La paura è nostra nemica o alleata?

“Un giorno la paura bussò alla porta. Il coraggio andò ad aprire e non trovò nessuno”. Questa frase, attribuita a Martin Luther King Jr., ci fa riflettere che non sempre alla paura corrisponde la fuga e, soprattutto, che può essere un’occasione di crescita personale.

La paura è un’emozione potente. Ci sono diverse paure (del vuoto, dei ragni, parlare in pubblico…), tutte sono parte normale della vita e nessuna può esser catalogata come giusta o sbagliata.

Il problema sorge quando neghiamo una paura o sviluppiamo attaccamento ad un bisogno. Ciò che si desidera è “stare al sicuro” ma ciò implica che le cose non cambino, che non usciamo dalla nostra zona di comfort perdendoci le tante opportunità che la vita offre.

Se invece consideriamo le paure come alleate, il discorso cambia; per esempio, potremmo interpretarle come un segnale che stiamo cercando di evitare qualcosa di inevitabile a cui la vita ci mette di fronte. Con questo approccio abbiamo il vantaggio di vivere la paura come dono per divenire più completi.

Integrare le proprie paure richiede, innanzitutto, divenire consapevoli che la maggior parte di esse sono frutto di convinzioni mai messe in discussione.

La paura, salvo alcuni casi (es.: il pericolo di esser aggrediti), generalmente non riguarda un fatto che sta accadendo nel “qui ed ora” semmai a “possibili eventi futuri”. Essa si basa sulle convinzioni che abbiamo più che su ciò che sta accadendo.
Ad esempio, se sono convinto che non posso far affidamento sugli altri, non sto basandomi su ciò che accade ma lo sto “profetizzando” sulla base di esperienze passate che mi hanno convinto che “tutte le persone” che incontro mi deluderanno “sempre”.
Tutte le volte che impieghiamo termini assoluti (sempre, mai,..) stiamo limitando il nostro futuro e facendo accadere proprio ciò che avrei voluto evitare (nell’esempio, la delusione).

Se riusciamo a capire che la paura non si basa sulla realtà bensì su una narrazione che nel tempo si è sedimentata in noi, abbiamo fatto un passo importante.
Cosa possiamo fare per affrontare la paura?
1. individuare il bisogno e la convinzione che raccontiamo a noi stessi;
2. mettere in discussione la convinzione;
3. concentrarci su un aspetto di noi stessi che vogliamo sviluppare.
Nei paragrafi successivi affronto ciascun punto.


1. Identificare il nostro bisogno.

Il primo passo da fare è sondare quali paure abbiamo e come le abbiamo sviluppate. Quanto segue è un breve esercizio con cui ti accompagno ad esplorare la fonte della tua maggiore paura.

Ricavati 20 minuti ininterrotti in un posto dove non sarai disturbato. Poi, pensa ad un comportamento che vorresti far tuo (es.: dire di no alle richieste dei tuoi colleghi) ma che vivi come un ostacolo insormontabile. Per funzionare, devi avvertirlo come un comportamento utilissimo, qualcosa che ti farebbe “voltar pagina” nella vita professionale e/o familiare e che implica un cambio significativo. In breve, un comportamento a cui aspiri ma non riesci a mettere in atto.

Di seguito, un esempio per facilitare l’esplorazione del cambiamento:
a) scrivi un comportamento desiderato (es.: vorrei prendere parola nell’equipe medica di cui faccio parte)
b) immagina di porre in essere questo comportamento desiderato, scrivi: cosa potrebbe accadere? (es.: potrebbero pensare che ho detto una banalità)
c) se ciò si avverasse (es. precedente), scrivi: quale sarebbe la conseguenza peggiore che potrebbe accadere? (es.: potrebbero pensare che non sono all’altezza del mio ruolo)
d) se ciò si avverasse (es. precedente), scrivi: cosa accadrebbe di drammatico (es.: mi sentirei esclusa, indesiderata)?

Se hai avuto il coraggio di esplorare a fondo, potresti esser arrivato ad una delle 4 paure che segue:
– restare soli, abbandonati
– sentirsi fagocitati dagli altri
– non avere controllo sulla propria vita 
– noia, sentirsi imprigionati.

Pensi di aver esplorato a sufficienza la tua paura più grande? No? Allora prosegui con la domanda: “se questa conseguenza si avverasse, scrivi: quale sarebbe la la conseguenza peggiore che potrebbe accadere?”

Nell’esempio considerato (dire di no alle richieste dei tuoi colleghi), abbiamo toccato la paura di esser abbandonati.

2. Mettere in discussione la convinzione.

Uno dei modi più efficaci per generare una trasformazione personale sta nell’identificare la convinzione su cui poggia la nostra paura. 


Queste storie non sono altro che costruzioni mentali ma noi le trattiamo come se fossero fatti incontrovertibili.

Le convinzioni potrebbero essere vere… oppure false. Il grande vantaggio di mettere in discussione queste credenze è di renderle esterne a noi, farne oggetto di osservazione sul quale possiamo sviluppare un punto di vista “diverso”.
Prova a riflettere sulla paura che hai identificato nel precedente step: su quali basi l’hai costruita? Cosa temi? (nell’esempio precedente, paura di essere abbandonato).

Queste credenze sono basate su esperienze dirette (vissute in passato), indirette (sentito dire) o immaginarie. Comunque sia, non c’è la certezza che si verificheranno nel prossimo futuro. L’esplorazione ed il riscontro di queste convinzioni possono aprire scenari inediti come il superamento dei limiti che hai inconsapevolmente creato e liberare così il tuo potenziale.

