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Lettura per l’Autunno: dosare Azioni e Pause

Perché questo libro per questa stagione

Lettura per l’Autunno: dosare azioni e pause è un invito all’equilibrio. L’autunno è un ottimo periodo per rivedere quanto fatto ad oggi ed eventualmente apportare quelle integrazioni – o modifiche – che sono necessarie a farci star bene. Perché questo libro? Questa stagione è ottima per alleviare i disagi e le sofferenze che appesantiscono la vita di tutti noi, magari da anni.

In”Guarisci Te Stesso”, Santorelli – uno dei padri della mindfulness – esplora qui le radici dell’arte del curare e mostra come e perché introdurre nella relazione di guarigione la consapevolezza che nasce dal prestare attenzione al momento presente, intenzionalmente e senza giudicare.

La filosofia di fondo appare, di primo acchitto, in controtendenza. Infatti, postula di favorire la possibilità di riconoscere, sia da parte dei pazienti sia da parte di chi cura, che si è tutti feriti ma anche tutti integri, che dentro ogni guaritore c’è un ferito ma dentro ogni ferito c’è un guaritore, rivoluzionando le dinamiche della relazione paziente-terapeuta. Quest’alleanza indispensabile funziona come un vero e proprio farmaco!

“Guarisci Te Stesso” è un ottimo libro: strumento non solo di riflessione bensì di stile di vita. Per questa ragione lo consiglio caldamente a tutti coloro che hanno ancora “conti in sospeso” da far quadrare.

Il libro

L’autore, sin dalle prime pagine, si presenta con una forza poetica e una capacità espressiva che raramente capita di trovare nei saggi di questo tipo. Questo libro è anche, ma non solo, una lettura specialistica che veicola il messaggio di fondo: dentro ogni guaritore c’è un ferito, e che dentro ogni ferito c’è un’ interezza che si può contattare, come un sempre accessibile Guaritore interno.

Seguendo il filo teso da questo antico mito che è la figura di Chirone (il “guaritore ferito”) Santorelli ci conduce in un emozionante viaggio nel rapporto di cura, così come egli lo vive nella sua pluriennale esperienza di istruttore di mindfulness. Un rapporto caratterizzato dal duplice e speculare riconoscimento e appartenenza alle “categorie” di guaritore e di ferito (pur nel rispetto dei diversi ruoli e delle diverse “competenze).

Nei suoi percorsi di mindfulness vediamo, concretamente, come la possibilità di aprirsi al momento presente, la consapevolezza, possa essere il balsamo, lo spazio che ci permette di accogliere dentro di noi il nostro essere feriti senza venirne lacerati, senza che questo si trasformi nella sensazione di essere divisi, separati dentro noi stessi o, peggio, separati dalla persona di cui ci stiamo prendendo cura.

Infatti, dice Santorelli, è proprio nell’ incontro tipicamente umano tra chi offre e chi riceve cura, e nella possibilità del reciproco riconoscimento della comune appartenenza alle due “categorie” che, possono nascere gli incontri più autentici e più squisitamente curativi.

Un libro che in ogni pagina spinge a riflettere sul significato della relazione di aiuto e soprattutto sulla possibilità di mettere in moto risorse interne che l’altro può avere ma che forse spesso rimangono latenti proprio per il disconoscimento della duplice natura del nostro essere guaritori e feriti.

L’autore

Saki Santorelli è un professore di Medicina, Direttore della Stress Reduction Clinic, una struttura acclamata a livello internazionale, e Direttore esecutivo del Center for Mindfulness in Medicine, Health Care, and Society all’University of Massachusetts, Medical School . Ha lavorato con migliaia di pazienti e ha istruito e aiutato i mentori dei professionisti e ricercatori nel campo della Mindfulness e del percorso Mindfulness-based Stress Reduction (MBSR), praticando per oltre 30.000 ore come istruttore MBSR.
Nel 2001 ha fondato Oasis Institute, un programma completo di istruzione e formazione professionale che porta alla certificazione degli insegnanti in MBSR. Nel 2003, ha fondato una conferenza scientifica annuale sulla mindfulness, dal titolo “Investigare e integrare la mindfulness in medicina, nell’assistenza sanitaria e nella società”. Saki insegna e presenta a livello internazionale ed è l’autore di Guarisci te stesso.

È uno dei più stretti collaboratori di Jon Kabat-Zinn, fondatore del protocollo MBSR.

SCHEDA del LIBRO

TitoloGuarisci te stesso
SottotitoloLezioni di mindfulness
AutoreSaki Santorelli
CollanaTemi
EditoreRaffaello Cortina Editore
Formato Libro
Pagine332
Pubblicazione05/2015
ISBN9788860307477
 Prezzo€16,00

Il privilegio di Camminare Consapevolmente

Il privilegio di camminare consapevolmente invita a prestare attenzione ad un gesto non scontato, rivoluzionario e di gran impatto per il nostro benessere psico-fisico.

Camminare: un gesto sovversivo

Camminare è diventato un gesto sovversivo (come ci ricorda Erling Kagge nel suo libro Camminare) in una società frenetica, iperconnessa ma scollegata dal sé, capace di spostarsi per centinaia (o migliaia) di Kilometri in poco tempo ma che ha perso la capacità di osservare, di stare nel qui ed ora, di comprendere. Tutto è consumato in fretta e nulla è veramente digerito. Camminare ricompone e ordina.

Non serve essere atleti professionisti o guide alpine: la rivoluzione del camminare (consapevolmente) è alla portata di tutti! Basta rinuciare a qualche comodità e spostarsi a piedi ogni volta che è possibile. Sottrarsi alla tirannia della velocità significa dilatare la meraviglia di ogni istante e restituire intensità alla vita. Ciò lo si può fare anche in città, nel quotidiano, senza aspettare l’escursione in montagna!

