Lettura per l’Autunno: dosare Azioni e Pause

Perché questo libro per questa stagione

Lettura per l’Autunno: dosare azioni e pause è un invito all’equilibrio. L’autunno è un ottimo periodo per rivedere quanto fatto ad oggi ed eventualmente apportare quelle integrazioni – o modifiche – che sono necessarie a farci star bene. Perché questo libro? Questa stagione è ottima per alleviare i disagi e le sofferenze che appesantiscono la vita di tutti noi, magari da anni.

In”Guarisci Te Stesso”, Santorelli – uno dei padri della mindfulness – esplora qui le radici dell’arte del curare e mostra come e perché introdurre nella relazione di guarigione la consapevolezza che nasce dal prestare attenzione al momento presente, intenzionalmente e senza giudicare.

La filosofia di fondo appare, di primo acchitto, in controtendenza. Infatti, postula di favorire la possibilità di riconoscere, sia da parte dei pazienti sia da parte di chi cura, che si è tutti feriti ma anche tutti integri, che dentro ogni guaritore c’è un ferito ma dentro ogni ferito c’è un guaritore, rivoluzionando le dinamiche della relazione paziente-terapeuta. Quest’alleanza indispensabile funziona come un vero e proprio farmaco!

“Guarisci Te Stesso” è un ottimo libro: strumento non solo di riflessione bensì di stile di vita. Per questa ragione lo consiglio caldamente a tutti coloro che hanno ancora “conti in sospeso” da far quadrare.

Il libro

L’autore, sin dalle prime pagine, si presenta con una forza poetica e una capacità espressiva che raramente capita di trovare nei saggi di questo tipo. Questo libro è anche, ma non solo, una lettura specialistica che veicola il messaggio di fondo: dentro ogni guaritore c’è un ferito, e che dentro ogni ferito c’è un’ interezza che si può contattare, come un sempre accessibile Guaritore interno.

Seguendo il filo teso da questo antico mito che è la figura di Chirone (il “guaritore ferito”) Santorelli ci conduce in un emozionante viaggio nel rapporto di cura, così come egli lo vive nella sua pluriennale esperienza di istruttore di mindfulness. Un rapporto caratterizzato dal duplice e speculare riconoscimento e appartenenza alle “categorie” di guaritore e di ferito (pur nel rispetto dei diversi ruoli e delle diverse “competenze).

Nei suoi percorsi di mindfulness vediamo, concretamente, come la possibilità di aprirsi al momento presente, la consapevolezza, possa essere il balsamo, lo spazio che ci permette di accogliere dentro di noi il nostro essere feriti senza venirne lacerati, senza che questo si trasformi nella sensazione di essere divisi, separati dentro noi stessi o, peggio, separati dalla persona di cui ci stiamo prendendo cura.

Infatti, dice Santorelli, è proprio nell’ incontro tipicamente umano tra chi offre e chi riceve cura, e nella possibilità del reciproco riconoscimento della comune appartenenza alle due “categorie” che, possono nascere gli incontri più autentici e più squisitamente curativi.

Un libro che in ogni pagina spinge a riflettere sul significato della relazione di aiuto e soprattutto sulla possibilità di mettere in moto risorse interne che l’altro può avere ma che forse spesso rimangono latenti proprio per il disconoscimento della duplice natura del nostro essere guaritori e feriti.

L’autore

Saki Santorelli è un professore di Medicina, Direttore della Stress Reduction Clinic, una struttura acclamata a livello internazionale, e Direttore esecutivo del Center for Mindfulness in Medicine, Health Care, and Society all’University of Massachusetts, Medical School . Ha lavorato con migliaia di pazienti e ha istruito e aiutato i mentori dei professionisti e ricercatori nel campo della Mindfulness e del percorso Mindfulness-based Stress Reduction (MBSR), praticando per oltre 30.000 ore come istruttore MBSR.
Nel 2001 ha fondato Oasis Institute, un programma completo di istruzione e formazione professionale che porta alla certificazione degli insegnanti in MBSR. Nel 2003, ha fondato una conferenza scientifica annuale sulla mindfulness, dal titolo “Investigare e integrare la mindfulness in medicina, nell’assistenza sanitaria e nella società”. Saki insegna e presenta a livello internazionale ed è l’autore di Guarisci te stesso.