Esplorare e riscontrare significa mettere in discussione ogni convinzione “limitante”, come se appartenesse a qualcun altro.

Di seguito, una sequenza utile per mettere in discussione la convinzione:
a) quando hai sviluppato questa convinzione?
Prova ad andare indietro nel tempo ed individua quell’esperienza (diretta, indiretta o immaginaria) che ti ha fatto sviluppare quella supposizione.

b) quali conseguenze crei se continui a credere in questa supposizione?
Le storie che ti racconti diventano profezie autoavveranti. Come ti comporti con gli altri? Che reazioni stimoli negli altri? Quale comportamento diverso potresti assumere?

c) quali probabilità ci sono che questa supposizione si verifichi se adotti un nuovo comportamento?
Immagina che, invece di re-agire come hai sempre fatto in passato tu adotti un nuovo comportamento: cosa accadrebbe?

d) dimostra il contrario della tua convinzione.
Per esempio: “nessuno mi aiuta quando io ho bisogno”, trova momenti della tua vita in cui, invece, hai ricevuto aiuto.

3. Integrare le qualità del bisogno opposto al vostro.

Il terzo ed ultimo passo per affrontare la paura sta nel concentrarsi su un aspetto di noi che vogliamo sviluppare. Per quanto potrà apparire strano, chi ci mette in difficoltà può rappresentare un “maestro di vita” in quanto possiede quelle qualità che non sono ancora sviluppate in noi.

Se hai paura di perdere il controllo, dovrai apprendere ad apprezzare il cambiamento e lasciarti andare. Ti potrebbe aiutare una domanda tipo: “che cosa realizzeresti se riuscissi ad abbracciare il tuo bisogno per l’imprevisto senza preoccuparti di quanta incertezza dovrai affrontare?”

Dovremmo iniziare a considerare la paura come una grande amica. 
Spesso, le esperienze “trasformanti” sono quelle che ci mettono in contatto con una nostra paura profonda. Una volta percepita questa, abbiamo l’opportunità di fare una scelta importante: guardarla in faccia, passarci attraverso ed integrare qualche aspetto che prima non c’era stato possibile fare.

Il regalo che la paura ci fa è quello di apprendere a individuare una qualità che possiamo integrare e che ci rende più completi.

Ad esempio, se ho sempre vissuto in modo organizzato posso apprendere a vivere una giornata senza programmarla.
Più integriamo aspetti di noi che abbiamo negato (o che non ci siamo dati il permesso di vivere) più la nostra esperienza della vita diventa appagante e creativa.

La Trasformazione richiede Iniziativa

Tutti noi abbiamo il potere di trasformare i nostri pensieri, emozioni, paradigmi ma non sempre prendiamo l’iniziativa, la responsabilità che occorre.

Molto spesso, veniamo “spinti” verso la trasformazione quando la vita ci obbliga a farlo, come ad esempio un lutto o nuove responsabilità in famiglia o sul lavoro. Invece, se fossimo capaci di prendere l’iniziativa “in proprio”, senza attendere eventi futuri, incerti e non dipendenti da noi potremmo facilitare il raggiungimento dei nostri obiettivi per una vita feconda.

Cosa richiede la trasformazione?
a) una certa “apertura” a leggere gli eventi;
b) cogliere le opportunità
c) fare la propria scelta.


Chi decide di intraprendere un cammino per luoghi sconosciuti, non ha la certezza di ciò che troverà e non potrà dirsi migliore o peggiore rispetto a chi rimane comodamente sul sofà di casa: a ciascuno andrà il frutto delle proprie ricerche che daranno soddisfazione se risponderanno a ciò che la persona cercava.

Sovente tendiamo ad evitare la trasformazione, reagendo anche in malo modo, pur di non mettere in discussione ciò in cui crediamo e restare “a nostro agio” nella zona di comfort. Al di là di questa c’è un nuovo modo di pensare ed agire che potrebbe aprirci nuove opportunità ma per farlo dobbiamo varcare la frontiera delle nostre paure.

La paura – vissuta come inazione o fuga – è il principale freno alla nostra crescita. Impegnarsi in una nuova attività implica metterci a rischio, esporsi a brutte figure, sentirci insicuri.

Riconoscere le proprie paure è importante affinché si possano metterle in discussione.
Cambiamenti anche semplici, nella vita privata come sul lavoro, richiedono alle persone di abbandonare il certo per l’incerto, l’agio per il disagio, il conosciuto per l’ignoto. L’emozione che spesso si registra è la paura, che prende forma di resistenza e che si esplicita in ostilità, aggressività, rifiuto. Oppure, mascherata da modi più “diplomatici” che sembrano accettare la novità ma a cui segue inazione, sabotaggio, dimenticanza.

Far luce su ciò che fa paura ci rende consapevoli e responsabili degli ostacoli alla trasformazione e del loro superamento.

Nessuno può farvi ottenere il successo o impedirvi di raggiungere i vostri obiettivi. Una delle differenze principali tra chi realizza grandi cose nella vita e chi riesce solo a “cavarsela” è che le persone “realizzate” (o se preferite, di successo) hanno imparato presto ad essere responsabili delle proprie azioni.

Prendere l’iniziativa significa assumere un ruolo di leadership, una posizione di distinzione che può essere esposta a lodi e critiche. Il buon leader è colui che condivide i meriti del successo con gli altri e si assume la piena responsabilità dei fallimenti o delle temporanee battute d’arresto

Accettando la responsabilità della vostra trasformazione, vi guadagnate il rispetto degli altri e siete sulla buona strada per creare il futuro che volete.