Camminare… in modo nuovo

Quando camminiamo in città, siamo immersi in un ambiente poco attrattivo e distraente rispetto a quello che potremmo trovare in collina o anche solo in un parco urbano. I rumori, la folla, l’atteggiamento indifferente e qualche volta aggressivo delle persone che incrociamo unito alla frenesia che si vive nei grandi centri urbani sottoposti alla “legge della fretta”, cozzano con il privilegio di camminare consapevolmente che richiede, nella sua versione “classica”, un’attenzione piena ad ogni passo, quindi molto lenta.

Quello che qui si invita a fare è di adottare un nuovo atteggiamento, un nuovo modo di camminare in città. Un camminare pienamente consapevole, sereno. Un’esperienza di vita importante quanto qualsiasi altra capace di offrire però insight inimmagginabili se fatta intenzionalmente.

Camminare per ritrovarsi

A volte si dice che siamo troppo concentrati sulla meta e ci può sfuggire il senso stesso del cammino. Ricordo che lungo il Cammino di Santiago, nella località di Astorga, mi imbattei in una frase che mi interrogò profondamente: “cosa è importante, la meta o il cammino”? E’ una domanda che qui ripropongo perché si adatta perfettamente alla mindfulness camminata quando pratichiamo con il solo scopo di fare esperienza senza andare veramente senza nessuna meta.

Jack Kerouac mentre percorre l’autostrada raccontata nel suo libro On the Road, ci offre una definizione perfetta di viaggio, sottolineando il carattere d’urgenza interiore del richiamo dell’andare, senza una meta predefinita. Eppure, questo incedere senza destinazione, ha un effetto catartico perché fa ritrovare lampi di libertà e – con il tempo, magari – il senso di una traiettoria.

Camminiamo senza sapere dove questo ci porterà, radicandoci nel passo, riscoprendo una condizione continua di disequilibio, posturale ed esistenziale, in cui la frenesia della vita quotidiana viene allontanata e cose nuove si rivelano ai nostri sensi.

Camminare consapevolmente in città

Camminare in città, in molti casi, è un’opportunità, perché fa comunque bene al fisico. Non tutti se lo possono permettere. Apprezziamo, dunque, il beneficio di un corpo che si muove come vogliamo!

Detto ciò, il privilegio di camminare consapevolmente nel turbinio delle città richiede comunque un minimo di attenzione ad alcui aspetti per far sì che il movimento sia in presenza mentale. Di seguito, 5 consigli:

  1. Andatura. Cammina ad un ritmo naturale senza modificare eccessivamente la tua andatura, basta rallentare un pò per consentire a te stesso di entrare in uno stato di assorbimento meditativo.
  2. Attenzione al passo. Per esempio, segui il movimento: sollevamento, avanzamento ed appoggio del piede. Inoltre, con il procedere dei passi, senti i muscoli delle gambe che lavorano. Senti anche tutto il corpo che si muove nello spazio, che procede in avanti: il torace, le spalle, il viso. Avverti la resistenza dell’aria. Le spalle e le braccia si muovono, anche, accompagnando il ritmo dei passi.
  3. Il respiro. Diciamo la verità, quanti tra noi prestano attenzione a come stanno respirando? Un ottimo esercizio di consapevolezza è osservarlo. Stiamo facendo almeno due cose insieme: camminare e respirare. Ad esempio, chiediamoci: in che relazione sono la frequenza del respiro con quella dei passi?
  4. Osservare, ciò che accade dentro e fuori di noi. E’ molto importante! Emozioni, pensieri, immagini, suoni, reazioni rispetto alle persone ed alle situazioni che incontri lungo il cammino fanno la qualità della pratica perché la mantengono vigile.
  5. Sospendi il giudizio verso te stesso e gli altri. Ad esempio, non te la prendere se le prime volte sarai “sequestrato” dai pensieri, dai rumori intorno a te o da comportamenti altrui. Fermati, sospendi il giudizio e persevera!

Conclusioni

Quindi, camminare è un privilegio che va riscoperto perché non scontato, salutare, in grado di offrire preziosi insight su noi ed il nostro intorno. Concludo con una famosa poesia di Thich Nhat Hanh, che esprime bene il concetto di camminare senza scopo.

Cammineremo.
Cammineremo soltanto.
Sarà piacevole camminare insieme.
Senza pensare di arrivare da qualche parte.
Cammina in pace.
Cammina nella gioia.
Il nostro è un cammino di pace.
Poi impariamo
che non c’è un cammino di pace;
camminare è la pace;
non c’è un cammino di gioia;
camminare è la gioia.

Noi camminiamo per noi stessi.
Noi camminiamo per ognuno
sempre mano nella mano.
Cammina e tocca la pace di ogni istante.
Cammina e tocca la gioia di ogni istante.
Ogni passo è una fresca brezza.
Ogni passo fa sbocciare un fiore sotto i nostri piedi.
Bacia la terra con i tuoi piedi.
Imprimi sulla terra il tuo amore e la tua gioia.
La terra sarà al sicuro
se c’è sicurezza in noi.

Praticare la Gratitudine migliora la tua Vita

Gratitudine

Praticare la gratitudine migliora la tua vita perché ti fa uscire da un punto di vista egocentrico (con le sue aspettative e pretese). Infatti, a ben vedere, ti puoi accorgere che tante cose utili e belle derivano dall’opera altrui. E tu, ne usufruisci, più o meno consapevolmente.

Un amico, in coda alla cassa di un supermercato, è rimasto colpito da un atto di gentilezza molto semplice: uno sconosciuto lo ha lasciato passare avanti perché aveva pochi prodotti rispetto a lui. Un gesto piccolo ma che ha lasciato un segno profondo, di gioia e gratitudine. Si badi, non tanto per superare rapidamente la coda bensì per scoprire come anche tra sconosciuti si può creare connessione profonda, armonica.