È uno dei più stretti collaboratori di Jon Kabat-Zinn, fondatore del protocollo MBSR.

SCHEDA del LIBRO

TitoloGuarisci te stesso
SottotitoloLezioni di mindfulness
AutoreSaki Santorelli
CollanaTemi
EditoreRaffaello Cortina Editore
Formato Libro
Pagine332
Pubblicazione05/2015
ISBN9788860307477
 Prezzo€16,00

Praticare la Gratitudine migliora la tua Vita

Gratitudine

Praticare la gratitudine migliora la tua vita perché ti fa uscire da un punto di vista egocentrico (con le sue aspettative e pretese). Infatti, a ben vedere, ti puoi accorgere che tante cose utili e belle derivano dall’opera altrui. E tu, ne usufruisci, più o meno consapevolmente.

Un amico, in coda alla cassa di un supermercato, è rimasto colpito da un atto di gentilezza molto semplice: uno sconosciuto lo ha lasciato passare avanti perché aveva pochi prodotti rispetto a lui. Un gesto piccolo ma che ha lasciato un segno profondo, di gioia e gratitudine. Si badi, non tanto per superare rapidamente la coda bensì per scoprire come anche tra sconosciuti si può creare connessione profonda, armonica.

Infatti, in apparenza, la gratitudine sembra nascere dalla sensazione di essere in debito con un’altra persona che si è mostrata riguardosa nei tuoi confronti ma guardando più a fondo la realtà è un’altra: una maggiore consapevolezza della tua connessione con il tutto. Per questa ragione praticare la gratitudine migliora la tua vita: amplia le tue possibilità di felicità facendoti apprezzare le piccole cose.

Ma da dove trarre ispirazione?

Le ragioni per essere grato sono intorno a te!

Se ti stai chiedendo dove trovare spunto per essere grato, la risposta che ti darò ti sorprenderà! Tutto intorno a te diviene occasione di gratitudine. Ad esempio, l’orologio che porti al polso ti consente di essere puntuale e lo devi a coloro che lo hanno progettato, costruito, trasportato e venduto. Il parco dove vai a correre è mantenuto in buono stato da chi ci lavora ed i mezzi pubblici che usi sono in orario perché i conducenti si impegnano nel mantenere un certo standard di qualità del servizio.

Quando il tuo pensiero sosta su questi aspetti apparentemente banali, hai una piccola ma fondamentale illuminazione: siamo interconnessi! Ed è per questo che una delle pratiche più trasformative in cui puoi impegnarti è quella di coltivare la gratitudine.

Cosa fai, invece?

Ti Fissi su ciò che Non Va? Ti stai Fregando da solo!

Se capita anche a te, non sei solo, tranquillo! E’ ciò che fa la maggior parte delle persone. Sembriamo programmati per fissarci su ciò che dovrebbe essere e non è. Quante volte ti è capitato di sprofondare nella frustrazione o nella tristezza perché gli altri non hanno soddisfatto le tue aspettative? Questo atteggiamento, sebbene non vada rifiutato bensì osservato, alla lunga ha un limite: non farti vedere i doni che ricevi nel quotidiano perché sequestrato da emozioni e/o pensieri che ti relegano nel passato o ti proiettano nel futuro, privandoti di cogliere l’opportunità di essere felice

Per vedere quanto sei supportato dalla vita devi uscire dallo spazio ristretto del tuo Sé. Una volta che acquisisci un punto di vista più equilibrato della realtà, sei meno preoccupato per ciò che non soddisfa le tue aspettative e più presente a ciò che incontri durante il quotidiano.

