa domanda è tutt’altro che banale. Infatti, essere indaffarati non significa fare ciò che è IMPORTANTE; anzi, una delle situazioni più ricorrenti è quella in cui ci troviamo a sbrigare molte faccende URGENTI mentre le più importanti restano in sospeso o semplicemente cadono nel dimenticatoio a causa dei molti appuntamenti in agenda che però non rispondono, se non in parte, al raggiungimento dei miei obiettivi.

La soluzione definitiva all’inazione è… PASSARE ALL’AZIONE. E’ insieme una capacità ed un’abitudine: più la pratichi, più ne diventi competente.

Dopo questa breve “diagnosi”, torniamo alla domanda “come sapere quale azione intraprendere?” seguono i 4 step utili per fare la scelta giusta.

Il valore dell’Attenzione

Prestare attenzione è semplice ma non scontato. Immagina di approssimarti ad un semaforo che è giallo. Fatte le debite considerazioni (la mia velocità, la vicinanza al semaforo, l’andatura del veicolo che mi precede, …) potrai scegliere se fermarti o proseguire. Probabilmente, hai deciso in fretta perché hai acquisito molta pratica. Forse in passato hai fatto anche degli errori da cui però hai imparato. Quel che è importante è che hai prestato attenzione alla situazione ed hai agito.

Se ti sedessi sul pavimento di casa ed osservassi l’ambiente circostante ti renderesti conto di quante cose hanno bisogno del tuo intervento (libri, polvere, vetri sporchi, …). Alla fine avresti una lista di cose da fare che ti impegnerebbe tutto il giorno ed anche più.

Il problema delle liste (o To do List) è che sono fondamentalmente fine a se stesse. Consentimi una domanda: questi impegni ti stanno facendo perseguire il tuo scopo? Pulire il bagno e rifare il letto sono attività necessarie ma occorre fare altro se si vuole trovare appagamento e senso nella propria vita.

Il valore dell’attenzione si estende ben oltre la lista delle faccende domestiche. Far caso al mondo circostante è una capacità inestimabile, finemente connessa a quella di PASSARE ALL’AZIONE.

Il problema che affronterai, o forse già lo stai facendo, è a quale azione ti dedicherai ORA!

Non possiamo fare tutto ciò che vorremmo (o dovremmo). Perciò, ogni volta che scegliamo un’azione dobbiamo essere consapevoli che rinunciamo a tutte le altre.

Per questo è essenziale decidere cosa è importante e stabilire delle PRIORITA’ ossia ordinarle al fine di raggiungere lo scopo che ti sei prefissato. Non c’è priorità senza obiettivi e senza obiettivo non ci può essere un’azione efficace. Quindi…

Qual è il tuo Obiettivo?

Domandarsi: “Qual è il mio obiettivo?” è un ottimo modo per rispondere alla domanda-titolo di questo articolo: “come sapere quale azione intraprendere?”

E’ una domanda potente che non va formulata mentre navigo sui social o guardo la TV perché potrei esser tentato di trovare una giustificazione a quello che sto facendo. Un esempio? Le pause pranzo dilatate: si esce per mangiare un boccone in 1 ora e si finisce per spenderne 2 perché nel frattempo ci si ferma a chiacchierare oppure si passa nella libreria preferita per vedere le ultime novità. Tutto questo influisce sulla nostra efficacia.

Focalizzandoti sull’obiettivo, tutto quello che è extra diviene una “distrazione” ed in quanto tale rinviabile.

Probabilmente ti stai chiedendo che fine fa il “cogliere l’attimo”, il non sentirsi imbrigliato e godersi la vita. Beh, sebbene sia un sostenitore della gioia e della flessibilità trovo che la maggioranza tra noi è più propensa a godersi la vita (nel senso di assecondare il proprio piacere immediato) che non ad esercitare l’autodisciplina.

Troviamo abbastanza facile distrarci e molto più difficile focalizzare l’interesse e la concentrazione su ciò che sappiamo di dover fare e che ci darà dei benefici, anche se non nell’immediato (per capire come passare dal desiderio all’obiettivo, clicca qui).

Non rinunciare alla gioia di vivere! Limitati a migliorare la tua AUTODISCIPLINA, un’abilità da coltivare soprattutto per chi non sa passare all’azione quando è necessario.

Rifletti sulla tua Vita

Sei mai stato protagonista di un episodio in cui credevi di aver fatto bene e poi, pensandoci meglio, ti sei accorto di aver causato imbarazzo o disagio in un’altra persona ed hai cercato di provi rimedio? Ecco, questo è un piccolo esempio di come l’AUTORIFLESSIONE possa aiutarti a capire cosa va fatto.

Sebbene il concetto sia semplice si scontra con una cruda realtà: molte persone hanno un’esistenza così frenetica da non avere il tempo (o almeno così dicono) di riflettere sulle proprie azioni. Si passa da un impegno all’altro senza farsi troppe domande se ciò che stiamo facendo risponda al nostro scopo esistenziale.

Prendere le distanze (anche fisicamente) dal problema – sia esso una persona o cosa – aiuta a vedere la situazione più chiaramente e a decidere sul da farsi.

In proposito, esistono vari modi di “prendere le distanze”. Quello che qui sommariamente propongo è il metodo Naikan, una pratica semplice di autoriflessione che viene dal Giappone e si basa su tre domande:

  1. che cosa ho ricevuto da …?
  2. che cosa ho dato a …?
  3. quali difficoltà ho causato a …?

Il Naikan suscita spesso:

  1. una maggior gratitudine per ciò che si è ricevuto;
  2. idee nuove e diverse su che cosa sia necessario fare;
  3. consapevolezza dei problemi provocati.

Insomma, l’autoriflessione è uno strumento importante per capire quale azione intraprendere.

Urgente o Importante?

Finora abbiamo esaminato tre elementi fondamentali per decidere cosa fare (o non fare!):

  1. Prestare attenzione;
  2. conoscere l’obiettivo;
  3. l’autoriflessione.

Dobbiamo ora prendere in considerazione un altro elemento, ossia la distinzione tra urgente ed importante:

  • Importanti sono quelle attività che portano al raggiungimento degli obiettivi, sia di vita che di lavoro.
  • Urgenti  sono quelle attività che richiedono un’ attenzione immediata, e sono spesso associate con il raggiungimento di obiettivi di qualcun altro. Le attività urgenti sono spesso quelle che  esigono attenzione perché le conseguenze di non portarle a termine sono immediate, ma sono veramente importanti?