Infatti, in apparenza, la gratitudine sembra nascere dalla sensazione di essere in debito con un’altra persona che si è mostrata riguardosa nei tuoi confronti ma guardando più a fondo la realtà è un’altra: una maggiore consapevolezza della tua connessione con il tutto. Per questa ragione praticare la gratitudine migliora la tua vita: amplia le tue possibilità di felicità facendoti apprezzare le piccole cose.

Ma da dove trarre ispirazione?

Le ragioni per essere grato sono intorno a te!

Se ti stai chiedendo dove trovare spunto per essere grato, la risposta che ti darò ti sorprenderà! Tutto intorno a te diviene occasione di gratitudine. Ad esempio, l’orologio che porti al polso ti consente di essere puntuale e lo devi a coloro che lo hanno progettato, costruito, trasportato e venduto. Il parco dove vai a correre è mantenuto in buono stato da chi ci lavora ed i mezzi pubblici che usi sono in orario perché i conducenti si impegnano nel mantenere un certo standard di qualità del servizio.

Quando il tuo pensiero sosta su questi aspetti apparentemente banali, hai una piccola ma fondamentale illuminazione: siamo interconnessi! Ed è per questo che una delle pratiche più trasformative in cui puoi impegnarti è quella di coltivare la gratitudine.

Cosa fai, invece?

Ti Fissi su ciò che Non Va? Ti stai Fregando da solo!

Se capita anche a te, non sei solo, tranquillo! E’ ciò che fa la maggior parte delle persone. Sembriamo programmati per fissarci su ciò che dovrebbe essere e non è. Quante volte ti è capitato di sprofondare nella frustrazione o nella tristezza perché gli altri non hanno soddisfatto le tue aspettative? Questo atteggiamento, sebbene non vada rifiutato bensì osservato, alla lunga ha un limite: non farti vedere i doni che ricevi nel quotidiano perché sequestrato da emozioni e/o pensieri che ti relegano nel passato o ti proiettano nel futuro, privandoti di cogliere l’opportunità di essere felice

Per vedere quanto sei supportato dalla vita devi uscire dallo spazio ristretto del tuo Sé. Una volta che acquisisci un punto di vista più equilibrato della realtà, sei meno preoccupato per ciò che non soddisfa le tue aspettative e più presente a ciò che incontri durante il quotidiano.

Inoltre, vedendo quanto sei interdipendente con gli altri, cresci in generosità, desiderando in qualche modo di restituire quanto ricevuto. Praticare la gratitudine migliora la vita perché innesta una spirale virtuosa.

A cosa devi stare attento?

In questo “percorso ad ostacoli” occorre prestare molta attenzione.

  • Il primo impedimento è stato già anticipato nel primo paragrafo: l’incapacità di notare ciò che si ha guardandosi intorno. Ad esempio, avere una appartamento dove stare al caldo d’inverno, amici con cui condividere le vacanze, una famiglia su cui contare in momenti di difficoltà, eccetera. Quindi, la prima cosa che puoi fare è iniziare a prestare attenzione a ciò che hai! Ed è proprio qui che le aspettative possono mostrarsi insidiose. Ti aspetti che i tuoi cari siano sempre disponibili (e mai tu per loro), che gli amici ti organizzino le uscite, che in casa non ci siano mai contrattempi. Quando arrivi ad aspettarti qualcosa non presti attenzione: lo dai per certo e non dai valore.
  • Il secondo impedimento, è proprio dare tutto per scontato. La gratitudine può non emergere per il servizio eccellente ricevuto da un impiegato che risolve il tuo problema, dal momento che ritieni stia “facendo solo il suo dovere”. Indipendentemente dalle sue motivazioni, il fatto è che stai beneficiando del suo impegno e puoi notarlo e sottolinearlo con un’espressione di gratitudine.

Cosa puoi Fare?

Una pratica che può sostenerti nel coltivare la gratitudine ha origine nel paese del Sol Levante ed è conosciuta con il nome di Naikan che significa “guardarsi dentro“.

E’ un metodo strutturato che incoraggia l’indagine su te stesso e sul tuo rapporto con il mondo. Nella sua forma più profonda il Naikan viene praticato in centri specializzati dove, durante il giorno, rifletti sul tuo passato al fine di modificare il tuo futuro (guarda Come sapere quale azione intraprendere?). In genere, c’è una riflessione progressiva a cui dedichi 2 ore e mezzo partendo dalla nascita fino all’età di 6 anni; poi, con intervalli, per ogni tre anni di vita. Si conclude quando tutta la tua esistenza è stata esaminata rispetto ai genitori, fratelli, amici ed altri.

Il vantaggio che ti si offre è di guardare con onestà a come si è vissuta la propria vita. Inoltre, la pratica può portarti a comprendere che sei davvero ricco e profondamente supportato.

Come puoi fare?

E’ possibile che non ci sia un Centro vicino casa tua; in tal caso, ti propongo questa versione Naikan che ti prenderà 30 minuti del tuo tempo. Possibilmente, fallo a fine giornata. Siediti e porta l’attenzione al respiro per aiutarti a centrarti. Quando ti senti a tuo agio poniti queste 3 domande:

Cosa ho ricevuto oggi?

Sii specifico e rifletti su quante più cose ricordi. Ad esempio, il sorriso del tuo partner, il cinguettio di un uccello, il conducente che ti da la precedenza anche se non ce l’hai. Il sol fatto che tu abbia beneficiato da qualche azione è sufficiente per coltivare la gratitudine. Sospendi il giudizio, scandaglia il tuo stato d’animo. Non sempre ciò che ci è offerto è dovuto! E ti renderai conto di avere molti più debiti (di gratitudine) che non crediti. Ciò ti aiuterà a “riequilibrare” l’ego e ad essere più generoso con il prossimo.