Inoltre, vedendo quanto sei interdipendente con gli altri, cresci in generosità, desiderando in qualche modo di restituire quanto ricevuto. Praticare la gratitudine migliora la vita perché innesta una spirale virtuosa.

A cosa devi stare attento?

In questo “percorso ad ostacoli” occorre prestare molta attenzione.

  • Il primo impedimento è stato già anticipato nel primo paragrafo: l’incapacità di notare ciò che si ha guardandosi intorno. Ad esempio, avere una appartamento dove stare al caldo d’inverno, amici con cui condividere le vacanze, una famiglia su cui contare in momenti di difficoltà, eccetera. Quindi, la prima cosa che puoi fare è iniziare a prestare attenzione a ciò che hai! Ed è proprio qui che le aspettative possono mostrarsi insidiose. Ti aspetti che i tuoi cari siano sempre disponibili (e mai tu per loro), che gli amici ti organizzino le uscite, che in casa non ci siano mai contrattempi. Quando arrivi ad aspettarti qualcosa non presti attenzione: lo dai per certo e non dai valore.
  • Il secondo impedimento, è proprio dare tutto per scontato. La gratitudine può non emergere per il servizio eccellente ricevuto da un impiegato che risolve il tuo problema, dal momento che ritieni stia “facendo solo il suo dovere”. Indipendentemente dalle sue motivazioni, il fatto è che stai beneficiando del suo impegno e puoi notarlo e sottolinearlo con un’espressione di gratitudine.

Cosa puoi Fare?

Una pratica che può sostenerti nel coltivare la gratitudine ha origine nel paese del Sol Levante ed è conosciuta con il nome di Naikan che significa “guardarsi dentro“.

E’ un metodo strutturato che incoraggia l’indagine su te stesso e sul tuo rapporto con il mondo. Nella sua forma più profonda il Naikan viene praticato in centri specializzati dove, durante il giorno, rifletti sul tuo passato al fine di modificare il tuo futuro (guarda Come sapere quale azione intraprendere?). In genere, c’è una riflessione progressiva a cui dedichi 2 ore e mezzo partendo dalla nascita fino all’età di 6 anni; poi, con intervalli, per ogni tre anni di vita. Si conclude quando tutta la tua esistenza è stata esaminata rispetto ai genitori, fratelli, amici ed altri.

Il vantaggio che ti si offre è di guardare con onestà a come si è vissuta la propria vita. Inoltre, la pratica può portarti a comprendere che sei davvero ricco e profondamente supportato.

Come puoi fare?

E’ possibile che non ci sia un Centro vicino casa tua; in tal caso, ti propongo questa versione Naikan che ti prenderà 30 minuti del tuo tempo. Possibilmente, fallo a fine giornata. Siediti e porta l’attenzione al respiro per aiutarti a centrarti. Quando ti senti a tuo agio poniti queste 3 domande:

Cosa ho ricevuto oggi?

Sii specifico e rifletti su quante più cose ricordi. Ad esempio, il sorriso del tuo partner, il cinguettio di un uccello, il conducente che ti da la precedenza anche se non ce l’hai. Il sol fatto che tu abbia beneficiato da qualche azione è sufficiente per coltivare la gratitudine. Sospendi il giudizio, scandaglia il tuo stato d’animo. Non sempre ciò che ci è offerto è dovuto! E ti renderai conto di avere molti più debiti (di gratitudine) che non crediti. Ciò ti aiuterà a “riequilibrare” l’ego e ad essere più generoso con il prossimo.

Cosa ho dato oggi?

Ripercori nuovamente gli eventi della giornata ma ora pensa a cosa hai dato agli altri. Qu,i come su, non importa la motivazione oppure l’azione (puoi aver aiutato un disabile ad attraversare la strada come aver raccolto una carta da terra e depositata nell’apposito cestino). Potresti scoprire che senza clamori contribusci al “bene comune”.

Quali problemi o difficoltà ho causato oggi?