L’IMPATTO DELLE EMOZIONI NELLA NOSTRA VITA

Spesso la gente non ha le emozioni chiare. Altro che le idee. (Anonimo)

L’emozione è predisposizione all’azione. E’ un congiunto di processi chimici che si instaurano nel nostro organismo procurando variazioni molecolari. Nascono quando pensiamo e/o abbiamo esperienza di qualcosa, interno o esterno a noi.

Le basi biologiche sono predeterminate mentre i modi di indurre emozioni dipendono dall’esperienza e capacità di apprendimento. Di fatto, le emozioni si “appiccicano” alla percezione di situazioni osservate o anche solo pensate.

Emozioni come la felicità migliorano l’equilibrio ormonale e la risposta del sistema immunitario. Al contrario, quando entrano in gioco la rabbia o la frustrazione queste creano nel nostro corpo reazioni a catena come aumento della pressione che, se stabile nel tempo, causerà problemi cardiaci.

Lo scatenamento di emozioni “negative” sono la conseguenza di percezioni che ciò che sta accadendo non è in linea con le nostre aspettative (situazione soggettiva) e non siamo in grado di gestire la nostra reazione alla delusione.

E’ attraverso queste che siamo in grado di “reagire” per ottenere ciò che vogliamo: sono il motore delle nostre azioni. Ma dobbiamo farle nostre alleate.

Occorre ricordare che le emozioni sedimentate fanno lo stato d’animo con cui programmiamo le risposte che diamo agli eventi della vita.

Se accettiamo che le emozioni sono la conseguenza di percezioni è attraverso queste che possiamo favorire la produzione di alcune rispetto ad altre. 

Il fossilizzarsi sul problema, il non porsi domande che possano dare nuove interpretazioni a quanto accade, possono limitare la nostra capacità di agire e precludere opportunità che renderebbero la nostra vita migliore.

Le emozioni non ci dicono com’è il mondo bensì come lo vediamo: ascoltiamole e prendiamocene cura per portare maggior benessere nella nostra vita

Il lato oscuro del perfezionismo

David Foster Wallace conosceva bene  il blocco da perfezionismo. In un’intervista del 1996 disse: “Se la tua fedeltà al perfezionismo è troppo alta, non farai mai nulla”, dato che “fare qualcosa è intrinsecamente tragico, perché significa sacrificare ciò che è meraviglioso e perfetto nella nostra testa per quello che è davvero”.

I nostri sogni, obiettivi possono essere messi in discussione da due atteggiamenti: 

  1. accontentarsi subito di un risultato mediocre;
  2. non accontentarsi mai.

Quest’ultimo atteggiamento è paradossalmente più grave perché può implicare la rinuncia a fare in quanto nulla sembrerà mai buono abbastanza. È il perfezionismo e può essere mitigato o superato da un altro atteggiamento: l’Eccellenza. 

Eccellenza possiamo definirla come l’attenzione, la cura per fare le cose nel miglior modo possibile. Indipendentemente da ciò che si fa, l’eccellenza ci fa mettere in gioco le nostre capacità e offre opportunità sotto forma di apprendimento, creatività e crescita personale.

Perfezionismo  è aspirazione a raggiungere – nel proprio lavoro o altra attività – una perfezione ideale difficilmente realizzabile. Questa, non è una sfumatura da poco; i perfezionisti non sono mai soddisfatti del risultato raggiunto. Il cammino della perfezione è lastricato di rimproveri, sofferenza ed ogni errore è vissuto come un fallimento.

Il perfezionista non distingue tra fare ed essere.  La conversazione che lo contraddistingue è: “io sono quello che faccio e ciò che sono oggi lo sarò domani.” Qual è il problema? Quando non abbiamo chiara la distinzione tra fare ed essere crediamo che la nostra identità  ed il riconoscimento degli altri si costruisca attraverso il “fare”.  Inoltre, con questo punto di vista, il focus è sull’evitare l’errore e, di conseguenza, rischiare il meno possibile. Nel malaugurato caso si verifichi uno sbaglio, il perfezionista lo vivrebbe con molta frustrazione. Questo comporta almeno tre conseguenze: 

  1. agiamo in funzione di ciò che desiderano gli altri perdendo di vista i nostri interessi, le nostre priorità ed emozioni;
  2. quando si verifica un errore – siccome io sono ciò che faccio – lo viviamo come un autentico fallimento e mi “fustigherò” a lungo;
  3. si assume l’immutabilità come legge di vita (è stato sempre così e sempre lo sarà).

Al contrario, le persone con atteggiamento votato all’eccellenza, vedono gli errori come possibile risultato dell’azione e finanche arrivano a vederli come opportunità per migliorarsi! Quali vantaggi? Con un approccio di questo tipo è più facile uscire dalla zona di comfort, esplorare nuove possibilità, assumere rischi e crearsi nuove opportunità per raggiungere obiettivi coerenti con le nostre aspirazioni. 

Quali limiti e vantaggi offrono i due approcci nell’ambito lavorativo? L’eccellenza incarna un tipo di leadership che si fonda sul migliorare l’apprendimento e la crescita delle persone. Ciò facilita una comunicazione più aperta ed autentica oltre ad un maggior coinvolgimento dello staff. La delega è più frequente e l’ambiente lavorativo più costruttivo. Al contrario, con la perfezione, è più difficile avere fiducia negli altri con la conseguenza che aumenta il bisogno di controllo altrimenti si teme che i risultati non siano raggiunti. Quanto più il perfezionista controlla meno lo staff si sente coinvolto. La comunicazione franca ed aperta sparisce, la delega è rara e l’ambiente lavorativo è più teso.