Cosa ho dato oggi?

Ripercori nuovamente gli eventi della giornata ma ora pensa a cosa hai dato agli altri. Qu,i come su, non importa la motivazione oppure l’azione (puoi aver aiutato un disabile ad attraversare la strada come aver raccolto una carta da terra e depositata nell’apposito cestino). Potresti scoprire che senza clamori contribusci al “bene comune”.

Quali problemi o difficoltà ho causato oggi?

Questa domanda è spesso la più difficile! Ancora una volta ripercorre gli stessi passi dei punti precedenti e non trascurare ciò che ti sembra insignificante; ad esempio: ho preteso da un collega che mi desse una mano con un progetto impedendogli di uscire a tempo per la partita. In generale, siamo molto consapevoli di come gli altri ci causano danno ma raramente ci rendiamo conto di quando siamo noi la fonte del disagio. Vedere come causi problemi agli altri aiuta a “sgonfiare” il tuo ego e a vivere meglio sapendo che anche tu ricevi, molto.

Conclusioni

Talvolta ci sentiamo a credito con la Vita: a volte è vero ma spesso stiamo solo falsando le carte. Non perché siamo “cattivi” bensì ignoranti, con un punto di vista limitato.

La gratitudine è una pratica che aiuta a riportare equilibrio nella nostra vita. Un equilibrio che ci consente di essere lucidi nel valutare ciò che c’é, nello stare con ciò che c’é e nel capire cosa possiamo cambiare per vivere meglio. Per far sì che la gratitudine non si trasformi in un meccanico “grazie” privo di coinvolgimento, si può ricorrere al Naikan, un metodo strutturato e su sinteticamente proposto (in particolare per umani indaffarati :-)) affinché ci possa essere profondità di pensiero, si possano toccare le corde più profonde del nostro essere e comprendere come il nostro atteggiamento ha un impatto esponenziale nel nostro intorno.

Quando sgonfiamo il nostro ego, ci avviciniamo alla verità; allora, si possono aprire ai nostri occhi grandi opportunità. Ecco perché praticare la gratitudine migliora la vita.

IKIGAI: qualcosa per cui vale la pena vivere.

Ikigai è un parola giapponese che ha diversi significati: ispirazione, motivazione profonda, ragione di vita. Ma posiamo sintetizzare dicendo che Ikigai è qualcosa per cui vale la pena vivere o ragione per esistere. 

Ognuno di noi ne ha uno anche se non ne è a consapevole! Per alcuni ha a che vedere con il proprio lavoro, per talaltri con il proprio hobby in qualunque caso è qualcosa che facciamo con amore e consapevolezza.

Per le persone più estroverse e aperte affettivamente, esso può coincidere quasi completamente con la sfera delle relazioni personali, laddove i momenti di condivisione con i familiari e amici sono occasione per dare senso e luce al proprio cammino.

Ragione per esistere

Ikigai è qualcosa per cui vale la pena vivere, è ciò che ci da gioia e buon motivo per alzarci dal letto la mattina qualunque sia la veste che assume per noi. Ci “soccorre” nel trovare l’energia giusta per mantenere accese l’intenzionalità, direzione e presenza in ciò che si fa. In Giappone – da dove il termine e la filosofia che la contiene è nato – si ritiene che rispettare il proprio ikigai sia una condizione imprescindibile della longevità.

Nella filosofia giapponese anche un momento quotidiano apparentemente poco rilevante può diventare qualcosa di molto significativo se è in armonia con la nostra ispirazione fondamentale. La vita intera, alla luce dell’ikigai, può trasformarsi in un’opera d’arte che si realizza in ogni istante: gratificandoci, nutrendoci, dandoci gioia.

In occidente, si sta assistendo ad un “rimaneggiamento” del concetto che lascia poco spazio alla “poesia”. Un pensiero che vuole coniugare le reali capacità dell’individuo con i bisogni dell’economia cosicché si abbia un ikigai “aziendalistico”, funzionale alla produzione.

Ma come si trova il proprio ikigai?

Ikigai è qualcosa per cui vale la pena vivere ed il primo passo per comprenderlo è avere maggiore consapevolezza di ciò che amiamo. Per farci un’idea, è ciò che ha la forza di coinvolgerci in modo così pieno al punto da non renderci conto del tempo che passa (stato di flow).

Possiamo indagare questo aspetto in modo creativo, riflettendo, per esempio, sugli ultimi libri o anche film che ci sono piaciuti e rispondendo ad alcune domande, quali:

  • ha a che vedere con qualcosa che amo?
  • di cosa parla?
  • cosa di quel libro mi è rimasto impresso?
  • in che modo ciò mi riguarda?

L’ultimo passaggio ha a che vedere con il contributo alla società: in che modo il mio ikigai concorre a migliorare il mondo? Se la nostra attività preferita ha un’utilità sociale e c’è richiesta di persone che la svolgano, abbiamo buone possibilità di ricevere un compenso per svolgerla. Facciamo una lista delle attività che ci gratificano e mettiamole in ordine a seconda delle possibilità che si rivelano remunerative. Se ce ne è qualcuna che la fa divenire una professione, vale la pena investir qualche risorsa per formarsi bene in quel campo.

Conclusioni

Se il tuo ikigai non può divenire un lavoro non buttarti giù: non è questa la cosa più importante. Sapere cosa ti ispira e ti riesce bene è già un immenso tesoro!