Questa domanda è spesso la più difficile! Ancora una volta ripercorre gli stessi passi dei punti precedenti e non trascurare ciò che ti sembra insignificante; ad esempio: ho preteso da un collega che mi desse una mano con un progetto impedendogli di uscire a tempo per la partita. In generale, siamo molto consapevoli di come gli altri ci causano danno ma raramente ci rendiamo conto di quando siamo noi la fonte del disagio. Vedere come causi problemi agli altri aiuta a “sgonfiare” il tuo ego e a vivere meglio sapendo che anche tu ricevi, molto.

Conclusioni

Talvolta ci sentiamo a credito con la Vita: a volte è vero ma spesso stiamo solo falsando le carte. Non perché siamo “cattivi” bensì ignoranti, con un punto di vista limitato.

La gratitudine è una pratica che aiuta a riportare equilibrio nella nostra vita. Un equilibrio che ci consente di essere lucidi nel valutare ciò che c’é, nello stare con ciò che c’é e nel capire cosa possiamo cambiare per vivere meglio. Per far sì che la gratitudine non si trasformi in un meccanico “grazie” privo di coinvolgimento, si può ricorrere al Naikan, un metodo strutturato e su sinteticamente proposto (in particolare per umani indaffarati :-)) affinché ci possa essere profondità di pensiero, si possano toccare le corde più profonde del nostro essere e comprendere come il nostro atteggiamento ha un impatto esponenziale nel nostro intorno.

Quando sgonfiamo il nostro ego, ci avviciniamo alla verità; allora, si possono aprire ai nostri occhi grandi opportunità. Ecco perché praticare la gratitudine migliora la vita.

IKIGAI: qualcosa per cui vale la pena vivere.

Ikigai è un parola giapponese che ha diversi significati: ispirazione, motivazione profonda, ragione di vita. Ma posiamo sintetizzare dicendo che Ikigai è qualcosa per cui vale la pena vivere o ragione per esistere. 

Ognuno di noi ne ha uno anche se non ne è a consapevole! Per alcuni ha a che vedere con il proprio lavoro, per talaltri con il proprio hobby in qualunque caso è qualcosa che facciamo con amore e consapevolezza.

Per le persone più estroverse e aperte affettivamente, esso può coincidere quasi completamente con la sfera delle relazioni personali, laddove i momenti di condivisione con i familiari e amici sono occasione per dare senso e luce al proprio cammino.

Ragione per esistere

Ikigai è qualcosa per cui vale la pena vivere, è ciò che ci da gioia e buon motivo per alzarci dal letto la mattina qualunque sia la veste che assume per noi. Ci “soccorre” nel trovare l’energia giusta per mantenere accese l’intenzionalità, direzione e presenza in ciò che si fa. In Giappone – da dove il termine e la filosofia che la contiene è nato – si ritiene che rispettare il proprio ikigai sia una condizione imprescindibile della longevità.

Nella filosofia giapponese anche un momento quotidiano apparentemente poco rilevante può diventare qualcosa di molto significativo se è in armonia con la nostra ispirazione fondamentale. La vita intera, alla luce dell’ikigai, può trasformarsi in un’opera d’arte che si realizza in ogni istante: gratificandoci, nutrendoci, dandoci gioia.

In occidente, si sta assistendo ad un “rimaneggiamento” del concetto che lascia poco spazio alla “poesia”. Un pensiero che vuole coniugare le reali capacità dell’individuo con i bisogni dell’economia cosicché si abbia un ikigai “aziendalistico”, funzionale alla produzione.

Ma come si trova il proprio ikigai?

Ikigai è qualcosa per cui vale la pena vivere ed il primo passo per comprenderlo è avere maggiore consapevolezza di ciò che amiamo. Per farci un’idea, è ciò che ha la forza di coinvolgerci in modo così pieno al punto da non renderci conto del tempo che passa (stato di flow).

