Ikigai è un parola giapponese che ha diversi significati: ispirazione, motivazione profonda, ragione di vita. Ma posiamo sintetizzare dicendo che Ikigai è qualcosa per cui vale la pena vivere o ragione per esistere.
Ognuno di noi ne ha uno anche se non ne è a consapevole! Per alcuni ha a che vedere con il proprio lavoro, per talaltri con il proprio hobby in qualunque caso è qualcosa che facciamo con amore e consapevolezza.
Per le persone più estroverse e aperte affettivamente, esso può coincidere quasi completamente con la sfera delle relazioni personali, laddove i momenti di condivisione con i familiari e amici sono occasione per dare senso e luce al proprio cammino.
Ragione per esistere
Ikigai è qualcosa per cui vale la pena vivere, è ciò che ci da gioia e buon motivo per alzarci dal letto la mattina qualunque sia la veste che assume per noi. Ci “soccorre” nel trovare l’energia giusta per mantenere accese l’intenzionalità, direzione e presenza in ciò che si fa. In Giappone – da dove il termine e la filosofia che la contiene è nato – si ritiene che rispettare il proprio ikigai sia una condizione imprescindibile della longevità.
Nella filosofia giapponese anche un momento quotidiano apparentemente poco rilevante può diventare qualcosa di molto significativo se è in armonia con la nostra ispirazione fondamentale. La vita intera, alla luce dell’ikigai, può trasformarsi in un’opera d’arte che si realizza in ogni istante: gratificandoci, nutrendoci, dandoci gioia.
In occidente, si sta assistendo ad un “rimaneggiamento” del concetto che lascia poco spazio alla “poesia”. Un pensiero che vuole coniugare le reali capacità dell’individuo con i bisogni dell’economia cosicché si abbia un ikigai “aziendalistico”, funzionale alla produzione.
Ma come si trova il proprio ikigai?
Ikigai è qualcosa per cui vale la pena vivere ed il primo passo per comprenderlo è avere maggiore consapevolezza di ciò che amiamo. Per farci un’idea, è ciò che ha la forza di coinvolgerci in modo così pieno al punto da non renderci conto del tempo che passa (stato di flow).
Possiamo indagare questo aspetto in modo creativo, riflettendo, per esempio, sugli ultimi libri o anche film che ci sono piaciuti e rispondendo ad alcune domande, quali:
ha a che vedere con qualcosa che amo?
di cosa parla?
cosa di quel libro mi è rimasto impresso?
in che modo ciò mi riguarda?
L’ultimo passaggio ha a che vedere con il contributo alla società: in che modo il mio ikigai concorre a migliorare il mondo? Se la nostra attività preferita ha un’utilità sociale e c’è richiesta di persone che la svolgano, abbiamo buone possibilità di ricevere un compenso per svolgerla. Facciamo una lista delle attività che ci gratificano e mettiamole in ordine a seconda delle possibilità che si rivelano remunerative. Se ce ne è qualcuna che la fa divenire una professione, vale la pena investir qualche risorsa per formarsi bene in quel campo.
Conclusioni
Se il tuo ikigai non può divenire un lavoro non buttarti giù: non è questa la cosa più importante. Sapere cosa ti ispira e ti riesce bene è già un immenso tesoro!
Cerca di essere creativo e considera che ci sono tante attività amatoriali che possono dare senso al tuo tempo e non è necessario optare solo per una! Come sempre, quando cerchiamo di vivere alla luce di un valore profondo, le azioni che svolgiamo sono azioni di qualità, con una rilevanza intrinseca. Esse sono a pieno titolo una forma di meditazione.
Imparare la felicità è una cosa possibile. Sovente la felicità è associata ad una sensazionepositiva e permanente, una versione del “… e vissero felici e contenti” che abbiamo conosciuto nelle fiabe. L’idea che questa può essere metodicamente costruita e gestita è relativamente nuova e, in fondo, poco diffusa.
Obiettivo di questo articolo è favorire una credenza (o perlomeno una speranza): imparare la felicità si può… se si è disposti a mettersi in gioco!
La felicità tra fortuna e status
Partiamo dalle etimologie. In latino, felicità deriva da fertilia, fertilità. In scandinavo, era happ (ora radice nelle lingue anglosassoni per riferirsi a felicità) e significava fortuna, successo. Per gli antichi greci, il termine usato era eudaimonia, che significava nato sotto una buona stella e/o ben visto dagli Dei. Da questo breve (e non esaustivo excursus) si evince che l’uomo non era artefice della propria felicità bensì il “destinatario”. Questa idea secondo cui la felicità esprime una sensazione di appagamento ma è fondamentalmente legata alla fortuna durerà fino al ‘700.
La relazione tra felicità e fortuna cambiò nel 1776, quando Thomas Jefferson inserì nella Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti che “… la ricerca della felicità” era un diritto di ciascun cittadino.
Questa idea si affermò come imperativo nella società borghese in ascesa e seguirono tentativi di analisi e catalogazione. Tra questi, quello di Jeremy Bentham che realizzò un Catalogo dei Piaceri per misurare la felicità. Una formula (molto) semplice in cui la Felicità = Piacere – Dolore; ciò che era piacere (esempio, l’abilità, il potere) o dolore (privazione, imbarazzo, cattiva reputazione) era elencato in dettaglio in una lista. Se si voleva sapere se da una determinata azione si sarebbe tratto più piacere o dolore, bastava tirare fuori il catalogo e fare una semplice operazione.