Cerca di essere creativo e considera che ci sono tante attività amatoriali che possono dare senso al tuo tempo e non è necessario optare solo per una! Come sempre, quando cerchiamo di vivere alla luce di un valore profondo, le azioni che svolgiamo sono azioni di qualità, con una rilevanza intrinseca. Esse sono a pieno titolo una forma di meditazione.

Abbracciare l’indesiderato, entrare nella ferita

Abbracciare l’indesiderato, entrare nella ferita sono azioni che richiedono coraggio. La sofferenza non ama essere vista da vicino, provoca avversione, rifiuto; eppure, da questo gesto, possono venire delle importanti scoperte per arricchire la nostra conoscenza e farci vivere meglio. Per comprendere meglio cosa intendo con abbracciare l’indesiderato ed entrare nella ferita, mi avvarrò della fiaba come alleata.

La fiaba…

Un’antico racconto celtico narra la storia dei cinque figli del re irlandese Eochaid. Un giorno, i figli andarono a caccia e si persero. Non riuscendo a trovare la strada, si preoccuparono anche perché la sete iniziava a farsi sentire con maggiore insistenza. Allora, uno ad uno, iniziarono a cercare l’acqua.

Fergus fu il primo dei cinque ad andare. Dopo poco intravide un pozzo e si incamminò verso di esso. Man mano che si avvicinava si accorse che il pozzo era custodito da una donna anziana il cui aspetto era orribile: capelli ispidi e fuligginosi con una zanna di color verde che le sbucava dal cuoio capelluto, naso storto e narici ampie, pancia grinzosa e maculata, gambe deformate e piedi grandi come badili. Fergus disse: “è così che stanno le cose?” e la donna rispose: “proprio così”. Poi, domandò se la donna fosse la custode del pozzo e questa rispose affermativamente. Allora chiese se poteva prendere dell’acqua e lei acconsentì previo il rispetto di un patto: doveva baciarla. Fergus si rifiutò, giurando solennemente che piuttosto sarebbe morto di sete piuttosto che baciarla. E se ne andò.

Uno dopo l’altro, seguirono sullo stesso sentiero, gli altri tre fratelli di Fergus; ognuno di loro trovò il pozzo e tutti reagirono come il primo fratello: sarebbero morti piuttosto che toccare quell’orrenda presenza.

Alla fine, giunse il quinto fratello chiamato Niall. Anche a questo, la donna propose lo stesso patto ma a differenza degli altri fratelli, conosciuti i termini dell’accordo, accettò senza esitare – non solo di baciarla – ma anche di abbracciarla. Lo fece volentieri e, non appena lo ebbe fatto, la custode del pozzo si trasformò in una donna bellissima. La fiaba narra che Niall, descrisse la donna che aveva dinanzi come un “universo di bellezza”. Al che, l’unica risposta della donna fu. “E’ proprio vero.” Quando le chiese chi fosse lei gli rivelò la propria identità: “O Re di Tara, io sono la Legge Reale.”

Stando in piedi in tutta la sua presenza e mostrando la sua vera natura, la donna offrì a Niall l’acqua per sé ed i suoi fratelli. Prima che partisse, benedì lui ed i suoi figli dicendo che avrebbe avuto un regno molto potente. La magnifica donna proseguì dicendo che, nonostante Niall l’avesse vista inizialmente come brutta e deforme, contrariamente ai suoi fratelli era stato guidato da un cuore generoso e gentile, offrendo la sua amorevole bontà piuttosto che la sua avversione. Era proprio questa, la “Legge Reale”: andare incontro a ciò che non desideriamo con gentilezza invece che con il netto rifiuto.

… e la sua morale

Nel momento in cui intraprendiamo il nostro viaggio verso la “zona ferita”, questa storia ci aiuta ad orientarci. Ci chiede di guardare ciò che sta di fronte a noi, di entrare profondamente in contatto con ciò che non desideriamo, aprendo il cuore secondo le nostre possibilità e avanzando con gentilezza piuttosto che con l’intento di negare, rifiutare o distruggere.

La fiaba ci fa capire che abbracciare l’indesiderato ed entrare nella ferita è la scelta migliore: ogni altro modo di procedere ci lascerà assetati, prigionieri di concetti ed idee, punti di vista ed opinioni, incapaci di fare un passo verso un ambito più vasto dell’esistenza. Vivere la nostra vita così, comporta molto dolore e molta tristezza. Facciamo attenzione: gli altri fratelli non vengono maledetti, umiliati o puniti per essersi rifiutati di “baciare l’indesiderato”, rimangono semplicemente assetati. Inariditi, rigidi e sterili. Non disposti ad abbracciare la custode del pozzo, ad affrontare e incontrare quelle parti indesiderate di sé stessi e a lavorare con esse non hanno ricevuto alcun nutrimento.

C’è acqua a sufficienza per ognuno di noi. La fiaba ci mostra una strada da seguire, un modo per entrare nella ferita, senza provare avversione per noi stessi o restare paralizzati dalla paura. Più in là, potremo scoprire, grazie alla nostra disponibilità a procedere con amore, una sorgente di vita inesauribile.

IL PILOTA AUTOMATICO: I 5 STEP PER DISATTIVARLO

Pilota automatico è un’espressione che wikipedia definisce come “un dispositivo meccanico/elettronico che può guidare un veicolo senza assistenza da parte di un essere umano” . In “Il pilota automatico: i 5 step per disattivarlo”, propongo 5 strumenti che ci consentono di prendere le distanze da automatismi del passato offrendoci l’opportunità di vivere una vita più felice. Cosa intendiamo qui per “pilota automatico”? “Uno stato cognitivo in cui si agisce senza essere consapevoli di quello che si sta facendo”.