La citazione di Eisenhower: “Quello che è importante è raramente urgente e ciò che è urgente è raramente importante“, mi trova d’accordo.

Nel 1994 Stephen Covey ha divulgato quest’ idea nel suo libro  “The 7 Habits of Highly Effective People” (in italiano in: Le 7 abitudini per avere successo) e, a seguito di alcune integrazioni, è nota come “Matrice di Eisenhower – Covey.”

Da quanto si evince dalla matrice su riportata, è indispensabile ritagliarsi regolarmente del tempo per attività che sono importanti ma non necessariamente urgenti. In quel quadrante (il n° 2) risiede l’individuazione di nuove opportunità.

Conclusioni

Così abbiamo 4 fattori che possono aiutarci a rispondere alla domanda: “come sapere quale azione intraprendere?”

  • L’attenzione all’ambiente circostante mi ispira una particolare iniziativa? (Il valore dell’Attenzione)
  • A che cosa tengo di più? (Obiettivo)
  • Quando rifletto sulla mia vita individuo una certa azione da compiere? (Autoriflessione)
  • Che cosa conta veramente? (Distinzione tra Urgente ed Importante)

La pratica consapevole di questi fattori sarà di grande supporto per effettuare scelte che rispondono al nostro scopo di vita.

Vuoi migliorare la performance? Sii responsabile!

Il miglioramento della performance è, prima di tutto, assunzione di responsabilità. Solo un individuo (o un’organizzazione) che sceglie di essere abile a rispondere può governare – e non subire – il proprio destino.

Il significato di performance non è univoco; in taluni dizionari si limita ad esser definita come l’esecuzione di un compito ma questo non ci porterebbe ad un’azione diversa dal “fare per fare” invece che orientata ad un risultato atteso perché programmato.

In questo articolo, assumiamo che la performance per un individuo è il contributo che apporta attraverso la propria azione volta al raggiungimento di un risultato prefissato. Ma attenzione! Consiste nell’andare oltre a ciò che ci si aspetta, è espressione del proprio potenziale.

Da cosa dipende la performance?

Timothy Gallwey, considerato il padre del coaching moderno insieme a John Withmore, nel libro “Il gioco interiore del tennis” offre la formula della performance:

p = P – i

ovvero, la performance è uguale al Potenziale meno le interferenze.

Si evince che la performance è sempre più piccola del potenziale, in quanto esistono delle interferenze che impediscono a questo di esprimersi al massimo.

Interferenze: quali sono e come contrastarle?

Le interferenze possiamo definirle come “un segnale” di disturbo indesiderato che si sovrappone sul segnale utile. Le possiamo distinguere in:

– Interferenze esterne
– Interferenze interne
.

Le interferenze esterne sono quelle che dipendono da circostanze sulle quali non abbiamo controllo. Tuttavia,
possiamo contrastarle modificando la nostra risposta ad esse assumendo un atteggiamento diverso (es.: lo sciopero dei mezzi pubblici non dipende da me ma posso adoperarmi per informarmi prima invece di infuriarmi).

Le interferenze interne, invece, sono quelle che dipendono unicamente da noi, e su cui, dunque, abbiamo il controllo e quindi la piena responsabilità (es.: se mi lascio distrarre sovente dalle notifiche dei social sul mio smartphone… oppure, mi convinco di non essere all’altezza di quel compito od obiettivo).

Come e perché ridurre le interferenze?

Tutte le interferenze interne sono frutto delle nostre convinzioni e, generalmente, sono ciò che fa la vera differenza tra un obiettivo mancato ed uno raggiunto. Cosicché, controllando le interferenze interne, ovvero l’atteggiamento mentale (in proposito, si veda l’articolo “Sfiga? No! E’ l’approccio che non va“), è possibile minimizzarle per ottenere performance più alte per obiettivi più ambiziosi.

Se è vero che p = P – i ,

è chiaro che più si riducono le interferenze, più la performance si avvicina al potenziale.

Senza responsabilità non c’è performance e… cambiamento

La piena espressione del proprio potenziale richiede che la persona si assuma la totale responsabilità di un’azione, che la senta sua.

La domanda che un manager, un leader, un professionista dovrebbero porsi è: con quanta efficacia desidero che sia eseguito un compito? A quale livello di performance punto?
E ciò che dovrebbe maggiormente preoccupare non è la concorrenza, bensì il gap tra potenziale e performance e attivarsi per colmarlo. 

Per portare la performance a livello del potenziale occorre “responsabilità”, che consente di tenere a bada le interferenze. Il coinvolgimento e la fiducia aiutano. Far assaggiare il prodotto alimentare all’addetto che lo produce, genera un primo controllo di qualità e la consapevolezza di quanto questo possa esser migliorato.

La performance non è un esercizio fine a se stesso bensì lo strumento per generare un cambiamento duraturo e che non può avvenire se non ci si assume l’onere della piena responsabilità, ossia la volontà di governare questo processo.

Il cambiamento è il vero lavoro di ogni giorno ed è nel qui ed ora. Esso non è una singola transazione bensì un viaggio che ha uno specifico punto di partenza (la situazione attuale) ed una destinazione (obiettivo o situazione ideale); la performance ne misura lo stato d’avanzamento.

Le 3 gambe per generare cambiamenti duraturi

Quindi, per produrre i cambiamenti straordinari occorre concentrarsi sulla performance? Sì, ma non è sufficiente. Oltre alla responsabilità (che è manifestazione di volontà e premessa del cambiamento), occorre prendersi cura anche dell’apprendimento e del piacere. Una persona o un’organizzazione che trascurasse la conoscenza ed il piacere a fare qualcosa finirebbe prima o poi per inficiare la prestazione e di conseguenza il risultato che è manifestazione del cambiamento.
Se la responsabilità è il sedile, la performance, l’apprendimento ed il piacere sono le tre gambe di uno sgabello solido per generare cambiamenti duraturi.