Questo tentativo di razionalizzare la felicità ebbe una certa fortuna ma durò poco. Infatti, fu demolito poco dopo proprio dal suo allievo, pupillo e figlioccio John Stuart Mill che, a dispetto dell’apparente risultato favorevole derivante dal su citato catalogo, non era felice per nulla! Secondo Mill, la grossa lacuna della formula di Bentham stava nel fatto che il piacere è soggettivo. Inoltre, la felicità non la si poteva creare, non era il fine ultimo, bensì un “incontro casuale” dovuto al perseguimento di altri obiettivi.
L’idea della felicità come un diritto, quasi obbligo, ebbe conseguenze ambivalenti. Infatti, associò l’insufficiente prestigio sociale e potere economico al fallimento e quindi al sentirsi infelici. Questa è una delle ragioni che porterà il cofondatore della psicologia positiva Martin Seligman a rifiutare, o quantomeno evitare, il termine felicità perché troppo condizionato dallo status socio-economico che, per quanto importante, non è il solo contribuire alla felicità.
La felicità cambia paradigma
La novità introdotta da Seligman, ed altri, rappresenta un importante passaggio di paradigma che rompe definitivamente con le identità anteriori: “felicità = fortuna” e “felicità = status sociale elevato”. La vita è fatta di alti e bassi, gioie e dolori.
La Felicità va intesa come “vita prospera” (equivalente del greco eudaimonia di cui parla Aristotele nell’Etica Nicomachea), ove l’individuo accetta che la vita è fatta di gioie e dolori. Occorre che impari e pratichi il coraggio, la gratificazione non immediata e la compassione. L’idea della felicità come fato, status sociale o stato d’animo permanente è causa di frustrazioni. Essa, va ricondotta tra le emozioni per accettarne da una parte la temporaneità e, dall’altra, l’alternanza tra delusioni e soddisfazioni.
Seligman individua 3 tipi di “idea” di felicità. Queste sono:
emozioni positive;
esperienze ottimali;
vita piena di significato.
Emozioni positive
Detta anche “hollywoodiana”, si basa sul fatto che più facciamo esperienza di emozioni positive più siamo felici. Ha tre inconvenienti:
il godere di esperienze positive è un tratto del carattere ereditabile (pesa al 50%);
è modificabile di poco ( 15-20%);
la persona si abitua subito alla felicità (inteso come effetto euforizzante) che progressivamente si attenua (es.: è stato visto studiato che i vincitori di somme di danaro hanno gradualmente visto scomparire l’euforia iniziale confusa con felicità).
Esperienze ottimali
Siamo felici quando esprimiamo il meglio di noi stessi in ciò che facciamo al punto di perdere il senso dello spazio e del tempo. E’ il cosiddetto stato di flow. Quando diciamo: “ero così preso che non mi sono reso conto di quanto tempo fosse trascorso” è un esempio di stato di flow. Gli elementi che lo caratterizzano sono:
concentrazione intensa;
sensazione di estasi;
obiettivi chiari;
senso di serenità;
distorsione del senso del tempo;
motivazione intrinseca;
bilanciamento tra sfida e capacità.
I tipici soggetti che fanno esperienza di flow sono gli artisti, i musicisti, gli sportivi, i creativi,… Come è possibile fare questa esperienza? Conoscendo i propri punti di forza, le proprie attitudini ed adattare la propria vita a questi.
Vita piena di significato
Siamo felici allorché diamo un senso alla nostra vita. Questo concetto è stato ben illustrato da Viktor Frankl, neurologo, psichiatra e filosofo austriaco, ritenuto il fondatore della logoterapia (definita anche la Terza scuola viennese di psicoterapia).
La tesi centrale è che ci si cura scoprendo il proprio significato dell’esistenza e dei suoi valori fondamentali. Si è felici se… le proprie qualità sono a disposizione di: a) un progetto di vita; b) coinvolgano qualcun’altro.
Come imparare la felicità
Michael Fordyce, psicologo e ricercatore pioniere nel campo della misurazione della felicità, sviluppò il suo interesse per l’argomento sin dagli anni ’60. Durante un corso universitario chiese ai suoi studenti quale fosse la cosa più importante per loro; più del 50% rispose la felicità. Nonostante ciò, lo studioso constatò che la maggior parte di questi non comprendeva e/o non sapeva dare una definizione di felicità.
Per Fordyce, questa può essere vista come:
umore (io sono di umore felice), si riferisce a come una persona si sente in un dato momento ed è quindi un emozione positiva di breve durata (in Seligman, “hollywoodiana”);
sentimento globale (io sono una persona felice), comporta una valutazione del passato e della vita nella sua globalità (in Seligman, “esperienze ottimali” e “dare significato alla vita”).
Fordyce, integrando il suo lavoro con quello di altri, suggerisce che la felicità dipende da:
fattori genetici, per il 15%;
apprendimento durante l’infanzia, per il 35%;
fattori ambientali, per il 50%.
Ne deriva che la felicità non è un tratto stabile bensì soggetta a miglioramento nella maggior parte delle persone. Quindi, l’incremento della felicità passa attraverso lapratica della quotidianità. Imparare la felicità, si può! Come?
Per Fordyce esistono 14 punti che contraddistinguono le persone felici. Questi punti rappresentano aspetti di base, atteggiamenti e pensieri, che una persona può apprendere peressere più incline alla felicità. Per comodità, le distinguo in 3 macro aree: la Sfera del Fare, la Relazione con gli Altri, il Rapporto con Se stessi.
La Sfera del Fare
Essere attivi. Mantenersi quotidianamente più attivi permette di migliorare il livello di benessere. Investire le energie in attività coinvolgenti, accattivanti e piacevoli rende soddisfatti e di conseguenza più felici.