Possiamo indagare questo aspetto in modo creativo, riflettendo, per esempio, sugli ultimi libri o anche film che ci sono piaciuti e rispondendo ad alcune domande, quali:

  • ha a che vedere con qualcosa che amo?
  • di cosa parla?
  • cosa di quel libro mi è rimasto impresso?
  • in che modo ciò mi riguarda?

L’ultimo passaggio ha a che vedere con il contributo alla società: in che modo il mio ikigai concorre a migliorare il mondo? Se la nostra attività preferita ha un’utilità sociale e c’è richiesta di persone che la svolgano, abbiamo buone possibilità di ricevere un compenso per svolgerla. Facciamo una lista delle attività che ci gratificano e mettiamole in ordine a seconda delle possibilità che si rivelano remunerative. Se ce ne è qualcuna che la fa divenire una professione, vale la pena investir qualche risorsa per formarsi bene in quel campo.

Conclusioni

Se il tuo ikigai non può divenire un lavoro non buttarti giù: non è questa la cosa più importante. Sapere cosa ti ispira e ti riesce bene è già un immenso tesoro!

Cerca di essere creativo e considera che ci sono tante attività amatoriali che possono dare senso al tuo tempo e non è necessario optare solo per una! Come sempre, quando cerchiamo di vivere alla luce di un valore profondo, le azioni che svolgiamo sono azioni di qualità, con una rilevanza intrinseca. Esse sono a pieno titolo una forma di meditazione.

Abbracciare l’indesiderato, entrare nella ferita

Abbracciare l’indesiderato, entrare nella ferita sono azioni che richiedono coraggio. La sofferenza non ama essere vista da vicino, provoca avversione, rifiuto; eppure, da questo gesto, possono venire delle importanti scoperte per arricchire la nostra conoscenza e farci vivere meglio. Per comprendere meglio cosa intendo con abbracciare l’indesiderato ed entrare nella ferita, mi avvarrò della fiaba come alleata.

La fiaba…

Un’antico racconto celtico narra la storia dei cinque figli del re irlandese Eochaid. Un giorno, i figli andarono a caccia e si persero. Non riuscendo a trovare la strada, si preoccuparono anche perché la sete iniziava a farsi sentire con maggiore insistenza. Allora, uno ad uno, iniziarono a cercare l’acqua.

Fergus fu il primo dei cinque ad andare. Dopo poco intravide un pozzo e si incamminò verso di esso. Man mano che si avvicinava si accorse che il pozzo era custodito da una donna anziana il cui aspetto era orribile: capelli ispidi e fuligginosi con una zanna di color verde che le sbucava dal cuoio capelluto, naso storto e narici ampie, pancia grinzosa e maculata, gambe deformate e piedi grandi come badili. Fergus disse: “è così che stanno le cose?” e la donna rispose: “proprio così”. Poi, domandò se la donna fosse la custode del pozzo e questa rispose affermativamente. Allora chiese se poteva prendere dell’acqua e lei acconsentì previo il rispetto di un patto: doveva baciarla. Fergus si rifiutò, giurando solennemente che piuttosto sarebbe morto di sete piuttosto che baciarla. E se ne andò.

Uno dopo l’altro, seguirono sullo stesso sentiero, gli altri tre fratelli di Fergus; ognuno di loro trovò il pozzo e tutti reagirono come il primo fratello: sarebbero morti piuttosto che toccare quell’orrenda presenza.

Alla fine, giunse il quinto fratello chiamato Niall. Anche a questo, la donna propose lo stesso patto ma a differenza degli altri fratelli, conosciuti i termini dell’accordo, accettò senza esitare – non solo di baciarla – ma anche di abbracciarla. Lo fece volentieri e, non appena lo ebbe fatto, la custode del pozzo si trasformò in una donna bellissima. La fiaba narra che Niall, descrisse la donna che aveva dinanzi come un “universo di bellezza”. Al che, l’unica risposta della donna fu. “E’ proprio vero.” Quando le chiese chi fosse lei gli rivelò la propria identità: “O Re di Tara, io sono la Legge Reale.”