Sfiga? No! E’ l’approccio che non va.

La “sfiga”, sovente, è il frutto di un’approccio mentale non costruttivo che limita le nostre opportunità. Il pessimismo è una scelta e per superarlo, il primo passo, è rendersene conto. Come?

Per diventare più consapevoli dei nostri pensieri limitanti e dei relativi schemi non dobbiamo far altro che ascoltare ciò che (ci) diciamo.


A volte ci etichettiamo come incapaci, indegni di essere amati… e con questi pensieri negativi scateniamo in noi delle emozioni (ad es.: ansia, frustrazione, rabbia,…) che si rivelano poco produttive in quanto vediamo il mondo circostante come qualcosa di avverso a noi limitando le opportunità per rendere migliore la nostra vita.

Di seguito, alcuni schemi di pensiero limitante che spiegano in che modo la mente distorce la percezione di circostanze ed eventi attorno a noi facendoci dare un’interpretazione per nulla obiettiva.

1 . Ricorso eccessivo alla generalizzazione.

 Può condurre ad una visione molto restrittiva della vita. Se vedi una donna avere un’improvvisa reazione emotiva ed arrivi alla conclusione che tutte le donne si agitano per un nonnulla allora rischi di acquisire uno schema riduttivo che penalizzerà la qualità delle tue relazioni con le donne. Riconosci l’uso dello schema dall’impiego di un linguaggio che ricorre ad espressioni tipo: “qualsiasi”, “tutti”, “nessuno”.


2. Bianco o Nero. 

E’ quando vedi solo gli estremi perdendo di vista le sfumature che accompagnano ogni interpretazione.. Esiste solo: bello o brutto, intelligente o scemo,…Riconosci che stai usando questo schema per il ricorso eccessivo ad avverbi quali “sempre”, “mai”.

3. Filtro mentale.

E’ la tendenza a focalizzarsi su un elemento, solitamente negativo, escludendo gli altri. Il singolo dettaglio diviene chiave di lettura di tutto il contesto. Il capo fa dei complimenti ed aggiunge una richiesta; noi la interpretiamo come una nostra mancanza e ci rimuginiamo sopra dimenticandoci degli elogi ricevuti.

4. Personalizzazioni.

E’ quando si fanno delle comparazioni, favorevoli o sfavorevoli, verso se stessi. Il metro di giudizio del nostro valore sono gli altri (“è più bella di me” / “sono più intelligente io”). Un altro tipo di personalizzazione è quando si diviene la causa di tutto quanto accade intorno a noi (il team dei venditori rischia di non raggiungere gli obiettivi mensili e noi ci leggiamo una critica al nostro operato).

5. Etichettare.

Mettere etichette aiuta ad incasellare (se stessi) e gli altri. Il limite è che impedisce di vedere le persone (e noi stessi) in tutta la propria varietà.

6. L'(ab)uso del verbo dovere.

Lascia intendere una mentalità rigida, basata su regole che devono essere eseguite (es.: non si deve parlare degli assenti). Le regole sono giuste ed indiscutibili, base per giudizi inappellabili: se un marito ritiene che la moglie deve essere sempre rintracciabile al cellulare durante il giorno, se non lo fosse è poco amorevole. Lo stesso schema può essere applicato a se stessi e sarebbe ancor più duro (es.:per esser un buon figlio devo chiamare mia madre tre volte al giorno).

Conclusione

I nostri pensieri influenzano le nostre azioni e di conseguenza i risultati che otteniamo.
Pensieri “limitanti” portano a risultati insoddisfacenti e questo accade perché i pensieri che sviluppiamo circa noi stessi e le nostre abilità, influenzano le nostre convinzioni e di conseguenza il livello di risorse interiori a cui possiamo attingere.

Gli step elencati sopra sono utili, sebbene non esaustivi, per monitorare i propri schemi mentali e rivederli in funzione di ciò che massimizza il nostro potenziale.

Acquisire nuovi punti di vista (che è quanto offre il coaching) è come dotarsi di nuovi ed utili strumenti con cui operare nella vita, professionale e personale, in modo più efficace. Come diceva A. Maslow “Se l’unico strumento che hai in mano è un martello, ogni cosa inizierà a sembrarti un chiodo”.

La paura è nostra nemica o alleata?

“Un giorno la paura bussò alla porta. Il coraggio andò ad aprire e non trovò nessuno”. Questa frase, attribuita a Martin Luther King Jr., ci fa riflettere che non sempre alla paura corrisponde la fuga e, soprattutto, che può essere un’occasione di crescita personale.

La paura è un’emozione potente. Ci sono diverse paure (del vuoto, dei ragni, parlare in pubblico…), tutte sono parte normale della vita e nessuna può esser catalogata come giusta o sbagliata.

Il problema sorge quando neghiamo una paura o sviluppiamo attaccamento ad un bisogno. Ciò che si desidera è “stare al sicuro” ma ciò implica che le cose non cambino, che non usciamo dalla nostra zona di comfort perdendoci le tante opportunità che la vita offre.

Se invece consideriamo le paure come alleate, il discorso cambia; per esempio, potremmo interpretarle come un segnale che stiamo cercando di evitare qualcosa di inevitabile a cui la vita ci mette di fronte. Con questo approccio abbiamo il vantaggio di vivere la paura come dono per divenire più completi.

Integrare le proprie paure richiede, innanzitutto, divenire consapevoli che la maggior parte di esse sono frutto di convinzioni mai messe in discussione.

La paura, salvo alcuni casi (es.: il pericolo di esser aggrediti), generalmente non riguarda un fatto che sta accadendo nel “qui ed ora” semmai a “possibili eventi futuri”. Essa si basa sulle convinzioni che abbiamo più che su ciò che sta accadendo.
Ad esempio, se sono convinto che non posso far affidamento sugli altri, non sto basandomi su ciò che accade ma lo sto “profetizzando” sulla base di esperienze passate che mi hanno convinto che “tutte le persone” che incontro mi deluderanno “sempre”.
Tutte le volte che impieghiamo termini assoluti (sempre, mai,..) stiamo limitando il nostro futuro e facendo accadere proprio ciò che avrei voluto evitare (nell’esempio, la delusione).