Organizzarsi meglio e pianificare le cose. Le persone felici sanno cosa – come – quando e perché fare. Il procrastinare, spesso si accompagna ad un senso di colpa per aver perso tempo, inducendo sentimenti di tristezza diffusa.
Essere più produttivi svolgendo attività che abbiano significato. L’impegno profuso, quando produttivo, genera soddisfazioni. Affinché ciò avvenga deve puntare ad attività significative; es.: un lavoro soddisfacente.
La Relazione con gli Altri
Sviluppare una personalità socievole. Siate socievoli. Oltre ad aumentare la probabilità di conoscere persone significative per la vostra vita, potete aumentare anche la probabilità di ricevere rinforzi positivi concedendovi la possibilità di essere disponibili e gentili con gli altri.
Passare più tempo socializzando. Le attività sociale rendono felici. Secondo la teoria del bersaglio, più le relazioni sono profonde e intime, maggiore è il loro impatto sulla felicità. Al contrario, se si sta soli.
I rapporti intimi sono la fonte principale di felicità. Le relazioni che si instaurano tra persone felici si fondano sul piacere, inteso come voglia di passare del buon tempo insieme. Proprio per la loro importanza le relazioni intime possono essere fonte di profonda infelicità.
Il Rapporto con Se stessi
Smettere di preoccuparsi. Secondo la teoria time-clock, più tempo sarà dedicato alle preoccupazioni meno si ha tempo per essere felici! Questa aumenta quando diminuiscono i pensieri negativi. Infatti, le persone felici si preoccupano molto meno della maggior parte della gente.
Ridimensionare le proprie aspettative e aspirazioni. Le persone felici rincorrono meno il successo, ma paradossalmente, ne hanno di più. La rincorsa del successo mette in stand-by l’essere felici rinviandolo al domani. È utile conoscere le proprie risorse e i propri limiti, in modo da domandare alla vita cosa si vuole e godere delle piccole cose.
Sviluppare pensieri ottimistici e positivi. L’ottimismo migliora le emozioni e innesca un circolo virtuoso. Se si pensa di poter realizzare qualcosa, si è anche invogliati a darsi da fare e questo comportamento aumenterà le probabilità di raggiungere ciò che si desidera.
Essere orientati sul presente. Per essere felici è sicuramente utile investire di più sul presente, dando valore ad ogni giorno e godendo delle opportunità quotidiane.
Lavorare a una sana personalità. Per avere una condizione di benessere può essere utile concentrarsi su alcuni principi che riportano alla cura di sé: Conosci te stesso -> Accetta te stesso -> Apprezza te stesso -> Aiuta te stesso -> Sii te stesso.
Essere se stessi. Mostrarsi per quello che si è, con i propri pregi e i propri difetti, offre la possibilità di piacere a qualcuno e di poter costruire una relazione su basi solide e non fatue.
Eliminare sentimenti negativi e problemi. Se accumulate pensieri negativi come la rabbia, il senso di colpa, il risentimento, tenderete a vivere una vita infelice, proprio come nella pentola a pressione: l’aumento della temperatura farà – prima o poi – scoppiare il coperchio.
Considerare la felicità la priorità numero 1! Se non date valore alla felicità come pensate di ottenerla? Il pensiero non è “non devo, non voglio essere triste“, ma “mi piacerebbe (meglio ancora, voglio) essere felice“!
Conclusioni
Imparare la felicità… si può! Può richiedere impegno ma non significa che sia impossibile. Tutti i giorni ci sono persone che potrebbero lamentarsi per la loro condizione ed invece fanno cose straordinarie. Per citarne alcuni: Bebe Vio, Alex Zanardi, Stephen Hawking.
Imparare la felicità è avere cura di sé. Ciò implica un lavoro etico su se stessi, fatto di pratiche quotidiane finalizzate a divenire “guardiani di sé” (Epitteto). Esempi di pratiche utili: tenuta di un taccuino per annotare riflessioni, citazioni che possano essere richiamati dalla coscienza ed utilizzati nel quotidiano. Non sempre il desiderio di cambiare (che sottende un desiderio di felicità) è sufficiente, talvolta occorre un supporto.
Tra questi, il coaching aiuta ad imparare la felicità. Il coach “allena” il cliente a prendersi cura di sé, attivando un circolo virtuoso che conduce ad una maggiore conoscenza di sé e consapevolezza. Infondendo autonomia, responsabilità e consapevolezza il coach aiuta il coahcee ad affrontare i problemi attuali e futuri contribuendo al suo apprendimento per una vita piena di significato.
Perché è importante avere un perché? Agire in reazione a qualcosa (o qualcuno) piuttosto che in funzione di un risultato atteso e ben formulato, fa una grossa differenza nella TUA VITA.
Ti è mai capitato di voler costruire qualcosa, di riuscirci e poi di sentirti avvolto da un moto di insoddisfazione e frustrazione che ti fanno dubitare della tua scelta? Capita quando si agisce sull’impulso del momento, quello che ti fa innamorare della sfida (fondare un’impresa, perdere peso, prepararsi per la la maratona di New York,…) e che hai confuso per il tuo scopo.
Il primo passo: distinguere
Lo scopo e la sfida possono sembrare la stessa cosa ma non lo sono! Se la sfida punta a suscitare una reazione da parte di altre persone, lo scopo è il risultato a cui tendi, è il perché fai ciò che fai fondato su un ascolto attento delle tue motivazioni profonde.