Stando in piedi in tutta la sua presenza e mostrando la sua vera natura, la donna offrì a Niall l’acqua per sé ed i suoi fratelli. Prima che partisse, benedì lui ed i suoi figli dicendo che avrebbe avuto un regno molto potente. La magnifica donna proseguì dicendo che, nonostante Niall l’avesse vista inizialmente come brutta e deforme, contrariamente ai suoi fratelli era stato guidato da un cuore generoso e gentile, offrendo la sua amorevole bontà piuttosto che la sua avversione. Era proprio questa, la “Legge Reale”: andare incontro a ciò che non desideriamo con gentilezza invece che con il netto rifiuto.

… e la sua morale

Nel momento in cui intraprendiamo il nostro viaggio verso la “zona ferita”, questa storia ci aiuta ad orientarci. Ci chiede di guardare ciò che sta di fronte a noi, di entrare profondamente in contatto con ciò che non desideriamo, aprendo il cuore secondo le nostre possibilità e avanzando con gentilezza piuttosto che con l’intento di negare, rifiutare o distruggere.

La fiaba ci fa capire che abbracciare l’indesiderato ed entrare nella ferita è la scelta migliore: ogni altro modo di procedere ci lascerà assetati, prigionieri di concetti ed idee, punti di vista ed opinioni, incapaci di fare un passo verso un ambito più vasto dell’esistenza. Vivere la nostra vita così, comporta molto dolore e molta tristezza. Facciamo attenzione: gli altri fratelli non vengono maledetti, umiliati o puniti per essersi rifiutati di “baciare l’indesiderato”, rimangono semplicemente assetati. Inariditi, rigidi e sterili. Non disposti ad abbracciare la custode del pozzo, ad affrontare e incontrare quelle parti indesiderate di sé stessi e a lavorare con esse non hanno ricevuto alcun nutrimento.

C’è acqua a sufficienza per ognuno di noi. La fiaba ci mostra una strada da seguire, un modo per entrare nella ferita, senza provare avversione per noi stessi o restare paralizzati dalla paura. Più in là, potremo scoprire, grazie alla nostra disponibilità a procedere con amore, una sorgente di vita inesauribile.

IL PILOTA AUTOMATICO: I 5 STEP PER DISATTIVARLO

Pilota automatico è un’espressione che wikipedia definisce come “un dispositivo meccanico/elettronico che può guidare un veicolo senza assistenza da parte di un essere umano” . In “Il pilota automatico: i 5 step per disattivarlo”, propongo 5 strumenti che ci consentono di prendere le distanze da automatismi del passato offrendoci l’opportunità di vivere una vita più felice. Cosa intendiamo qui per “pilota automatico”? “Uno stato cognitivo in cui si agisce senza essere consapevoli di quello che si sta facendo”.

I pro e contro del Pilota automatico

Il pilota automatico ci aiuta a compiere azioni essenziali del quotidiano, come camminare, mangiare, guidare un mezzo- senza impegnare tutta la nostra attenzione. Ci aiuta ad acquisire nuove e complesse abilità come scrivere al computer ed una volta appresa l’abilità inizia a diventare automatica. Per esempio, si può camminare senza ricordare nulla del tragitto; il che spesso è utile perché consente alla mente di dedicarsi ad altro.

Tuttavia, il pilota automatico può diventare un ostacolo, in particolare nel modo in cui elaboriamo le emozioni. Spesso, siamo in grado di riflettere su come ci fanno sentire le esperienze passate e a farne tesoro per il futuro. Il problema è quando ripetiamo i nostri schemi meccanicamente, mettendo in atto le stesse reazioni emotive a situazioni simili, anche se i fatti ci dicono che non funziona!

Disfare i modelli negativi

Nella modalità “pilota automatico”, la mente reagisce basandosi basandosi sulle esperienze passate e non ci accorgiamo di avere un ampio ventaglio di opportunità. Prestabilire di rompere schemi consolidati adottando un determinato comportamento non è necessariamente il modo migliore per superarli.