Se riusciamo a capire che la paura non si basa sulla realtà bensì su una narrazione che nel tempo si è sedimentata in noi, abbiamo fatto un passo importante.
Cosa possiamo fare per affrontare la paura?
1. individuare il bisogno e la convinzione che raccontiamo a noi stessi;
2. mettere in discussione la convinzione;
3. concentrarci su un aspetto di noi stessi che vogliamo sviluppare.
Nei paragrafi successivi affronto ciascun punto.


1. Identificare il nostro bisogno.

Il primo passo da fare è sondare quali paure abbiamo e come le abbiamo sviluppate. Quanto segue è un breve esercizio con cui ti accompagno ad esplorare la fonte della tua maggiore paura.

Ricavati 20 minuti ininterrotti in un posto dove non sarai disturbato. Poi, pensa ad un comportamento che vorresti far tuo (es.: dire di no alle richieste dei tuoi colleghi) ma che vivi come un ostacolo insormontabile. Per funzionare, devi avvertirlo come un comportamento utilissimo, qualcosa che ti farebbe “voltar pagina” nella vita professionale e/o familiare e che implica un cambio significativo. In breve, un comportamento a cui aspiri ma non riesci a mettere in atto.

Di seguito, un esempio per facilitare l’esplorazione del cambiamento:
a) scrivi un comportamento desiderato (es.: vorrei prendere parola nell’equipe medica di cui faccio parte)
b) immagina di porre in essere questo comportamento desiderato, scrivi: cosa potrebbe accadere? (es.: potrebbero pensare che ho detto una banalità)
c) se ciò si avverasse (es. precedente), scrivi: quale sarebbe la conseguenza peggiore che potrebbe accadere? (es.: potrebbero pensare che non sono all’altezza del mio ruolo)
d) se ciò si avverasse (es. precedente), scrivi: cosa accadrebbe di drammatico (es.: mi sentirei esclusa, indesiderata)?

Se hai avuto il coraggio di esplorare a fondo, potresti esser arrivato ad una delle 4 paure che segue:
– restare soli, abbandonati
– sentirsi fagocitati dagli altri
– non avere controllo sulla propria vita 
– noia, sentirsi imprigionati.

Pensi di aver esplorato a sufficienza la tua paura più grande? No? Allora prosegui con la domanda: “se questa conseguenza si avverasse, scrivi: quale sarebbe la la conseguenza peggiore che potrebbe accadere?”

Nell’esempio considerato (dire di no alle richieste dei tuoi colleghi), abbiamo toccato la paura di esser abbandonati.

2. Mettere in discussione la convinzione.

Uno dei modi più efficaci per generare una trasformazione personale sta nell’identificare la convinzione su cui poggia la nostra paura. 


Queste storie non sono altro che costruzioni mentali ma noi le trattiamo come se fossero fatti incontrovertibili.

Le convinzioni potrebbero essere vere… oppure false. Il grande vantaggio di mettere in discussione queste credenze è di renderle esterne a noi, farne oggetto di osservazione sul quale possiamo sviluppare un punto di vista “diverso”.
Prova a riflettere sulla paura che hai identificato nel precedente step: su quali basi l’hai costruita? Cosa temi? (nell’esempio precedente, paura di essere abbandonato).

Queste credenze sono basate su esperienze dirette (vissute in passato), indirette (sentito dire) o immaginarie. Comunque sia, non c’è la certezza che si verificheranno nel prossimo futuro. L’esplorazione ed il riscontro di queste convinzioni possono aprire scenari inediti come il superamento dei limiti che hai inconsapevolmente creato e liberare così il tuo potenziale.

Esplorare e riscontrare significa mettere in discussione ogni convinzione “limitante”, come se appartenesse a qualcun altro.

Di seguito, una sequenza utile per mettere in discussione la convinzione:
a) quando hai sviluppato questa convinzione?
Prova ad andare indietro nel tempo ed individua quell’esperienza (diretta, indiretta o immaginaria) che ti ha fatto sviluppare quella supposizione.

b) quali conseguenze crei se continui a credere in questa supposizione?
Le storie che ti racconti diventano profezie autoavveranti. Come ti comporti con gli altri? Che reazioni stimoli negli altri? Quale comportamento diverso potresti assumere?

c) quali probabilità ci sono che questa supposizione si verifichi se adotti un nuovo comportamento?
Immagina che, invece di re-agire come hai sempre fatto in passato tu adotti un nuovo comportamento: cosa accadrebbe?

d) dimostra il contrario della tua convinzione.
Per esempio: “nessuno mi aiuta quando io ho bisogno”, trova momenti della tua vita in cui, invece, hai ricevuto aiuto.

3. Integrare le qualità del bisogno opposto al vostro.

Il terzo ed ultimo passo per affrontare la paura sta nel concentrarsi su un aspetto di noi che vogliamo sviluppare. Per quanto potrà apparire strano, chi ci mette in difficoltà può rappresentare un “maestro di vita” in quanto possiede quelle qualità che non sono ancora sviluppate in noi.

Se hai paura di perdere il controllo, dovrai apprendere ad apprezzare il cambiamento e lasciarti andare. Ti potrebbe aiutare una domanda tipo: “che cosa realizzeresti se riuscissi ad abbracciare il tuo bisogno per l’imprevisto senza preoccuparti di quanta incertezza dovrai affrontare?”

Dovremmo iniziare a considerare la paura come una grande amica. 
Spesso, le esperienze “trasformanti” sono quelle che ci mettono in contatto con una nostra paura profonda. Una volta percepita questa, abbiamo l’opportunità di fare una scelta importante: guardarla in faccia, passarci attraverso ed integrare qualche aspetto che prima non c’era stato possibile fare.

Il regalo che la paura ci fa è quello di apprendere a individuare una qualità che possiamo integrare e che ci rende più completi.

Ad esempio, se ho sempre vissuto in modo organizzato posso apprendere a vivere una giornata senza programmarla.
Più integriamo aspetti di noi che abbiamo negato (o che non ci siamo dati il permesso di vivere) più la nostra esperienza della vita diventa appagante e creativa.