L’eccellenza è il risultato della persona consapevole della distinzione tra “quello che fai e sei” e “quello che sei e farai”. E’ un’attitudine che si accompagna al benessere, alla soddisfazione e all’allegria (che non guasta mai) che producono la possibilità di creare, apprendere, crescere.
E’ qualcosa che si costruisce non è innata. In questo ci conforta anche Aristotele secondo cui “l’eccellenza è un’arte che si conquista con l’esercizio e l’abitudine.” 

Distinguere i fatti dalle opinioni aiuta a creare opportunità

In epoca di post verità, distinguere tra fatto ed opinione appare futile invece è rilevante. L’opinione viene percepita e accettata come vera sulla base di emozioni e sensazioni, senza alcuna analisi della effettiva veridicità dei fatti raccontati.

Le interpretazioni che diamo alla realtà “risentono”  delle convinzioni che abbiamo della stessa. È come se la guardassimo attraverso un paio di lenti che ce la mostrano così come noi abbiamo scelto di vederla. 

 

Che giovamento può apportare alla nostra vita distinguere i fatti dalle opinioni? Prima di rispondere, facciamo un esperimento usando le frasi che seguono e distinguete quale tra loro è un FATTO o un OPINIONE:

  1. Giovanni ha cambiato casa 6 mesi fa ma ad oggi non mi ha ancora invitato a vederla
  2. La chiamerò poi
  3. Secondo me le sono simpatico!

Quando mi hanno proposto questo gioco, ho risposto che le frasi 1 e 2 erano fatti mentre la 3 era un’opinione. E voi, come rispondereste? Prima, ricordiamo brevemente il significato di FATTI ed OPINIONI

I fatti sono avvenimenti, azioni, fenomeni, ciò che si compie o si è compiuto. Sono descrizione di qualcosa che è successo, è un dato oggettivo. La frase “è un dato di fatto” si usa proprio in questo caso. Il fatto è una cosa certa, definita, chiara, condivisa, comprensibile da tutti allo stesso modo. I fatti possono essere VERI o FALSI. Affermare: “Tosca è nata il 28 novembre” ci impegna a fornire le prove di quanto stiamo dicendo (ad esempio, mostrando la carta d’identità).

Le opinioni, al contrario del “dato di fatto”, sono punti di vista personale. Sono influenzate dal mio vissuto. Vengono dal passato, si pronunciano nel presente e aprono o chiudono possibilità per il futuro. Le opinioni sono la formulazione delle nostre credenze, si basano su esperienze e generalizzazioni che sono state fatte posteriormente all’esperienza vissuta. Le opinioni possono essere FONDATE o INFONDATE.

Dopo questo breve excursus, veniamo alle risposte del gioco di cui sopra. Nessuna delle 3 frasi è un fatto!

  1. Giovanni ha cambiato casa 6 mesi fa ma ad oggi non mi ha ancora invitato a vederla.

La linea tra fatto ed opinione è sottile ed il campanello di allarme è l’avverbio di tempo “oggi”. Presuppone l’esistenza di un “tempo giusto” in cui Giovanni avrebbe dovuto chiamarmi e ciò non è reale. Oltretutto, potrebbe anche essere successo che Giovanni mi ha cercato mentre ero via o non letto la sua e-mail; dunque, questa frase è sicuramente una mia opinione.

2. La chiamerò poi.

Questo enunciato è fortemente legato al parlante. Anche qui, l’avverbio di tempo “poi” è un allarme del soggettivismo della frase. Il “poi” è legato ad un tempo preso in considerazione che è del parlante e non di altri.

3. Secondo me le sono simpatico.

Questa frase rappresenta palesemente l’opinione di qualcuno su un’altra persona. La soggettività è introdotta dal “secondo me” che ne svela chiaramente la connotazione.

Quindi, perché è così importante distinguere un FATTO da un’ OPINIONE? Se il mio collega mi ha risposto male ed esco dall’ufficio sbattendo la porta, lo faccio non per il tono o le parole del mio collega bensì perché non mi sono sentito rispettato, ascoltato. Se interpreto che i suoi modi sono condizionati dal fatto che si sta separando dalla moglie… probabilmente uscirò senza sbattere la porta e con maggiore compassione nei suoi confronti. Il fatto non si può cambiare ma l’opinione sì. Sappiamo che le azioni scaturiscono dalle opinioni e non dai fatti: cambiando opinione, cambio azione e se lo faccio apro possibilità per il mio futuro. Ecco perché questa distinzione è da tenere bene a mente prima di agire.

 

 

Vittima o Responsabile? Costi e benefici.

Una delle abitudini più radicate nell’essere umano è vedersi come vittima delle circostanze mai come responsabile. Abbiamo la tendenza a non considerarci parte del problema e a cercare la causa in “altri o altrove” ma non in noi. Cerchiamo il capro espiatorio per scaricare la nostra rabbia, frustrazione, e liberarci dalla tensione fonte di sospetto che, quanto accaduto, sia dipeso anche (o solo) da noi. In questo articolo spiegherò brevemente che beneficio (?) abbiamo da fare le vittime, quali opportunità offre questa distinzione linguistica e perché è bene essere responsabili.

Qual è il vantaggio di cercare nell’altro o altrove la colpa? Perché così facendo evitiamo il giudizio morale che si associa al concetto di colpevolezza; al dichiararci non colpevoli stiamo dicendo che siamo innocenti, che quanto fatto è stato con le migliori intenzioni. Il problema è che tutti tendiamo a fare così con il risultato che, alla fine, il colpevole è sempre un altro. Così facendo appariamo come la vittima di molte delle situazioni che viviamo e tutti convengono che la vittima è l’elemento debole, quello che merita l’attenzione e la simpatia degli altri, quello che suscita compassione e che dovrebbe esser tutelato.