Ciò di cui c’è bisogno è un nuovo e più consapevole modo di pensare. Allenandoci a vivere nel presente e ad accettare piuttosto che a giudicare le esperienze passate, diventiamo più radicati e consapevoli delle nostre reazioni. Il pilota automatico sparisce quando c’è la consapevolezza.

Pilota automatico versus Consapevolezza

Vivere la nostra interiorità in automatico ci porta a ripetere gli stessi errori, a rivivere gli stessi momenti di crisi e a non andare avanti.

Invece, la consapevolezza ci rende coscienti dei nostri schemi emotivi, dandoci gli strumenti per conoscere il nostro potenziale. Di seguito, una tabella che riassume (in modo esemplificativo e non esaustivo) i due modelli a confronto:

PILOTA AUTOMATICOCONSAPEVOLEZZA
reagisce per inerziarisponde scientemente
rimugina sul passatovive pienamente nel presente
rifiuta la realtà accetta la realtà
non vede i dettaglivede i dettagli
ripropone modelli consolidatiha una visione d’insieme
le scelte sono limitateampie possibilità di scelta
rivive le emozioni passateprova nuove emozioni
scarsa coscienza delle proprie potenzialitàcosciente delle proprie potenzialità

I 5 step per disattivare gli automatismi

Attenuare le risposte emotive automatiche attraverso la consapevolezza richiede molta pratica. Però, c’è già qualcosa che può essere messo in campo per iniziare a resettare le “cattive” abitudini. Di seguito, 5 step per disattivare il pilota automatico:

  1. riscopri il silenzio, la solitudine. Ti sembrerà strano, se non assurdo, abbandonare i dispositivi mobili per qualche ora vista l’abitudine ad essere connessi 24/24. Ma se ci portiamo sempre dietro questi strumenti non saremo mai veramente soli, con noi stessi. Riscopri come ci si sente;
  2. parla con estranei. Anni fa, in un bar di Ancona, ho letto una frase fantastica “non ho il wi-fi, parlate tra di voi.” Dedica del tempo a parlare con qualcuno che non conosci mentre sei a prendere un caffè al bar o alla macchinetta del caffè in azienda. Il pilota automatico può minare il nostro senso di connessione con gli estranei. E’ bello scoprire che oltre ai nostri conoscenti altre persone hanno qualcosa da offrire;
  3. fai nuove esperienze. Può essere qualsiasi cosa: dal Cammino di Santiago alla preparazione di una torta. Le vite rischiano di impantanarsi nelle routine: una novità può portare grande arricchimento;
  4. trasforma il percorso. Esplora le strade! Talvolta non è nemmeno necessario cambiare percorso bensì portare attenzione a cose su cui non ci si sofferma. Fatti un giro osservando ciò che ti circonda: scoprirai che sei contornato di novità, alcune anche utili (magari non ti eri accorto di quel negozietto che vende prodotti di nicchia a te cari);
  5. fai quello che va fatto! Spesso è il pilota automatico ad impedirci di fare quello che va fatto. Dal momento che comunque va fatto, fallo prima. Non lasciare che incomba su di te sottraendoti attenzione e tempo a ciò che conta: i tuoi obiettivi.

Conclusioni

Il mettere in atto schemi e azioni abituali e automatizzati è funzionale in molti casi, rappresenta una modalità di “risparmio” energetico che ci consente di pensare e fare altro. Tuttavia, ha i suoi limiti. Gli schemi abituali ci mettono nella condizione di reagire alle situazioni sempre nello stesso modo, senza averne consapevolezza. Il pilota automatico è l’opposto della consapevolezza: è uno stato mentale che non ci fa vivere nel presente, bloccato dentro abitudini consolidate.  Lasciarlo andare ci consente di prendere le distanze dai condizionamenti del passato offrendoci l’opportunità di essere felici.