La Trasformazione richiede Iniziativa

Tutti noi abbiamo il potere di trasformare i nostri pensieri, emozioni, paradigmi ma non sempre prendiamo l’iniziativa, la responsabilità che occorre.

Molto spesso, veniamo “spinti” verso la trasformazione quando la vita ci obbliga a farlo, come ad esempio un lutto o nuove responsabilità in famiglia o sul lavoro. Invece, se fossimo capaci di prendere l’iniziativa “in proprio”, senza attendere eventi futuri, incerti e non dipendenti da noi potremmo facilitare il raggiungimento dei nostri obiettivi per una vita feconda.

Cosa richiede la trasformazione?
a) una certa “apertura” a leggere gli eventi;
b) cogliere le opportunità
c) fare la propria scelta.


Chi decide di intraprendere un cammino per luoghi sconosciuti, non ha la certezza di ciò che troverà e non potrà dirsi migliore o peggiore rispetto a chi rimane comodamente sul sofà di casa: a ciascuno andrà il frutto delle proprie ricerche che daranno soddisfazione se risponderanno a ciò che la persona cercava.

Sovente tendiamo ad evitare la trasformazione, reagendo anche in malo modo, pur di non mettere in discussione ciò in cui crediamo e restare “a nostro agio” nella zona di comfort. Al di là di questa c’è un nuovo modo di pensare ed agire che potrebbe aprirci nuove opportunità ma per farlo dobbiamo varcare la frontiera delle nostre paure.

La paura – vissuta come inazione o fuga – è il principale freno alla nostra crescita. Impegnarsi in una nuova attività implica metterci a rischio, esporsi a brutte figure, sentirci insicuri.

Riconoscere le proprie paure è importante affinché si possano metterle in discussione.
Cambiamenti anche semplici, nella vita privata come sul lavoro, richiedono alle persone di abbandonare il certo per l’incerto, l’agio per il disagio, il conosciuto per l’ignoto. L’emozione che spesso si registra è la paura, che prende forma di resistenza e che si esplicita in ostilità, aggressività, rifiuto. Oppure, mascherata da modi più “diplomatici” che sembrano accettare la novità ma a cui segue inazione, sabotaggio, dimenticanza.

Far luce su ciò che fa paura ci rende consapevoli e responsabili degli ostacoli alla trasformazione e del loro superamento.

Nessuno può farvi ottenere il successo o impedirvi di raggiungere i vostri obiettivi. Una delle differenze principali tra chi realizza grandi cose nella vita e chi riesce solo a “cavarsela” è che le persone “realizzate” (o se preferite, di successo) hanno imparato presto ad essere responsabili delle proprie azioni.

Prendere l’iniziativa significa assumere un ruolo di leadership, una posizione di distinzione che può essere esposta a lodi e critiche. Il buon leader è colui che condivide i meriti del successo con gli altri e si assume la piena responsabilità dei fallimenti o delle temporanee battute d’arresto

Accettando la responsabilità della vostra trasformazione, vi guadagnate il rispetto degli altri e siete sulla buona strada per creare il futuro che volete.

L’IMPATTO DELLE EMOZIONI NELLA NOSTRA VITA

Spesso la gente non ha le emozioni chiare. Altro che le idee. (Anonimo)

L’emozione è predisposizione all’azione. E’ un congiunto di processi chimici che si instaurano nel nostro organismo procurando variazioni molecolari. Nascono quando pensiamo e/o abbiamo esperienza di qualcosa, interno o esterno a noi.

Le basi biologiche sono predeterminate mentre i modi di indurre emozioni dipendono dall’esperienza e capacità di apprendimento. Di fatto, le emozioni si “appiccicano” alla percezione di situazioni osservate o anche solo pensate.

Emozioni come la felicità migliorano l’equilibrio ormonale e la risposta del sistema immunitario. Al contrario, quando entrano in gioco la rabbia o la frustrazione queste creano nel nostro corpo reazioni a catena come aumento della pressione che, se stabile nel tempo, causerà problemi cardiaci.

Lo scatenamento di emozioni “negative” sono la conseguenza di percezioni che ciò che sta accadendo non è in linea con le nostre aspettative (situazione soggettiva) e non siamo in grado di gestire la nostra reazione alla delusione.

E’ attraverso queste che siamo in grado di “reagire” per ottenere ciò che vogliamo: sono il motore delle nostre azioni. Ma dobbiamo farle nostre alleate.

Occorre ricordare che le emozioni sedimentate fanno lo stato d’animo con cui programmiamo le risposte che diamo agli eventi della vita.

Se accettiamo che le emozioni sono la conseguenza di percezioni è attraverso queste che possiamo favorire la produzione di alcune rispetto ad altre. 

Il fossilizzarsi sul problema, il non porsi domande che possano dare nuove interpretazioni a quanto accade, possono limitare la nostra capacità di agire e precludere opportunità che renderebbero la nostra vita migliore.

Le emozioni non ci dicono com’è il mondo bensì come lo vediamo: ascoltiamole e prendiamocene cura per portare maggior benessere nella nostra vita

Distinguere i fatti dalle opinioni aiuta a creare opportunità

In epoca di post verità, distinguere tra fatto ed opinione appare futile invece è rilevante. L’opinione viene percepita e accettata come vera sulla base di emozioni e sensazioni, senza alcuna analisi della effettiva veridicità dei fatti raccontati.

Le interpretazioni che diamo alla realtà “risentono”  delle convinzioni che abbiamo della stessa. È come se la guardassimo attraverso un paio di lenti che ce la mostrano così come noi abbiamo scelto di vederla. 

 

Che giovamento può apportare alla nostra vita distinguere i fatti dalle opinioni? Prima di rispondere, facciamo un esperimento usando le frasi che seguono e distinguete quale tra loro è un FATTO o un OPINIONE:

  1. Giovanni ha cambiato casa 6 mesi fa ma ad oggi non mi ha ancora invitato a vederla
  2. La chiamerò poi
  3. Secondo me le sono simpatico!