I pro e contro del Pilota automatico

Il pilota automatico ci aiuta a compiere azioni essenziali del quotidiano, come camminare, mangiare, guidare un mezzo- senza impegnare tutta la nostra attenzione. Ci aiuta ad acquisire nuove e complesse abilità come scrivere al computer ed una volta appresa l’abilità inizia a diventare automatica. Per esempio, si può camminare senza ricordare nulla del tragitto; il che spesso è utile perché consente alla mente di dedicarsi ad altro.

Tuttavia, il pilota automatico può diventare un ostacolo, in particolare nel modo in cui elaboriamo le emozioni. Spesso, siamo in grado di riflettere su come ci fanno sentire le esperienze passate e a farne tesoro per il futuro. Il problema è quando ripetiamo i nostri schemi meccanicamente, mettendo in atto le stesse reazioni emotive a situazioni simili, anche se i fatti ci dicono che non funziona!

Disfare i modelli negativi

Nella modalità “pilota automatico”, la mente reagisce basandosi basandosi sulle esperienze passate e non ci accorgiamo di avere un ampio ventaglio di opportunità. Prestabilire di rompere schemi consolidati adottando un determinato comportamento non è necessariamente il modo migliore per superarli.

Ciò di cui c’è bisogno è un nuovo e più consapevole modo di pensare. Allenandoci a vivere nel presente e ad accettare piuttosto che a giudicare le esperienze passate, diventiamo più radicati e consapevoli delle nostre reazioni. Il pilota automatico sparisce quando c’è la consapevolezza.

Pilota automatico versus Consapevolezza

Vivere la nostra interiorità in automatico ci porta a ripetere gli stessi errori, a rivivere gli stessi momenti di crisi e a non andare avanti.

Invece, la consapevolezza ci rende coscienti dei nostri schemi emotivi, dandoci gli strumenti per conoscere il nostro potenziale. Di seguito, una tabella che riassume (in modo esemplificativo e non esaustivo) i due modelli a confronto:

PILOTA AUTOMATICOCONSAPEVOLEZZA
reagisce per inerziarisponde scientemente
rimugina sul passatovive pienamente nel presente
rifiuta la realtà accetta la realtà
non vede i dettaglivede i dettagli
ripropone modelli consolidatiha una visione d’insieme
le scelte sono limitateampie possibilità di scelta
rivive le emozioni passateprova nuove emozioni
scarsa coscienza delle proprie potenzialitàcosciente delle proprie potenzialità

I 5 step per disattivare gli automatismi

Attenuare le risposte emotive automatiche attraverso la consapevolezza richiede molta pratica. Però, c’è già qualcosa che può essere messo in campo per iniziare a resettare le “cattive” abitudini. Di seguito, 5 step per disattivare il pilota automatico:

  1. riscopri il silenzio, la solitudine. Ti sembrerà strano, se non assurdo, abbandonare i dispositivi mobili per qualche ora vista l’abitudine ad essere connessi 24/24. Ma se ci portiamo sempre dietro questi strumenti non saremo mai veramente soli, con noi stessi. Riscopri come ci si sente;
  2. parla con estranei. Anni fa, in un bar di Ancona, ho letto una frase fantastica “non ho il wi-fi, parlate tra di voi.” Dedica del tempo a parlare con qualcuno che non conosci mentre sei a prendere un caffè al bar o alla macchinetta del caffè in azienda. Il pilota automatico può minare il nostro senso di connessione con gli estranei. E’ bello scoprire che oltre ai nostri conoscenti altre persone hanno qualcosa da offrire;
  3. fai nuove esperienze. Può essere qualsiasi cosa: dal Cammino di Santiago alla preparazione di una torta. Le vite rischiano di impantanarsi nelle routine: una novità può portare grande arricchimento;
  4. trasforma il percorso. Esplora le strade! Talvolta non è nemmeno necessario cambiare percorso bensì portare attenzione a cose su cui non ci si sofferma. Fatti un giro osservando ciò che ti circonda: scoprirai che sei contornato di novità, alcune anche utili (magari non ti eri accorto di quel negozietto che vende prodotti di nicchia a te cari);
  5. fai quello che va fatto! Spesso è il pilota automatico ad impedirci di fare quello che va fatto. Dal momento che comunque va fatto, fallo prima. Non lasciare che incomba su di te sottraendoti attenzione e tempo a ciò che conta: i tuoi obiettivi.

Conclusioni

Il mettere in atto schemi e azioni abituali e automatizzati è funzionale in molti casi, rappresenta una modalità di “risparmio” energetico che ci consente di pensare e fare altro. Tuttavia, ha i suoi limiti. Gli schemi abituali ci mettono nella condizione di reagire alle situazioni sempre nello stesso modo, senza averne consapevolezza. Il pilota automatico è l’opposto della consapevolezza: è uno stato mentale che non ci fa vivere nel presente, bloccato dentro abitudini consolidate.  Lasciarlo andare ci consente di prendere le distanze dai condizionamenti del passato offrendoci l’opportunità di essere felici.

Le 6 strategie da utilizzare nei momenti di Stress

Le 6 strategie da utilizzare nei momenti di Stress sono gli strumenti che ti permettono di osservare ed intervenire efficacemente sul tuo disagio. Inoltre, scoprirai come uno stato considerato da sempre negativo può offrire delle opportunità di miglioramento.

Lo stress scaturisce solo quando la situazione che ci stressa riguarda qualcosa che per noi è importante, perciò non esiste una sola strategia per tutte le situazioni bensì varie. Imparare a cogliere gli elementi positivi dello stress ci permette di affrontare al meglio le sfide della vita.