Distinguere tra scopo e sfida evita possibili delusioni future. Lavori sodo a qualcosa per poi provare una sensazione di vuoto e, a quel punto, tenti di compensare con un impegno maggiore raccontandoti che così facendo raccoglierai a breve i frutti della tua fatica. Ma non è così!
Qual è il vero motivo (il tuo perché) che ti spinge a lavorare di più, ad andare in palestra, a seguire quel regime alimentare? Vuoi perdere peso per motivi di salute o perché sei coinvolto in una relazione malsana che ti rende insicuro?
Forse non ti rendi conto del fatto che resti a lavoro più a lungo per evitare di discutere con il partner ma tutti gli straordinari del mondo serviranno a poco perché stai perseguendo l’obiettivo sbagliato! Invece, impegnati a capire qual èil tuo perché profondo e ne trarrai profondi giovamenti.
Siamo spesso distratti dal flusso ininterrotto dei media che ci forniscono dei modelli a cui aspirare. Attratti dall’effimero del momento, spaventati dal vuoto nelle nostre agende e dalla potenziale solitudine, “assumiamo” impegni non in linea con i nostri propositi.
Il secondo passo: l’intenzionalità
Cosa significa condurre una vita guidata da un proposito? Il filoso David Bentley Hart definisce l’intenzionalità come “il potere fondamentale della mente di concentrarsi su qualcosa […]: un oggetto, un proposito o uno scopo ben precisi“. In altre parole, l’intenzionalità è il potere della mente di concentrarci verso ciò che reputi significativo e di agire per perseguire quello scopo.
Non puoi esser fedele a te stesso ed ai tuoi principi se non sai cosa vuoi e SOPRATTUTTO PERCHE’. Il processo richiede che coltivi costantemente la TUA CONSAPEVOLEZZA, presti attenzione a ciò che colpisce e risveglia il tuo INTERESSE. Man mano che individui le cose che ti attraggono, puoi iniziare a definire con precisione i tuoi desideri, in base a ciò che credi.
Quando CREDI in ciò che fai, smetti di agire come un automa. Diventi piùinnovativo, creativo e presente a te stesso. Oltre a fare di più, lo fai in modo intelligente perché metti il cuore e la mente in ciò che fai.
Conclusioni
Perché avere un perché è importante? Senza, difficilmente riusciresti ad attivare la motivazione intrinseca. Il PERCHE’ ti consente di stabilire la rotta migliore per la tua vita e significa, parafrasando Seneca, avere non solo il vento favorevole ma sapere dove si vuole andare.
Riscoprire la spiritualità dei classici per vivere una vita moderna
Come essere stoici non è un altro modo per dire “di stringere i denti”. Questa sarebbe una sintesi limitante se non fuorviante. Questo libro è un viaggio nel passato alla riscoperta della spiritualità dei classici per disporre di una bussola che, a dispetto dei secoli, è ancora in grado di svolgere bene il suo lavoro aiutandoci a ritrovare la rotta.
Tutte le volte che ci poniamo delle domande, dalla più banale (cosa mangio per pranzo?) alla più impegnativa (come posso essere felice?), ci stiamo chiedendo come possiamo condurre al meglio la nostra vita.
Se per domande quali “cosa posso mangiare a pranzo” la risposta solitamente non implica grandi strascichi emotivi, quando ci chiediamo come vivere in modo da massimizzare il proprio potenziale, le cose si complicano… e non poco!
Dove possiamo trovare risposte valide? L’autore, filosofo di professione, ci propone di non cercare le soluzioni nelle lontane tradizioni orientali bensì di trarre ispirazione dall’antica e più “vicina” filosofia stoica, che annovera tra i suoi seguaci: Epitteto, Seneca e Marco Aurelio.
Perché “essere stoici”? Ricorrendo alle sue fonti abbiamo la possibilità di trovare risposta ai dubbi che tormentano la nostra quotidianità, come, ad esempio l’ansia oppure come risollevarsi da una brutta esperienza.
I suoi 12 principi, che riportiamo nell’elenco che segue, costituiscono un vademecum per una vita saggia che consente di dare risposte a problemi quali la solitudine, la gestione delle emozioni (in particolare la rabbia), dare un senso alla nostra vita.
– Evitare reazioni affrettate – Ricordarsi della transitorietà delle cose – Scegliere obiettivi in nostro potere – Essere virtuosi – Prendersi un momento e respirare profondamente – Mettere i problemi in prospettiva – Parlare poco e bene – Scegliere in modo accorto le proprie compagnie – Rispondere agli insulti con l’umorismo – Non parlare troppo di sé – Parlare senza giudicare – Riflettere sulla giornata appena trascorsa
Cosa potremmo imparare dallo stoicismo? Un’atteggiamento mentale (si veda questo articolo) che ci cambierebbe la vita: agire sulla base di ciò che è realmente sotto il nostro controllo. Come auspica una saggia preghiera stoica, «la serenità di accettare le cose che non possiamo cambiare, il coraggio di intervenire su quelle che possiamo cambiare, e la saggezza di distinguere le une dalle altre».
Un libro illuminante. Un utile strumento per ripensare se stessi e vivere un’esistenza in consapevolezza.
Il tempo ci appare come una clessidra incontrollabile: qualunque cosa facciamo, i granelli di sabbia scorrono inesorabili. Non possiamo agire sulla clessidra né accelerarla né tanto meno farla tornare indietro e questo, talvolta, è fonte di problemi, soprattutto perché è vivere nel presente che crea le opportunità!