Quando mi hanno proposto questo gioco, ho risposto che le frasi 1 e 2 erano fatti mentre la 3 era un’opinione. E voi, come rispondereste? Prima, ricordiamo brevemente il significato di FATTI ed OPINIONI

I fatti sono avvenimenti, azioni, fenomeni, ciò che si compie o si è compiuto. Sono descrizione di qualcosa che è successo, è un dato oggettivo. La frase “è un dato di fatto” si usa proprio in questo caso. Il fatto è una cosa certa, definita, chiara, condivisa, comprensibile da tutti allo stesso modo. I fatti possono essere VERI o FALSI. Affermare: “Tosca è nata il 28 novembre” ci impegna a fornire le prove di quanto stiamo dicendo (ad esempio, mostrando la carta d’identità).

Le opinioni, al contrario del “dato di fatto”, sono punti di vista personale. Sono influenzate dal mio vissuto. Vengono dal passato, si pronunciano nel presente e aprono o chiudono possibilità per il futuro. Le opinioni sono la formulazione delle nostre credenze, si basano su esperienze e generalizzazioni che sono state fatte posteriormente all’esperienza vissuta. Le opinioni possono essere FONDATE o INFONDATE.

Dopo questo breve excursus, veniamo alle risposte del gioco di cui sopra. Nessuna delle 3 frasi è un fatto!

  1. Giovanni ha cambiato casa 6 mesi fa ma ad oggi non mi ha ancora invitato a vederla.

La linea tra fatto ed opinione è sottile ed il campanello di allarme è l’avverbio di tempo “oggi”. Presuppone l’esistenza di un “tempo giusto” in cui Giovanni avrebbe dovuto chiamarmi e ciò non è reale. Oltretutto, potrebbe anche essere successo che Giovanni mi ha cercato mentre ero via o non letto la sua e-mail; dunque, questa frase è sicuramente una mia opinione.

2. La chiamerò poi.

Questo enunciato è fortemente legato al parlante. Anche qui, l’avverbio di tempo “poi” è un allarme del soggettivismo della frase. Il “poi” è legato ad un tempo preso in considerazione che è del parlante e non di altri.

3. Secondo me le sono simpatico.

Questa frase rappresenta palesemente l’opinione di qualcuno su un’altra persona. La soggettività è introdotta dal “secondo me” che ne svela chiaramente la connotazione.

Quindi, perché è così importante distinguere un FATTO da un’ OPINIONE? Se il mio collega mi ha risposto male ed esco dall’ufficio sbattendo la porta, lo faccio non per il tono o le parole del mio collega bensì perché non mi sono sentito rispettato, ascoltato. Se interpreto che i suoi modi sono condizionati dal fatto che si sta separando dalla moglie… probabilmente uscirò senza sbattere la porta e con maggiore compassione nei suoi confronti. Il fatto non si può cambiare ma l’opinione sì. Sappiamo che le azioni scaturiscono dalle opinioni e non dai fatti: cambiando opinione, cambio azione e se lo faccio apro possibilità per il mio futuro. Ecco perché questa distinzione è da tenere bene a mente prima di agire.

 

 

Vittima o Responsabile? Costi e benefici.

Una delle abitudini più radicate nell’essere umano è vedersi come vittima delle circostanze mai come responsabile. Abbiamo la tendenza a non considerarci parte del problema e a cercare la causa in “altri o altrove” ma non in noi. Cerchiamo il capro espiatorio per scaricare la nostra rabbia, frustrazione, e liberarci dalla tensione fonte di sospetto che, quanto accaduto, sia dipeso anche (o solo) da noi. In questo articolo spiegherò brevemente che beneficio (?) abbiamo da fare le vittime, quali opportunità offre questa distinzione linguistica e perché è bene essere responsabili.

Qual è il vantaggio di cercare nell’altro o altrove la colpa? Perché così facendo evitiamo il giudizio morale che si associa al concetto di colpevolezza; al dichiararci non colpevoli stiamo dicendo che siamo innocenti, che quanto fatto è stato con le migliori intenzioni. Il problema è che tutti tendiamo a fare così con il risultato che, alla fine, il colpevole è sempre un altro. Così facendo appariamo come la vittima di molte delle situazioni che viviamo e tutti convengono che la vittima è l’elemento debole, quello che merita l’attenzione e la simpatia degli altri, quello che suscita compassione e che dovrebbe esser tutelato.

Incontrare colpevoli è facile, fa parte delle capacità di cui siamo forniti per costruire spiegazioni che giustifichino il nostro comportamento. Le giustificazioni hanno molti vantaggi apparenti: riducono la tensione, trovano il colpevole altrove, esimono da responsabilità e ci fanno risparmiare il lavoro di farci una seria analisi di coscienza.

Nonostante ciò, le giustificazioni hanno anche degli inconvenienti che non sempre si colgono nell’immediato perché quando cerchiamo la colpa “nell’altro o altrove” l’azione a cui sovente si ricorre è la lamentela. La parola colpevole richiama il giudizio morale ben sintetizzato dalla dicotomia bene – male che ci rende difficile accettare il nostro coinvolgimento. La parola responsabilità, invece, ha un peso decisamente minore e farci delle domande partendo da una o dall’alta parola (colpevole o  responsabile) cambia molto.

Per capirci meglio, un esempio da una sessione di coaching: Bruna lavorava come avvocato già da 12 anni presso lo studio di Franco, un avvocato civilista molto appassionato del suo lavoro. Bruna apprezzava la gestione di Franco che le lasciava tempo per la famiglia ma restava poco convinta della sua professione: lavorava part-time, non amava andare in aula e di fatto svolgeva un compito di segretaria. Con il tempo, il rapporto tra i due si era deteriorato; Franco era percepito da Bruna sempre meno una persona di famiglia e sempre più come un capo distante, freddo, poco comunicativo.

Era convinta che ciò fosse dovuto all’ingresso di un nuovo membro nello staff, un giovane avvocato appassionato e volenteroso di mettersi alla prova che, nel giro di un semestre, era divenuto il collaboratore di fiducia di Franco. Lamentava sempre più spesso, con amici e colleghi, una distanza tra lei ed il suo capo e l’unica spiegazione che si dava era la presenza  del nuovo collega.