La nostra mente è uno strumento molto potente, l’idea che si ha su qualcosa può influenzare come questa agisce sul nostro corpo; in pratica se riteniamo lo stress nocivo, questo sarà l’effetto che avrà. Il nostro atteggiamento mentale funziona in maniera simile a un placebo; però, mentre quest’ultimo ha effetti di breve durata, l’atteggiamento mentale
li ha a lungo termine. Ad esempio, una visione negativa sulla vecchiaia ci spingerà a considerare le cattive condizioni di salute come qualcosa di inevitabile; al contrario, se abbiamo una visione positiva dell’invecchiamento, la nostra convinzione ci spingerà a intraprendere azioni che promuovono la cura di sé. Quindi, un atteggiamento mentale costruttivo è fondamentale per acquisire le 6 strategie da utilizzare nei momenti di Stress.

Ripensare lo stress: da nemico ad alleato

In ragione di quanto detto, l’atteggiamento ha la stessa influenza sullo stress e su come lo si affronta. Se lo si considera nocivo, si tenderà ad evitare le situazioni che lo creano. Al contrario, se si considera lo stress “positivo”, allora si diventerà più sicuri delle proprie capacità di affrontare le sfide.
L’aspetto “potente” di un atteggiamento mentale costruttivo è che non serve mettere in atto tale strategia ogni volta che si affronta una situazione difficile. Infatti, il cambiamento di mentalità mette in moto un processo perpetuo che si attiverà automaticamente ogni volta che si affronta una situazione stressante.

Molto spesso si crede che i problemi, soprattutto quelli culturalmente radicati, siano quasi impossibili da cambiare e di
sicuro non sia possibile modificarli con un solo intervento. La scienza dell’atteggiamento mentale, invece, ha dimostrato che modificare il modo di pensare ed essere convinti che sia possibile è il catalizzatore di tutti gli altri cambiamenti che vogliamo nella nostra vita. Come rendere lo stress un proprio alleato? Prima di attuare Le 6 strategie da utilizzare nei momenti di Stress, occorrono tre passaggi previ :

  1. riconoscerlo;
  2. accoglierlo;
  3. gestirlo e trasformarlo.

1. Riconoscere lo stress

Il primo passo per modificare la propria visione sullo stress è osservare come questo si manifesta nella vita di tutti giorni e comprendere qual è il nostro atteggiamento verso di esso. Come si considera lo stress? Ci ispira? Ci esaurisce? Si deve imparare a riconoscere la propria risposta allo stress e contrastare le idee meno utili che si hanno con un atteggiamento costruttivo.

L’energia che si attiva in condizioni di stress non si limita a preparare il corpo ad agire (attacco o fuga). Esistono diversi tipi di stress e ognuno di essi influenza parti diverse del corpo e ha risposte diverse:

  • ci rende estremamente concentrati;
  • ci può spingere a entrare in relazione con gli altri (ebbene sì, può renderci più socievoli!);
  • ci aiuta ad apprendere e a crescere (dopo una forte emozione stressante il cervello si modifica per imparare dall’esperienza e ricordare, in tal modo saremo in grado di gestirla al meglio quando si ripresenterà).

Compreso come rispondiamo ai diversi tipi di stress, è bene descrivere l’esperienza in forma scritta. Possono aiutare le seguenti domande:

  • quali sensazioni si sono percepite?
  • Ci sentivamo più propensi a contatti sociali?
  • Avevamo più energia?
  • Eravamo motivati ad agire e a proteggere?
  • Come abbiamo ripensato a questa esperienza e cosa abbiamo imparato?

Rileggiamo e proviamo a capire come la nostra risposta allo stress ci abbia aiutato a proteggerci o ad affrontare la sfida.

2. Accogliere lo stress

Gli studi hanno dimostrato che una vita stressante è anche una vita ricca di significato. Si è detto che la tensione è prodotta da situazioni che ci stanno a cuore, questo produce alti livelli di stress. Quando le fonti di tensione combaciano con le fonti di significato, è chiaro che lo stress può essere una fonte di benessere. Una volta che abbiamo trovato qualcosa di significativo e stressante, cerchiamo di descrivere perché sia così importante per noi. Oppure possiamo fare una lista di tre dei nostri valori più importanti (tipo: indipendenza, amore ecc…) e cerchiamo di capire come questi valori possano aiutarci in queste situazioni.

In una situazione stressante si deve imparare a sentire e accettare le emozioni che si stanno vivendo senza evitarle, in questo modo diventeremo più sensibili agli altri e all’ambiente circostante. Evitare la tensione molto spesso è una strategia che ci si ritorce contro perché non ci permette di scoprire la forza e le risorse di cui disponiamo.

Gestire e Trasformare lo stress

Sebbene non sia sempre facile gestirlo, un modo che può aiutarci c’é ed attiene a come noi ci relazioniamo con esso. Possiamo utilizzare l’energia generata dallo stress e renderla un catalizzatore per creare maggiore compassione. Accogliere lo stress ci può aiutare nelle situazioni di ansia e anche infonderci coraggio, ci può sostenere a trovare la forza per andare avanti. Considerare lo stress dannoso interferisce con la nostra capacità di utilizzarne gli elementi positivi ed evitarlo rinforza solo la paura e accresce l’ansia futura in una situazione simile. Si deve imparare a pensare che il confine tra ansia ed eccitazione è davvero sottile, per trasformare il proprio atteggiamento mentale si può dire a se stessi di essere eccitati quando si è ansiosi (ad esempio prima di un esame), questo infatti può produrre energia e aiutarci a sfruttare completamente il nostro potenziale.

Il nostro corpo ci mette a disposizione delle risorse quando è stressato e per sfruttarle dobbiamo solo attuare un cambio di atteggiamento mentale. Si può fare ciò attraverso l’applicazione di alcune strategie di trasformazione dello stress.

I 3 passi su citati, che richiedono intenzione ed attenzione, sono propedeutici all’acquisizione delle 6 strategie da utilizzare nei momenti di Stress. Di seguito, le presentiamo.