Incontrare colpevoli è facile, fa parte delle capacità di cui siamo forniti per costruire spiegazioni che giustifichino il nostro comportamento. Le giustificazioni hanno molti vantaggi apparenti: riducono la tensione, trovano il colpevole altrove, esimono da responsabilità e ci fanno risparmiare il lavoro di farci una seria analisi di coscienza.

Nonostante ciò, le giustificazioni hanno anche degli inconvenienti che non sempre si colgono nell’immediato perché quando cerchiamo la colpa “nell’altro o altrove” l’azione a cui sovente si ricorre è la lamentela. La parola colpevole richiama il giudizio morale ben sintetizzato dalla dicotomia bene – male che ci rende difficile accettare il nostro coinvolgimento. La parola responsabilità, invece, ha un peso decisamente minore e farci delle domande partendo da una o dall’alta parola (colpevole o  responsabile) cambia molto.

Per capirci meglio, un esempio da una sessione di coaching: Bruna lavorava come avvocato già da 12 anni presso lo studio di Franco, un avvocato civilista molto appassionato del suo lavoro. Bruna apprezzava la gestione di Franco che le lasciava tempo per la famiglia ma restava poco convinta della sua professione: lavorava part-time, non amava andare in aula e di fatto svolgeva un compito di segretaria. Con il tempo, il rapporto tra i due si era deteriorato; Franco era percepito da Bruna sempre meno una persona di famiglia e sempre più come un capo distante, freddo, poco comunicativo.

Era convinta che ciò fosse dovuto all’ingresso di un nuovo membro nello staff, un giovane avvocato appassionato e volenteroso di mettersi alla prova che, nel giro di un semestre, era divenuto il collaboratore di fiducia di Franco. Lamentava sempre più spesso, con amici e colleghi, una distanza tra lei ed il suo capo e l’unica spiegazione che si dava era la presenza  del nuovo collega.

Nell’invitare Bruna a cercare un altra spiegazione al comportamento di Franco, la risposta iniziale fu che non ve ne era. Poi, riflettendo, pensò che Franco potesse avere le risposte e a lei sarebbe stato sufficiente avere un incontro. La posizione iniziale di Bruna era di vittima innocente ma, parlando con Franco, era emerso il suo contribuito al deterioramento della relazione avendo rifiutato con forza di crescere come avvocato, assumendo nuove responsabilità (ricordate, non amava andare in aula).

La conversazione fu utile per entrambi: Franco capì che le sue aspettative erano andate disattese ma non si era mai premurato di farle delle richieste chiare; invece Bruna fu consapevole che la sua “scarsa passione”avevano condizionato le sue prestazioni commettendo errori che avevano pregiudicato il lavoro dello studio. Bruna non solo fu consapevole delle sue responsabilità ma riflettette su qualcosa che aveva rimandato da tempo: cambiare professione, fonte di ansia e frustrazione.

Quali opportunità offre questa distinzione linguistica? Ci aiuta a vedere le cose da due punti di vista diversi: quella della VITTIMA e del RESPONSABILE. Nel caso del punto di vista della vittima, entrambi le parti si sentiranno innocenti e riterranno l’altro/a il colpevole. Se invece la vediamo dal punto di vista dell’assunzione di responsabilità, allora entrambi potranno ammettere di aver contribuito al deterioramento della relazione (Franco aveva aspettative che non ha mai esplicitato, Bruna non voleva fare l’avvocato ma non si decideva a cambiare lavoro). E’ bene chiarire che quando parliamo di responsabilità non siamo interessati a “colpevolizzare” qualcuno. Quello che veramente ci interessa è se siamo in grado di guardare le cose da un altro punto di vista perché allora incontreremo nuove possibilità di azione che prima non vedevamo.

E questo ci introduce al perché è bene essere responsabili. Per agire è necessario essere responsabili. Responsabilità vuol dire abilità a rispondere. Se ciò che mi succede è causato da altri o altro, le mie possibilità di azione sono limitate o nulle. La trappola è che attribuendo la causa “al di fuori di noi” finiamo per ridurre o annullare qualunque possibilità di intervenire e risolvere il problema.Quando qualcuno si colloca nella posizione di vittima, si situa in un posto in cui non è responsabile, gli consente di giustificarsi con frasi del tipo: “non posso fare niente per cambiare”. La posizione di vittima è inefficace, non consente di intraprendere azioni che cambino in meglio la nostra vita. Questo modo di percepire la realtà toglie POTERE alla persona perché ne limita le possibilità di azione; al contrario, farsi carico del problema la aiuta a trovare soluzioni e a rendersene responsabile.

Sogno o Visione?

Tra il sogno e la visione c’è di mezzo l’azione. Potrebbe sembrare uno slogan, e forse lo è, di certo sogno e visione non sono sinonimi e il diverso significato che attribuiamo loro produce effetti molto diversi nella nostra vita. Allo stesso tempo,  sembra esserci una complementarietà tra i due termini. Il sogno è una meta senza percorso, attore e pianificazione. La visione ha un cammino, almeno un  protagonista ed un piano d’azione “sostenuto” da un sogno.