Nell’invitare Bruna a cercare un altra spiegazione al comportamento di Franco, la risposta iniziale fu che non ve ne era. Poi, riflettendo, pensò che Franco potesse avere le risposte e a lei sarebbe stato sufficiente avere un incontro. La posizione iniziale di Bruna era di vittima innocente ma, parlando con Franco, era emerso il suo contribuito al deterioramento della relazione avendo rifiutato con forza di crescere come avvocato, assumendo nuove responsabilità (ricordate, non amava andare in aula).

La conversazione fu utile per entrambi: Franco capì che le sue aspettative erano andate disattese ma non si era mai premurato di farle delle richieste chiare; invece Bruna fu consapevole che la sua “scarsa passione”avevano condizionato le sue prestazioni commettendo errori che avevano pregiudicato il lavoro dello studio. Bruna non solo fu consapevole delle sue responsabilità ma riflettette su qualcosa che aveva rimandato da tempo: cambiare professione, fonte di ansia e frustrazione.

Quali opportunità offre questa distinzione linguistica? Ci aiuta a vedere le cose da due punti di vista diversi: quella della VITTIMA e del RESPONSABILE. Nel caso del punto di vista della vittima, entrambi le parti si sentiranno innocenti e riterranno l’altro/a il colpevole. Se invece la vediamo dal punto di vista dell’assunzione di responsabilità, allora entrambi potranno ammettere di aver contribuito al deterioramento della relazione (Franco aveva aspettative che non ha mai esplicitato, Bruna non voleva fare l’avvocato ma non si decideva a cambiare lavoro). E’ bene chiarire che quando parliamo di responsabilità non siamo interessati a “colpevolizzare” qualcuno. Quello che veramente ci interessa è se siamo in grado di guardare le cose da un altro punto di vista perché allora incontreremo nuove possibilità di azione che prima non vedevamo.

E questo ci introduce al perché è bene essere responsabili. Per agire è necessario essere responsabili. Responsabilità vuol dire abilità a rispondere. Se ciò che mi succede è causato da altri o altro, le mie possibilità di azione sono limitate o nulle. La trappola è che attribuendo la causa “al di fuori di noi” finiamo per ridurre o annullare qualunque possibilità di intervenire e risolvere il problema.Quando qualcuno si colloca nella posizione di vittima, si situa in un posto in cui non è responsabile, gli consente di giustificarsi con frasi del tipo: “non posso fare niente per cambiare”. La posizione di vittima è inefficace, non consente di intraprendere azioni che cambino in meglio la nostra vita. Questo modo di percepire la realtà toglie POTERE alla persona perché ne limita le possibilità di azione; al contrario, farsi carico del problema la aiuta a trovare soluzioni e a rendersene responsabile.

Sogno o Visione?

Tra il sogno e la visione c’è di mezzo l’azione. Potrebbe sembrare uno slogan, e forse lo è, di certo sogno e visione non sono sinonimi e il diverso significato che attribuiamo loro produce effetti molto diversi nella nostra vita. Allo stesso tempo,  sembra esserci una complementarietà tra i due termini. Il sogno è una meta senza percorso, attore e pianificazione. La visione ha un cammino, almeno un  protagonista ed un piano d’azione “sostenuto” da un sogno.

Molti conoscono il detto “Sognare non costa niente!”, meno sono quelli che comprendono che sognare non è sufficiente affinché si producano dei cambiamenti nella nostra vita. La visione è importante per la capacità di farci entrare in azione una volta che ci “compromettiamo” con ciò che desideriamo. L’idea che il sogno sia sufficiente a generare un qualche beneficio nella nostra vita è la trappola in cui cadono alcune persone. Altre, sebbene coscienti di fare i “sognatori professionisti” , indugiano in questo stato perché impegnarsi a fare qualcosa di nuovo sarebbe troppo impegnativo,  “scomodo”. Pochi osano, si danno una visione ed ottengono ciò a cui aspirano.

Quando sogniamo, fantastichiamo su come potrebbe essere la nostra vita al verificarsi di un certo evento o situazione. Sognare è sicuramente piacevole, potrebbe essere utile ma è inconcludente se non seguono azioni per il raggiungimento di quello che desideriamo. Il sogno non comporta impegno: ci risparmia i costi ma non da nemmeno benefici.

Le distinzioni linguistiche sono utili  perché consentono di ampliare lo sguardo sulla realtà e modificare l’azione. Quanto qui si propone è la distinzione tra sogno e visione, ove quest’ultima è innescata da un’idea ma seguita da un’azione volta a renderla realtà, a concretizzarla. A questo punto potremmo chiederci: “come sapere se quello che sentiamo è un sogno o una visione?” La visione c’è quando sentiamo la spinta a fare qualcosa e ci mettiamo all’opera per conseguirla.

I sogni senza visione hanno un comune denominatore: ciò che sarebbe potuto essere e non è stato. Il sognatore si da molte giustificazioni per non agire ed il suo sogno rimane nell’etere. Dice a se stesso che non è responsabile e che la mancata realizzazione va ricercata altrove: nelle circostanze sfavorevoli, nella crisi economica, nel capo ufficio che lo ha in antipatia… e avanti di questo passo. La visione implica mettersi in gioco ed agire coerentemente, anche quando i costi per uscire dalla zona di comfort possono essere importanti.

Ogni vota che ci giustifichiamo per quanto non abbiamo fatto, ci stiamo dando una scusa per non impegnarci: “mi sarebbe piaciuto lavorare all’estero ma non conosco le lingue”; “ero bravo a disegnare ed avrei voluto fare l’Accademia delle Belle Arti… ma poi di che vivevo?”; “se fossi magra avrei una vita sociale più ricca”; “non amo il mio lavoro ma c’è crisi, quindi inutile cercare”. Queste riflessioni sono le premesse dell’insuccesso, ossia del non far accadere ciò che desideriamo, sogniamo. Convinciamo noi stessi che non vale la pena darsi da fare, che non cambierà nulla comunque, viviamo nella lamentela continua perché non abbiamo ciò che vorremmo ma non ci fermiamo a riflettere che è la nostra attitudine a far venire meno qualsiasi possibilità.