LA CONSAPEVOLEZZA PUO’ ARRICCHIRTI LA VITA

La consapevolezza può arricchirti la vita

La consapevolezza può arricchirti la vita. E’ nel tuo interesse farlo. Come? Accettando un’esperienza trasformativa, non comune e che richiede attenzione e tempo. Per seguirla, dovrai prendere l’abitudine di praticare brevi meditazioni e acquisire consapevolezza delle radicate abitudini mentali che ti hanno impedito, fino ad oggi, di vivere appieno la tua vita.

Consapevolezza: ma cos’è?

E’ un termine divenuto molto famoso nella sua versione anglosassone, mindfulness, grazie anche all’opera di Jon Kabat Zinn che, alla fine degli anni ’70, l’ha assimilato e utilizzato come paradigma autonomo in alcune discipline mediche e psicoterapeutiche.

E’ un concetto molto semplice. Si tratta di prestare attenzione alle esperienze del momento presente e permetterti di aprirti a ciò che accade.

Questo termine ha bisogno di una piccola spiegazione. Il nostro stato mentale originario è molto aperto ma, con il tempo, a mano a mano che accumuliamo esperienze, certi punti di vista si strutturano, si consolidano e ristringono il campo.

La meditazione, praticata per almeno qualche settimana, può riuscire a “incrinare” queste strutture interiori e riportarci alla nostra originaria apertura. Ecco perché questa pratica si è dimostrata un efficace antidoto verso tutti i tipi di pensiero negativo, lo scarso impegno, la bassa autostima, l’ansia e la depressione.

Il valore aggiunto della consapevolezza.

La consapevolezza può aiutarti a migliorare la percezione che hai di te, in relazione alla tua vita e agli altri. Ti permette di riconoscere e di sfruttare le tue potenzialità, sia nelle relazioni che nel raggiungimento degli obiettivi personali e/ o professionali.

Quando ti chiedi come la consapevolezza può arricchirti la vita, sappi che questo equivale a vivere in maniera più piena, con maggiore abilità, serenità ed elasticità. Essere più consapevole ti aiuterà ad essere più felice.

Le difficoltà o le minacce che incontrerai lungo il cammino non ti sembreranno più così insostenibili e sarai sempre più in grado di riconoscere le opportunità che la vita ti offre e ad accoglierle con gioia. Gli automatismi della mente ci saranno ancora ma saranno meno condizionanti, lasciandoti così la libertà di coltivare pensieri più costruttivi.

Come vivere in consapevolezza

L’ingrediente principale della consapevolezza è il momento presente. Occorre accoglierlo. Questo non significa che devi concentrarti sul momento in sé, poiché è impossibile fissare un momento. Quel che devi fare, invece, è concentrarti sulla tua esperienza presente, dimenticando il passato e il futuro o lo stesso scorrere del tempo, così come tutti i pensieri o le emozioni che attraversano la mente.

Puoi portare attenzione su qualcosa che stai facendo, guardando, ascoltando o sentendo, come una sensazione o il tuo stesso respiro: nel momento in cui ti concentri sull’oggetto in maniera rilassata ma intenzionale stai praticando la consapevolezza.

Le pratiche formali adottano prevalentemente il corpo, il respiro e l’atto di camminare così come gli oggetti per praticare l’attenzione intenzionale.

Conclusione

Questa pratica consiste nel prestare piena attenzione a tutte le esperienze, positive o negative che siano. Non è uno stato di beatitudine mistica o di trascendenza spirituale e non ha necessariamente una dimensione religiosa.

Consapevolezza è:

  • riconoscere i propri sentimenti senza esserne “sequestrati”;
  • identificarsi con ciò che si è e si vuole veramente, non con i propri sentimenti o errori;
  • vivere di più nel momento presente e meno nel passato o nel futuro;
  • una via percorribile da tutti per coltivare la felicità.

Uno strumento per coltivare il “qui ed ora” con una mente centrata, leggera e serena.