Spesso abbiamo la tendenza a crogiolarci nei ricordi, a rimestare nel passato ma anche a proiettarci nel futuro ed immaginare cosa faremo o saremo domani. Tutto ciò è comprensibile. A una condizione però: che queste due tendenze non compromettano la qualità dell’attenzione e dell’agire nel momento presente.
Un buon rapporto con il tempo è essenziale pervivere bene. Tutti i saggi della storia ce lo ricordano: il presente è il solo momento creativo. Quando parlo dell’azione che si può (e deve) compiere nel presente non mi riferisco solo al lavoro ma anche a quei momenti di feconda pausa di riflessione. Taluni vivono male il presente perché sono tormentati dai ricordi del passato o, al contrario, paralizzati dal timore per l’avvenire.
I “lacci” del Passato
Integrare il passato non significa dimenticarlo. Tuttavia, è importante calmare le emozioni turbanti vissute in occasione dell’avvenimento che, se persistono rischiano di avere un impatto negativo sulla nostra vita. Integrare il passato significa ricordarsene ma senza rimuginare di continuo sui ricordi, belli o brutti che siano.
In particolare, dobbiamo prestare attenzione ai rimorsi. Tutti abbiamo commesso degli errori, rimpiangerli è legittimo, riconoscerli è fondamentale per non ricascarci ma un errore nel passato non può essere cancellato! Il rimorso (così come l’odio, il risentimento, il rancore) è un “veleno” che uccide più o meno lentamente, impedisce di mobilitare nel presente le energie necessarie a cambiare per offrire la nostra migliore versione.
Chi scrive non sottovaluta le ferite dovute a errori nostri e/o ingiustizie subite, inflitte. Tutti ci portiamo dei “pesi” ma con il tempo possiamo imparare a guarire per poter voltare pagina. Non è facile e spesso per riuscirci abbiamo bisogno di chieder aiuto per poterci riconciliare con il nostro passato e così vivere il presente per creare opportunità.
Boris Cyrulnik, (medico, etologo, neurologo e psichiatra francese) ha enfatizzato il concetto di resilienza. Un termine derivato dal latino resilio che significa “saltare all’indietro”; in altre parole, rimbalzare e resistere alla deformazione. La nozione è stata ripresa dalle scienze umane per designare la capacità del nostro spirito di ritrovare la “forma” dopo un trauma. La resilienza è il processo che permette di “metamorfosare” la sofferenza (Cyrulnik). E’ una delle leggi della vita: un trauma può divenire l’occasione per cercare dentro di sé risorse interiori più profonde, insospettate, per risalire la china. Con questo approccio mentale costruttivo il dolore da un senso al nostro presente: gli insuccessi passati divengono apprendimenti per i successi futuri.
I “timori” del Futuro
La facoltà di “intossicarci” la vita non è prerogativa solo del passato. Il futuro può essere non da meno! Tutti abbiamo una propensione a proiettarci in avanti che, di primo acchito, appare positiva. Questo può renderci felici finché sogniamo, sostiamo nel nostro immaginario al punto di trascurare il presente che è “il momento” in cui possiamo agire (se vuoi approfondire, leggi questo articolo). In altre parole, non facciamo nulla affinché questi sogni si avverino!
Sognare è importante ma è bene diffidare dei sogni che costituiscono una specie di surrogato del reale e possono impedirci di agire chiudendoci nella fantasia e cullandoci in dolci illusioni. Altre proiezioni possono condurre a un blocco: angoscia o ansia, per esempio. Ci sta preoccuparsi del domani, essere previdenti, soppesare gli ostacoli ma la cosa micidiale è la paura del futuro. La tendenza a vedere il tempo che verrà come disseminato di mine “anti successo” pronte a farci saltare alla prima occasione. Questa percezione può essere molto forte e renderci infelici nel presente
E’ il caso dello studente che prepara l’esame convinto di non farcela; l’innamorato convinto di essere respinto; il lavoratore certo che non avrà la promozione. Questo atteggiamento ha la conseguenza di impedire di trarre qualunque giovamento dal presente in quanto lo spirito è assorbito nella paura del domani (mentre per altri è “legato” ai rimorsi del passato).
Inoltre, il pensiero negativo (in proposito, si veda questo articolo) ha grosse probabilità di generare proprio l’evento temuto (vedi, sindrome di Cassandra). Siete certi di fallire il vostro obiettivo? A forza di sostenere ciò, vi comporterete in modo che questo si avveri. Il modo in cui si visualizza un evento futuro può influire sull’evento stesso. Se ci presentiamo ad un colloquio di lavoro dopo aver immaginato che questo si svolgerà nel migliore dei modi, saremo in condizione di esprimere la migliore versione di noi stessi.
Il potere del pensiero positivo è stato assimilato soprattutto nel mondo dello sport. Per questo, quasi tutti gli atleti di alto livello praticano tecniche di “visualizzazioni“: si vedono nell’atto di vincere ed è accertato che tale visione aumenta le probabilità di vittoria.
Concludendo, per costruire e godere appieno della nostra vita dobbiamo metterci nella condizione ideale. Come fare? Vivere il presente per creare opportunità. In questo ci possono venire in aiuto gli Stoici che avevano predicato come atteggiamento mentale quello che in greco si chiama presochè, ossia la concentrazione sul momento presente sciolto dai lacci del passato e dai timori per il futuro. Insistevano sul valore infinito del momento presente, hic et nunc, il “qui ed ora”, il solo su cui – ed in cui – possiamo agire. Solo l’istante presente ci consente di “cogliere l’attimo” per godere di una vita piena di opportunità.