Quando non sappiamo distinguere tra sogno e visione è facile che avremo più difficoltà a costruirci una vita coerente con le nostre aspirazioni. Ci guarderemo intorno e quando vedremo altri aver realizzato i propri sogni li invidieremo e/o attribuiremo il loro successo alla fortuna senza tener conto del loro coraggio ed impegno.

L’utilità di questa distinzione linguistica (sogno / visione) è che aiuta il coachee (cliente) a prendere coscienza di ciò che vuole, individuare gli ostacoli da superare, disegnare un piano d’azione e porlo in essere per raggiungere i suoi obiettivi. In un siffatto contesto, le domande che ci si pone sono: “quali sono i miei obiettivi?”; “quali costi sono disposto a sostenere e quali benefici conseguirò?”; “che valori sono importanti per me?”

Sappiamo che la vita pone ostacoli, talvolta difficili, da superare che possono farci rinunciare a quello che desideriamo. Nonostante ciò, è frequente riscontrare nelle sessioni di coaching che la rinuncia è dovuta più ai limiti che ci poniamo che non agli ostacoli che incontriamo.

Concludo con una riflessione apparentemente contraddittoria. Credo che la cosa importante non sia tanto raggiungere la meta, l’obiettivo bensì il cammino che percorriamo ed il modo in cui lo viviamo per andare verso ciò che desideriamo. La visione è utile perché ci da una direzione, ciò non toglie che lungo il percorso possiamo fare “nuove conoscenze” che arricchiscano il nostro punto di vista e modifichino, o finanche cambino, la nostra visione iniziale. Nulla di preoccupante: nel tempo i bisogni e le priorità si possono modificare e comunque continuare a contribuire ad ottimizzare la nostra performance per crearci una vita piena di soddisfazioni. La visione è al nostro servizio, è il sentiero che ci conduce fuori dalla nostra zona di comfort e ci apre a nuovi apprendimenti al fine di condurre una vita coerente con i nostri sogni.

 

Il potere delle distinzioni linguistiche

Perché la distinzione linguistica è potente? Perché amplia le possibilità di scelta dell’osservatore offrendogli l’opportunità di agire in modo diverso per raggiungere i suoi obiettivi.

Il titolo suggerisce un’idea che può essere percepita come provocatoria ma ha un fondo di verità: il linguaggio non è “innocente”. Le parole che utilizziamo racchiudono un’enorme forza che possiamo utilizzare a nostro pro o contro. Il “come” conversiamo (con noi stessi e con gli altri) condiziona i risultati che otteniamo. Dal mattino alla sera, passiamo molto tempo a conversare e questo indipendentemente dall’età e dal lavoro. Visto ciò, ci sembra – oltre che interessante – utile porre attenzione, cura, al “cosa e come” conversiamo affinché acquisiamo abitudini volte a massimizzare il nostro potenziale.

La distinzione linguistica è potente perché offre l’opportunità di dare, a cose e situazioni, nomi diversi. E’ un vantaggio che ci interessa molto perché quando distinguiamo apprendiamo qualcosa di nuovo che amplia il nostro punto di vista tanto da farci agire in altro modo.

Un esempio utile in tal senso ci viene dalla scienza. Oggi siamo in grado di distinguere cellula, molecola, atomo grazie ad una strumentazione che ci ha permesso di osservare una parte della realtà che è sempre stata sotto i nostri occhi però non potevamo vederla. Nel mondo del lavoro non è diverso. In ogni ambito si è affermato un linguaggio che distingue per essere maggiormente efficaci. Ad esempio, un avvocato distingue tra dolo e colpa, un progettista sociale tra obiettivo/ generale/i e specifico e così via.

Un secondo aspetto da sottolineare, è che solo siamo capaci di osservare quello che possiamo distinguere linguisticamente. Detto in altro modo, non possiamo distinguere ciò che non conosciamo.Una persona degli inizi del secolo scorso, posta di fronte ad un computer portatile probabilmente sarebbe in grado di descriverlo come oggetto composto di differente materiale (metallo, plastica, cristalli,…) ma mancherebbe delle distinzioni necessarie per nominarlo e ancor meno per farlo funzionare.

Il coaching aiuta le persone ad ampliare il proprio punto di vista, a cercare nuove forme per osservare la realtà per incontrare nuove opzioni che prima non si vedevano. Per questo utilizziamo le distinzioni come strumenti. Lavoriamo con parole che le persone utilizzano abitualmente con una determinata interpretazione e la recuperiamo per  darle una nuova visione, una nuova sfumatura che favorisce la riflessione, il cambio di prospettiva ed infine l’azione.

Le distinzioni non sono qualcosa di statico. L’importante non è l’interpretazione che diamo alla parola bensì le nuove possibilità che ci offrono; ad esempio: agire in modo diverso rispetto al passato e scoprire che questo ci conviene.

Prima di concludere, alcune precisazioni: 1. differenza tra conoscere e distinguere; 2. correlazione tra osservatore e distinzione.

  1. Chi conosce qualcosa può intenderlo razionalmente e comunque viverlo come qualcosa di estraneo a sé. Ad esempio, molti di noi conoscono  che la qualità del vino dipende da un lavoro costante, scelte ben definite, qualità del terreno ma anche da fattori indipendenti dalla volontà dell’uomo come il clima. Tuttavia, solo i più esperti sono capaci di distinguere, attraverso la degustazione, il profumo e l’aroma dei vini così come le annate.
  2. In secondo luogo, chi distingue è sempre un osservatore “parziale” che vede il mondo con le proprie lenti frutto di esperienze e credenze. E’ impossibile separare l’oggetto dall’osservatore: la distinzione risente della “lente” (più o meno a fuoco) con cui si guarda l’oggetto. Se la percezione della realtà è soggettiva, allora dobbiamo accettare la possibilità che esistano tante interpretazioni quanti sono gli osservatori e che tutte siano legittime.

Tutti possono beneficare dell’apprendimento di nuove abilità a conversare. Nel lavoro come nelle relazioni personali, lo sviluppo di questa abilità facilita chiarezza di idee, una migliore comunicazione, una qualità della vita superiore.