Molti conoscono il detto “Sognare non costa niente!”, meno sono quelli che comprendono che sognare non è sufficiente affinché si producano dei cambiamenti nella nostra vita. La visione è importante per la capacità di farci entrare in azione una volta che ci “compromettiamo” con ciò che desideriamo. L’idea che il sogno sia sufficiente a generare un qualche beneficio nella nostra vita è la trappola in cui cadono alcune persone. Altre, sebbene coscienti di fare i “sognatori professionisti” , indugiano in questo stato perché impegnarsi a fare qualcosa di nuovo sarebbe troppo impegnativo,  “scomodo”. Pochi osano, si danno una visione ed ottengono ciò a cui aspirano.

Quando sogniamo, fantastichiamo su come potrebbe essere la nostra vita al verificarsi di un certo evento o situazione. Sognare è sicuramente piacevole, potrebbe essere utile ma è inconcludente se non seguono azioni per il raggiungimento di quello che desideriamo. Il sogno non comporta impegno: ci risparmia i costi ma non da nemmeno benefici.

Le distinzioni linguistiche sono utili  perché consentono di ampliare lo sguardo sulla realtà e modificare l’azione. Quanto qui si propone è la distinzione tra sogno e visione, ove quest’ultima è innescata da un’idea ma seguita da un’azione volta a renderla realtà, a concretizzarla. A questo punto potremmo chiederci: “come sapere se quello che sentiamo è un sogno o una visione?” La visione c’è quando sentiamo la spinta a fare qualcosa e ci mettiamo all’opera per conseguirla.

I sogni senza visione hanno un comune denominatore: ciò che sarebbe potuto essere e non è stato. Il sognatore si da molte giustificazioni per non agire ed il suo sogno rimane nell’etere. Dice a se stesso che non è responsabile e che la mancata realizzazione va ricercata altrove: nelle circostanze sfavorevoli, nella crisi economica, nel capo ufficio che lo ha in antipatia… e avanti di questo passo. La visione implica mettersi in gioco ed agire coerentemente, anche quando i costi per uscire dalla zona di comfort possono essere importanti.

Ogni vota che ci giustifichiamo per quanto non abbiamo fatto, ci stiamo dando una scusa per non impegnarci: “mi sarebbe piaciuto lavorare all’estero ma non conosco le lingue”; “ero bravo a disegnare ed avrei voluto fare l’Accademia delle Belle Arti… ma poi di che vivevo?”; “se fossi magra avrei una vita sociale più ricca”; “non amo il mio lavoro ma c’è crisi, quindi inutile cercare”. Queste riflessioni sono le premesse dell’insuccesso, ossia del non far accadere ciò che desideriamo, sogniamo. Convinciamo noi stessi che non vale la pena darsi da fare, che non cambierà nulla comunque, viviamo nella lamentela continua perché non abbiamo ciò che vorremmo ma non ci fermiamo a riflettere che è la nostra attitudine a far venire meno qualsiasi possibilità.

Quando non sappiamo distinguere tra sogno e visione è facile che avremo più difficoltà a costruirci una vita coerente con le nostre aspirazioni. Ci guarderemo intorno e quando vedremo altri aver realizzato i propri sogni li invidieremo e/o attribuiremo il loro successo alla fortuna senza tener conto del loro coraggio ed impegno.

L’utilità di questa distinzione linguistica (sogno / visione) è che aiuta il coachee (cliente) a prendere coscienza di ciò che vuole, individuare gli ostacoli da superare, disegnare un piano d’azione e porlo in essere per raggiungere i suoi obiettivi. In un siffatto contesto, le domande che ci si pone sono: “quali sono i miei obiettivi?”; “quali costi sono disposto a sostenere e quali benefici conseguirò?”; “che valori sono importanti per me?”

Sappiamo che la vita pone ostacoli, talvolta difficili, da superare che possono farci rinunciare a quello che desideriamo. Nonostante ciò, è frequente riscontrare nelle sessioni di coaching che la rinuncia è dovuta più ai limiti che ci poniamo che non agli ostacoli che incontriamo.

Concludo con una riflessione apparentemente contraddittoria. Credo che la cosa importante non sia tanto raggiungere la meta, l’obiettivo bensì il cammino che percorriamo ed il modo in cui lo viviamo per andare verso ciò che desideriamo. La visione è utile perché ci da una direzione, ciò non toglie che lungo il percorso possiamo fare “nuove conoscenze” che arricchiscano il nostro punto di vista e modifichino, o finanche cambino, la nostra visione iniziale. Nulla di preoccupante: nel tempo i bisogni e le priorità si possono modificare e comunque continuare a contribuire ad ottimizzare la nostra performance per crearci una vita piena di soddisfazioni. La visione è al nostro servizio, è il sentiero che ci conduce fuori dalla nostra zona di comfort e ci apre a nuovi apprendimenti al fine di condurre una vita coerente con i nostri sogni.

 

Il potere delle distinzioni linguistiche

Perché la distinzione linguistica è potente? Perché amplia le possibilità di scelta dell’osservatore offrendogli l’opportunità di agire in modo diverso per raggiungere i suoi obiettivi.

Il titolo suggerisce un’idea che può essere percepita come provocatoria ma ha un fondo di verità: il linguaggio non è “innocente”. Le parole che utilizziamo racchiudono un’enorme forza che possiamo utilizzare a nostro pro o contro. Il “come” conversiamo (con noi stessi e con gli altri) condiziona i risultati che otteniamo. Dal mattino alla sera, passiamo molto tempo a conversare e questo indipendentemente dall’età e dal lavoro. Visto ciò, ci sembra – oltre che interessante – utile porre attenzione, cura, al “cosa e come” conversiamo affinché acquisiamo abitudini volte a massimizzare il nostro potenziale.