Il pensiero negativo può essere una valida strategia difensiva? Dopo una breve introduzione al tema, si passerà in rassegna i principali pensieri negativi e si concluderà con i rischi che questa strategia comporta.
SecondoJulie K.Norem, professoressa di psicologia al Wellesley College- Massachussets, studiosa dell’argomento e trattato nel suo libro: “The positive power of negative thinking”, il pensiero negativo è il risultato del “pessimismo difensivo”.
Razionalmente apprendiamo come gestire al meglio situazioni e persone ma la nostra mente subcosciente ci ostacola lanciando pensieri negativi che son stati fatti propri in passato, quando eravamo piccoli. A chi/cosa si riferiscono ed a che scopo li conserviamo?
Le convinzioni possono essere relative a se stessi, agli altri (la mia collega non capisce niente), alle astrazioni (i soldi sono una cosa sporca), al futuro(qui non cambierà mai niente), al passato (mia mamma non mi voleva abbastanza bene), ai luoghi (oggi viaggiare non è sicuro).
Questi pensieri spesso sono il frutto di una valutazione “parziale” della realtà (in proposito, si veda questo articolo) e creano emozioni come paura, ansietà, rabbia, gelosia… in cui si nasconde una strategia difensiva.
Per esempio, il pensiero “sono stupido”, riduce le proprie aspettative e gli eventuali errori non saranno considerati così traumatici, come magari è accaduto in passato. Inoltre, mette a riparo dalle aspettative altrui: siccome lo dichiaro, se fallissi nessuno potrà rinfacciarmelo!
I principali pensieri negativi
Di seguito, alcuni pensieri negativi usati come strategia difensiva.
Su se stessi.
Si sviluppa se da bambino il concetto di sé è stato messo a dura prova. Si manifesta con la bassa considerazione di sé così che nessuno possa aspettarsi nulla e si abbia la giustificazione per evitare rischi e mantenere l’accettazione da parte degli altri. Es.: “sono stupido, non valgo nulla sono la pecora nera” oppure “ho sempre ragione” (strategia protettiva di superiorità).
Sugli altri.
Nascondono la paura di rendersi vulnerabili al rifiuto degli altri e spostano così su di loro la responsabilità di cambiare. Es.: “la gente pensa solo a se stessa”, “non mi ascolti mai”, “sono tutti egoisti…”.
Sul mondo.
Se i bisogni di sicurezza del bambino non sono stati soddisfatti potrà percepire il mondo come un posto poco sicuro che frenerà la capacità di assumersi rischi in età adulta. Es.: “nella vita ci son solo problemi, non ci sono opportunità,…”.
Sul futuro
Hanno la funzione di proteggerci dal fallimento, preparano alla sindrome Cassandra, servono ad adottare un comportamento compensatorio di perfezionismo e preoccupazione permanente. Es.: “so che no ce la farò, non troverà mai la persona della mia vita, non ho mai tempo per fare le cose che mi interessano…”.
Sul passato
Servono a proteggerci dall’assunzione di responsabilità in quanto la causa di tutti i nostri mali risiede nel passato che determina il mio presente. Es.: “l’insegnante x mi ha rovinato la vita”, “i genitori mi hanno ostacolato”, “i colleghi erano contro di me…”.
Quali rischi?
Adottare il pensiero negativo come strategia difensiva riduce le possibilità di restare delusi ma anche di ottenere risultati importanti! Chi usa questa strategia, in realtà, non si prepara a raggiungere i suoi obiettivi bensì a governare le proprie paure e ad evitare (ulteriori) colpi alla propria autostima. E’ comprensibile ma non aiuta a volare.
Prendersi cura di sé ed acquisire nuovi punti di vista volti ad elaborare una strategia alternativa al pessimismo difensivo è il modo per emanciparsi da certi limiti e liberare le proprie potenzialità (in proposito, si veda questo articolo) per una vita più ricca.
Spesso la gente non ha le emozioni chiare. Altro che le idee. (Anonimo)
L’emozione è predisposizione all’azione. E’ un congiunto di processi chimici che si instaurano nel nostro organismo procurando variazioni molecolari. Nascono quando pensiamo e/o abbiamo esperienza di qualcosa, interno o esterno a noi.
Le basi biologiche sono predeterminate mentre i modi di indurre emozioni dipendono dall’esperienza e capacità di apprendimento. Di fatto, le emozioni si “appiccicano” alla percezione di situazioni osservate o anche solo pensate.
Emozioni come la felicità migliorano l’equilibrio ormonale e la risposta del sistema immunitario. Al contrario, quando entrano in gioco la rabbia o la frustrazione queste creano nel nostro corpo reazioni a catena come aumento della pressione che, se stabile nel tempo, causerà problemi cardiaci.
Lo scatenamento di emozioni “negative” sono la conseguenza di percezioni che ciò che sta accadendo non è in linea con le nostre aspettative (situazione soggettiva) e non siamo in grado di gestire la nostra reazione alla delusione.
E’ attraverso queste che siamo in grado di “reagire” per ottenere ciò che vogliamo: sono il motore delle nostre azioni. Ma dobbiamo farle nostre alleate.
Occorre ricordare che le emozioni sedimentate fanno lo stato d’animo con cui programmiamo le risposte che diamo agli eventi della vita.
Se accettiamo che le emozioni sono la conseguenza di percezioni è attraverso queste che possiamo favorire la produzione di alcune rispetto ad altre.
Il fossilizzarsi sul problema, il non porsi domande che possano dare nuove interpretazioni a quanto accade, possono limitare la nostra capacità di agire e precludere opportunità che renderebbero la nostra vita migliore.
Le emozioni non ci dicono com’è il mondo bensì come lo vediamo: ascoltiamole e prendiamocene cura per portare maggior benessere nella nostra vita
In epoca di post verità, distinguere tra fatto ed opinione appare futile invece è rilevante. L’opinione viene percepita e accettata come vera sulla base di emozioni e sensazioni, senza alcuna analisi della effettiva veridicità dei fatti raccontati.
Le interpretazioni che diamo alla realtà “risentono” delle convinzioni che abbiamo della stessa. È come se la guardassimo attraverso un paio di lenti che ce la mostrano così come noi abbiamo scelto di vederla.
Che giovamento può apportare alla nostra vita distinguere i fatti dalle opinioni? Prima di rispondere, facciamo un esperimento usando le frasi che seguono e distinguete quale tra loro è un FATTO o un OPINIONE:
Giovanni ha cambiato casa 6 mesi fa ma ad oggi non mi ha ancora invitato a vederla
La chiamerò poi
Secondo me le sono simpatico!
Quando mi hanno proposto questo gioco, ho risposto che le frasi 1 e 2 erano fatti mentre la 3 era un’opinione. E voi, come rispondereste? Prima, ricordiamo brevemente il significato di FATTI ed OPINIONI
I fatti sono avvenimenti, azioni, fenomeni, ciò che si compie o si è compiuto. Sono descrizione di qualcosa che è successo, è un dato oggettivo. La frase “è un dato di fatto” si usa proprio in questo caso. Il fatto è una cosa certa, definita, chiara, condivisa, comprensibile da tutti allo stesso modo. I fatti possono essere VERI o FALSI. Affermare: “Tosca è nata il 28 novembre” ci impegna a fornire le prove di quanto stiamo dicendo (ad esempio, mostrando la carta d’identità).
Leopinioni, al contrario del “dato di fatto”, sono punti di vista personale. Sono influenzate dal mio vissuto. Vengono dal passato, si pronunciano nel presente e aprono o chiudono possibilità per il futuro. Le opinioni sono la formulazione delle nostre credenze, si basano su esperienze e generalizzazioni che sono state fatte posteriormente all’esperienza vissuta. Le opinioni possono essere FONDATE o INFONDATE.
Dopo questo breve excursus, veniamo alle risposte del gioco di cui sopra. Nessuna delle 3 frasi è un fatto!
Giovanni ha cambiato casa 6 mesi fa ma ad oggi non mi ha ancora invitato a vederla.
La linea tra fatto ed opinione è sottile ed il campanello di allarme è l’avverbio di tempo “oggi”. Presuppone l’esistenza di un “tempo giusto” in cui Giovanni avrebbe dovuto chiamarmi e ciò non è reale. Oltretutto, potrebbe anche essere successo che Giovanni mi ha cercato mentre ero via o non letto la sua e-mail; dunque, questa frase è sicuramente una mia opinione.
2. La chiamerò poi.
Questo enunciato è fortemente legato al parlante. Anche qui, l’avverbio di tempo “poi” è un allarme del soggettivismo della frase. Il “poi” è legato ad un tempo preso in considerazione che è del parlante e non di altri.
3. Secondo me le sono simpatico.
Questa frase rappresenta palesemente l’opinione di qualcuno su un’altra persona. La soggettività è introdotta dal “secondo me” che ne svela chiaramente la connotazione.
Quindi, perché è così importante distinguere un FATTO da un’ OPINIONE? Se il mio collega mi ha risposto male ed esco dall’ufficio sbattendo la porta, lo faccio non per il tono o le parole del mio collega bensì perché non mi sono sentito rispettato, ascoltato. Se interpreto che i suoi modi sono condizionati dal fatto che si sta separando dalla moglie… probabilmente uscirò senza sbattere la porta e con maggiore compassione nei suoi confronti. Il fatto non si può cambiare ma l’opinione sì. Sappiamo che le azioni scaturiscono dalle opinioni e non dai fatti: cambiando opinione, cambio azione e se lo faccio apro possibilità per il mio futuro. Ecco perché questa distinzione è da tenere bene a mente prima di agire.
Tra il sogno e la visione c’è di mezzo l’azione. Potrebbe sembrare uno slogan, e forse lo è, di certo sogno e visione non sono sinonimi e il diverso significato che attribuiamo loro produce effetti molto diversi nella nostra vita. Allo stesso tempo, sembra esserci una complementarietà tra i due termini. Il sogno è una meta senza percorso, attore e pianificazione. La visione ha un cammino, almeno un protagonista ed un piano d’azione “sostenuto” da un sogno.
Molti conoscono il detto “Sognare non costa niente!”, meno sono quelli che comprendono che sognare non è sufficiente affinché si producano dei cambiamenti nella nostra vita. La visione è importante per la capacità di farci entrare in azione una volta che ci “compromettiamo” con ciò che desideriamo. L’idea che il sogno sia sufficiente a generare un qualche beneficio nella nostra vita è la trappola in cui cadono alcune persone. Altre, sebbene coscienti di fare i “sognatori professionisti” , indugiano in questo stato perché impegnarsi a fare qualcosa di nuovo sarebbe troppo impegnativo, “scomodo”. Pochi osano, si danno una visione ed ottengono ciò a cui aspirano.
Quando sogniamo, fantastichiamo su come potrebbe essere la nostra vita al verificarsi di un certo evento o situazione. Sognare è sicuramente piacevole, potrebbe essere utile ma è inconcludente se non seguono azioni per il raggiungimento di quello che desideriamo. Il sogno non comporta impegno: ci risparmia i costi ma non da nemmeno benefici.