La distinzione linguistica è potente perché offre l’opportunità di dare, a cose e situazioni, nomi diversi. E’ un vantaggio che ci interessa molto perché quando distinguiamo apprendiamo qualcosa di nuovo che amplia il nostro punto di vista tanto da farci agire in altro modo.

Un esempio utile in tal senso ci viene dalla scienza. Oggi siamo in grado di distinguere cellula, molecola, atomo grazie ad una strumentazione che ci ha permesso di osservare una parte della realtà che è sempre stata sotto i nostri occhi però non potevamo vederla. Nel mondo del lavoro non è diverso. In ogni ambito si è affermato un linguaggio che distingue per essere maggiormente efficaci. Ad esempio, un avvocato distingue tra dolo e colpa, un progettista sociale tra obiettivo/ generale/i e specifico e così via.

Un secondo aspetto da sottolineare, è che solo siamo capaci di osservare quello che possiamo distinguere linguisticamente. Detto in altro modo, non possiamo distinguere ciò che non conosciamo.Una persona degli inizi del secolo scorso, posta di fronte ad un computer portatile probabilmente sarebbe in grado di descriverlo come oggetto composto di differente materiale (metallo, plastica, cristalli,…) ma mancherebbe delle distinzioni necessarie per nominarlo e ancor meno per farlo funzionare.

Il coaching aiuta le persone ad ampliare il proprio punto di vista, a cercare nuove forme per osservare la realtà per incontrare nuove opzioni che prima non si vedevano. Per questo utilizziamo le distinzioni come strumenti. Lavoriamo con parole che le persone utilizzano abitualmente con una determinata interpretazione e la recuperiamo per  darle una nuova visione, una nuova sfumatura che favorisce la riflessione, il cambio di prospettiva ed infine l’azione.

Le distinzioni non sono qualcosa di statico. L’importante non è l’interpretazione che diamo alla parola bensì le nuove possibilità che ci offrono; ad esempio: agire in modo diverso rispetto al passato e scoprire che questo ci conviene.

Prima di concludere, alcune precisazioni: 1. differenza tra conoscere e distinguere; 2. correlazione tra osservatore e distinzione.

  1. Chi conosce qualcosa può intenderlo razionalmente e comunque viverlo come qualcosa di estraneo a sé. Ad esempio, molti di noi conoscono  che la qualità del vino dipende da un lavoro costante, scelte ben definite, qualità del terreno ma anche da fattori indipendenti dalla volontà dell’uomo come il clima. Tuttavia, solo i più esperti sono capaci di distinguere, attraverso la degustazione, il profumo e l’aroma dei vini così come le annate.
  2. In secondo luogo, chi distingue è sempre un osservatore “parziale” che vede il mondo con le proprie lenti frutto di esperienze e credenze. E’ impossibile separare l’oggetto dall’osservatore: la distinzione risente della “lente” (più o meno a fuoco) con cui si guarda l’oggetto. Se la percezione della realtà è soggettiva, allora dobbiamo accettare la possibilità che esistano tante interpretazioni quanti sono gli osservatori e che tutte siano legittime.

Tutti possono beneficare dell’apprendimento di nuove abilità a conversare. Nel lavoro come nelle relazioni personali, lo sviluppo di questa abilità facilita chiarezza di idee, una migliore comunicazione, una qualità della vita superiore.

 

LA PAURA COME STRUMENTO DI TRASFORMAZIONE PERSONALE

Tutti noi abbiamo il potere di trasformare i nostri pensieri, le nostre emozioni, paradigmi ma non sempre lo facciamo. Veniamo “spinti” verso la trasformazione quando la vita ci obbliga a farlo, come ad esempio un lutto o nuove responsabilità sul lavoro.

La trasformazione richiede:

  1. una certa “apertura” a leggere gli eventi e cogliere le opportunità;
  2. scelta.

Chi decide di intraprendere un cammino per luoghi sconosciuti, non ha la certezza di ciò che troverà e non potrà dirsi migliore o peggiore rispetto a chi rimane comodamente sul sofà di casa: a ciascuno andrà il frutto delle proprie ricerche che daranno soddisfazione se risponderanno a ciò che la persona cercava.

Sovente tendiamo ad evitare la trasformazione, reagendo anche in malo modo, pur di non mettere in discussione ciò in cui crediamo e restare a nostro agio nella zona di comfort. Al di là di questa c’è un nuovo modo di pensare ed agire che potrebbe aprirci nuove opportunità ma per farlo dobbiamo varcare la frontiera delle nostre paure. 

La paura è il principale freno alla nostra crescita. Impegnarsi in una nuova attività implica metterci a rischio di fare brutte figure, sentirci insicuri.

Riconoscere le proprie paure è importante affinché si possano metterle in discussione. Cambiamenti anche semplici, nella vita privata come sul lavoro, richiedono alle persone di abbandonare il certo per l’incerto, l’agio per il disagio, il conosciuto per l’apprendimento.

L’emozione che spesso si registra è la paura, che prende forma di resistenza e che si esplicita in ostilità, aggressività, rifiuto. Oppure, mascherata da modi più “diplomatici” che sembrano accettare la novità ma a cui segue inazione, sabotaggio, dimenticanza.

Far luce su ciò che fa paura ci rende consapevoli e responsabili degli ostacoli alla trasformazione e del loro superamento.

 

COSTRUIRE LA STABILITA’

A differenza degli animali che sono programmati per attenersi ai comportamenti delle loro specie, le persone hanno un potere straordinario: la consapevolezza. Questa ci consente di non essere così indifesi dagli eventi avversi. Possiamo fermarci e pensare, chiarire le nostre priorità, riflettere sulle nostre alternative, elaborare una strategia. 