Le distinzioni linguistiche sono utili perché consentono di ampliare lo sguardo sulla realtà e modificare l’azione. Quanto qui si propone è la distinzione tra sogno e visione, ove quest’ultima è innescata da un’idea ma seguita da un’azione volta a renderla realtà, a concretizzarla. A questo punto potremmo chiederci: “come sapere se quello che sentiamo è un sogno o una visione?” La visione c’è quando sentiamo la spinta a fare qualcosa e ci mettiamo all’opera per conseguirla.
I sogni senza visione hanno un comune denominatore: ciò che sarebbe potuto essere e non è stato. Il sognatore si da molte giustificazioni per non agire ed il suo sogno rimane nell’etere. Dice a se stesso che non è responsabile e che la mancata realizzazione va ricercata altrove: nelle circostanze sfavorevoli, nella crisi economica, nel capo ufficio che lo ha in antipatia… e avanti di questo passo. La visione implica mettersi in gioco ed agire coerentemente, anche quando i costi per uscire dalla zona di comfort possono essere importanti.
Ogni vota che ci giustifichiamo per quanto non abbiamo fatto, ci stiamo dando una scusa per non impegnarci: “mi sarebbe piaciuto lavorare all’estero ma non conosco le lingue”; “ero bravo a disegnare ed avrei voluto fare l’Accademia delle Belle Arti… ma poi di che vivevo?”; “se fossi magra avrei una vita sociale più ricca”; “non amo il mio lavoro ma c’è crisi, quindi inutile cercare”. Queste riflessioni sono le premesse dell’insuccesso, ossia del non far accadere ciò che desideriamo, sogniamo. Convinciamo noi stessi che non vale la pena darsi da fare, che non cambierà nulla comunque, viviamo nella lamentela continua perché non abbiamo ciò che vorremmo ma non ci fermiamo a riflettere che è la nostra attitudine a far venire meno qualsiasi possibilità.
Quando non sappiamo distinguere tra sogno e visione è facile che avremo più difficoltà a costruirci una vita coerente con le nostre aspirazioni. Ci guarderemo intorno e quando vedremo altri aver realizzato i propri sogni li invidieremo e/o attribuiremo il loro successo alla fortuna senza tener conto del loro coraggio ed impegno.
L’utilità di questa distinzione linguistica (sogno / visione) è che aiuta il coachee (cliente) a prendere coscienza di ciò che vuole, individuare gli ostacoli da superare, disegnare un piano d’azione e porlo in essere per raggiungere i suoi obiettivi. In un siffatto contesto, le domande che ci si pone sono: “quali sono i miei obiettivi?”; “quali costi sono disposto a sostenere e quali benefici conseguirò?”; “che valori sono importanti per me?”
Sappiamo che la vita pone ostacoli, talvolta difficili, da superare che possono farci rinunciare a quello che desideriamo. Nonostante ciò, è frequente riscontrare nelle sessioni di coaching che la rinuncia è dovuta più ai limiti che ci poniamo che non agli ostacoli che incontriamo.
Concludo con una riflessione apparentemente contraddittoria. Credo che la cosa importante non sia tanto raggiungere la meta, l’obiettivo bensì il cammino che percorriamo ed il modo in cui lo viviamo per andare verso ciò che desideriamo. La visione è utile perché ci da una direzione, ciò non toglie che lungo il percorso possiamo fare “nuove conoscenze” che arricchiscano il nostro punto di vista e modifichino, o finanche cambino, la nostra visione iniziale. Nulla di preoccupante: nel tempo i bisogni e le priorità si possono modificare e comunque continuare a contribuire ad ottimizzare la nostra performance per crearci una vita piena di soddisfazioni. La visione è al nostro servizio, è il sentiero che ci conduce fuori dalla nostra zona di comfort e ci apre a nuovi apprendimenti al fine di condurre una vita coerente con i nostri sogni.
Un’esperienza interessante ed utile. Ascoltare, confrontarsi trovo che sia un grande occasione di crescita per chi vuole migliorare nel mestiere di Coach,e non solo.
Il tema di quest’anno era il coaching nell’era 4.0. Un tema non semplice e neppure rinviabile; questa, come altre professioni ha l’obbligo di stare al passo con i tempi e – senza confondere il mezzo con il fine – adoperarsi per usare al meglio ciò che la tecnologia offre.
L’incontro con Damian Goldvarg e gli altri relatori ha confermato quanto penso e su ho esposto. L’uso di nuovi strumenti non inficia (e se lo facesse, bisognerebbe porre rimedio) il fine del coaching: una partnership con i clienti che, attraverso un processo creativo, stimola la riflessione, inspirandoli a massimizzare il proprio potenziale personale e professionale.
con Damian Goldvarg
I clienti entrano in un rapporto di coaching sviluppano nuove prospettive rispetto a sfide ed opportunità, migliorano la propria capacità decisionale, aumentano l’efficacia nelle relazioni, rafforzano la fiducia nelle proprie abilità di gestire i ruoli
I Coach professionisti dell’International Coach Federation (ICF) s’impegnano a rispettare con responsabilità il Codice Etico e le 11 competenze chiave professionali ICF, riconosciute come garanzia di qualità per i clienti.
L’impiego consapevole e misurato delle attuali e future tecnologie potrà migliorare la partnerhip con il cliente (riducendo i tempi di viaggio per raggiungere il luogo della sessione) e facilitare un approccio – il coaching – ancora poco conosciuto ed attuato nelle aziende come nella vita personale.
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