La consapevolezza non è qualcosa che dobbiamo guadagnarci perché l’abbiamo già, dobbiamo “soltanto” esercitarla. Nonostante ciò, quante volte affrontiamo situazioni stressanti agitandoci impotenti invece di usare i nostri poteri derivanti dalla consapevolezza?

Sovente ci limitiamo assecondando i condizionamenti culturali che arrivano dalla famiglia, dagli amici e dalla società. Questi, possono interferire con la nostra capacità di vedere le cose per quelle che sono rendendoci la vita molto meno piacevole. Quindi, come possiamo usare le nostre abilità critiche in modo non stressante? Attraverso 3 pilasti, che sono:

  • consapevolezza;
  • scelta
  • fiducia.

 

Consapevolezza.

E’ un faro che illumina. E’ per sua natura acritica, ossia rivela ciò che sta accadendo “qui ed ora”. Ad esempio, se vi chiedessi di diventare più consapevoli del modo in cui siete seduti (o in piedi, fa lo stesso) mentre leggete queste righe è probabile che facciate piccole modifiche nella postura se questa non vi soddisfa. La focalizzazione della consapevolezza è chiamata attenzione. Consente di divenire più consci di qualsiasi cosa sia presente nella direzione verso cui prestate attenzione.

Dove mettiamo l’attenzione fa la differenza; ci sono molti punti ma il posto migliore, per evitare dispersioni, sono le variabili critiche di quella situazione. Una variabile critica è qualcosa che se cambiato consente di raggiungere il risultato atteso. In breve, se vi centrate sulle variabili critiche riuscite a muovervi in sintonia con il vostro obiettivo. Le variabili possono essere esterne o interne. Quest’ultime sono quelle più potenti su cui focalizzare l’attenzione. Esempi di variabili interne sono l’atteggiamento, la speranza, le intenzioni.

Concentrasi sulle variabili critiche reca due benefici importanti:

  1. vi mantiene concentrati sul presente dandovi informazioni su cosa necessitate per muovervi nella direzione desiderata;
  2. non lascia spazio alla interferenza su cosa potrebbe accadere nel futuro e/o cosa è accaduto nel passato.

Se volete cambiare qualcosa, prima dovete aumentare la vostra consapevolezza di dove siete, di ciò che accade in voi ed intorno a voi.

Scelta

Essere consapevoli è una scelta.  Avete la possibilità di comportarvi come gli struzzi che nascondono la testa di fronte al pericolo. Spesso questo atteggiamento si basa su paure o giudizi. La consapevolezza acritica vi da la forza di affrontare la paura e di darle il giusto peso. Togliendosi gli occhiali del giudizio è più facile vedere la realtà che abbiamo di fronte. Ciò non vuol dire che la realtà non possa essere dura e il conflitto molto duro ma è proprio da questi traumi che apprendiamo di più, su di noi. Quando la scelta è consapevole? Quando vi accorgete di averla. La sfida è esercitare la propria consapevolezza; l’alternativa, è affrontare le giornate ignari delle scelte che state facendo, della loro origine e conseguenze. L’esercizio alla scelta consapevole ha un grande beneficio: si impara dagli errori. Se sono inconsapevole, ci faremo l’idea che quanto mi accade … è indipendente da noi e finiamo per subirne le conseguenze.

Le scelte inconsapevoli sono destabilizzanti mentre quelle consapevoli accrescono la nostra stabilità. Avere un regime alimentare che ci proietta verso seri problemi cardiocircolatori (le cui avvisaglie sono precedute ed accompagnate da peso eccessivo, pressione alta, colesterolo,…) è una scelta, consapevole o inconsapevole ma pur sempre una scelta. Ma su cosa basiamo le nostre scelte? Ci sono varie correnti: qualcuno dice sulla ragione, altri sul sentimento altri ancora sulla intuizione. Alcuni ignorano che le scelte derivano da desideri che possono essere percepiti. Il ricordo del proprio scopo è un grande stabilizzatore. Sapere e ricordare cosa volete restando fedeli a voi stessi consente un rapporto più stabile. Ignorare ciò che volete veramente per accontentare gli altri, o semplicemente scegliere cosa è conveniente, indebolisce la vostra stabilità.

 

Fiducia

Se non vi fidate della vostra capacità di esser consapevoli o di fare scelte consapevoli, resterete bloccati. La fiducia nelle proprie risorse, interne ed esterne, è conditio sine qua non per muoversi verso il proprio risultato atteso. Attenti! La fiducia non è una virtù; virtuoso è fidarsi di ciò che merita fiducia. Mi potreste dire: “ok, ma come faccio a sapere ciò che è degno di fiducia”? Prendete spunto dalla fiducia che i bambini hanno in sé di apprendere: cadono ma poi si rialzano per riprendere a camminare finché quest’azione non sarà per loro del tutto naturale. Fidarci di noi stessi, in fondo, è qualcosa che facciamo quotidianamente molto più di quanto immaginiamo. Ad esempio, ci fidiamo sul funzionamento del nostro cuore e dei nostri polmoni perché abbiamo una capacità innata a fidarci del fatto che funzionino correttamente salvo qualcosa non lo ostacoli. E’ forse questa la cosa più difficile da far passare: che possiamo davvero fidarci di noi stessi per funzionare in modo produttivo e con successo.

Una volta che vi fidate di possedere le risorse interiori per superare lo stress, quella fiducia diventa la base della vostra stabilità.