Le 6 strategie da utilizzare nei momenti di Stress

Il dizionario Treccani definisce “strategia” la tecnica di individuare gli obiettivi generali di un’attività, nonché i modi e i mezzi più opportuni per raggiungerli. Grazie ad un uso accorto del linguaggio e facendo leva sul già citato atteggiamento mentale costruttivo, di seguito saranno proposti alcune delle principali strategie trasformative da impiegare per superare i momenti di disagio.

1. Da “Minaccia” a “Sfida”

Quando ci troviamo di fronte alla pressione di una prova lo stress può attivare la risposta di minaccia o di sfida. Qual è la differenza? In entrambe le risposte il corpo si prepara all’azione ma mentre nella prima ci si prepara a subire dei danni e i vasi sanguigni si contraggono per diminuire la perdita di sangue, nel secondo caso il corpo invece si comporta come se dovesse svolgere dell’esercizio fisico e quindi massimizza il flusso sanguigno e ci dona più energia.

Come produrre una risposta di sfida? Riconoscendo i propri punti di forza, pensare a come ci si è preparati a questa sfida o a quelle simili, pensare al supporto dei propri cari; in questo modo si attua una trasformazione dell’atteggiamento mentale che tramuta la minaccia in sfida.

Si può dedurre, quindi, che attuare una risposta di sfida in condizioni di stress ci permette di raggiungere dei risultati migliori rispetto a una risposta di minaccia. Solitamente si attua automaticamente una risposta di minaccia quando si ritiene di non avere le risorse necessarie per affrontare la situazione.

2. Da “Vorrei” a “Posso”

Il disturbo da ansia sociale, cioè quando si crede di non essere in grado di comportarsi in modo adeguato in situazioni sociali, può indurre a evitare quelle situazioni che generano l’ansia. Diventa un circolo vizioso: si ha l’ansia dell’ansia.

In tal caso la strategia migliore è accogliere la risposta allo stress e non considerarla come qualcosa fuori controllo o negativa. Considerare la risposta allo stress come una risorsa ci induce ad avere un atteggiamento del “posso farcela”, è un atto di fiducia in se stessi che ci permette di considerare ciò che accade nel nostro corpo come una risorsa.

3. Da “Sconforto” a “Speranza”

A volte, quando ci prendiamo cura degli altri la loro sofferenza può attivare un crollo della compassione, cerchiamo
di evitare lo stress causato dalla sofferenza altrui. In questo caso si può ricorrere a un tipo di risposta che ci porta ad avere un maggior desiderio di socializzare e stare con gli altri, inibisce la paure a aumenta il coraggio, rilascia dopamina, che ci rende più coraggiosi e la serotonina, che migliora l’intuizione e l’autocontrollo. Questo tipo di risposta allo stress, che genera coraggio e speranza, si attiva ogni volta che decidiamo di prenderci cura di qualcun altro.

Quindi, quando ci si sente sopraffatti dal proprio stress o da quello altrui, il miglior modo è agire e non fuggire, fare qualcosa che vada al di là delle proprie responsabilità quotidiane, anche se si pensa di non avere tempo o risorse necessarie. Infatti quello è proprio il motivo per cui dovremmo farlo, poiché si prepara il corpo ad intraprendere azioni positive e ad entrare in rapporto con gli altri, generando resilienza e donandoci speranza.

4. Da “Obiettivo” a “Visione”

Se ci si sente stressati, si può cercare di trovare degli obiettivi che non sono centrati unicamente su di noi, ma che includono una visione più ampia. Ad esempio, ci si potrebbe chiedere qual è lo scopo che ci ispira nella vita e a lavoro, quale contributo vogliamo dare al mondo o quali cambiamenti vogliamo determinare.

Evitare di focalizzarsi solo su se stessi dà maggiore significato anche alle attività più semplici.

5. Da “Solitudine” a “Comunità”

Quando vi sentite soli nella sofferenza, provate ad entrare in relazione con la comunità. In primo luogo, concedetevi di percepire qualsivoglia emozione o pensiero e poi considerate la possibilità che questa non è toccata solo a voi bensì che faccia parte dell’esperienza umana. Proprio come voi, prima di voi, durante e dopo altre persone hanno fatto quell’esperienza, hanno vissuto quel dolore, ingiustizia, rabbia o paura.

Per aiutarvi, cercate esempi: la storia di grandi personaggi spesso ne offrono tanti. Magari non saranno identici al vostro ma comunque hanno innescato lo stesso tipo di sofferenza. In questo modo raccoglierete un pò della speranza e del coraggio che la percezione di sentirvi in relazione con gli altri vi offre. Inoltre, far parte di un’associazione di cui si condividono gli scopi e attivarsi in essa può essere un ottimo modo per creare la comunità di supporto desiderata a far fronte al senso di solitudine.

6. Da “Avversità” a “Opportunità”

E’ curioso notare come sottovalutiamo le nostre risorse! Abbiamo spesso affrontato situazioni stressanti ma ce ne dimentichiamo e con esse le modalità per venirne fuori. La prima cosa da fare è ripensare ad un’esperienza stressante vissuta e superata. Prendetevi del tempo per riflettere i punti di forza che sono emersi in quella occasione, come e perché siete riusciti a perseverare e poi ponetevi le seguenti domande:

  • a quali risorse hai attinto e quali punti di forza hai impiegato?
  • ti ha aiutato qualcuno?
  • cosa ti ha insegnato quell’esperienza?
  • in che modo ti sei rafforzato?

Ora, pensa ad una situazione attuale di difficoltà, e rispondi:

  • a quali di quei punti di forza posso attingere?
  • ci sono abilità che vorresti sviluppare? Se sì, come potresti iniziare a farlo sfruttando questa situazione ed intenderla come opportunità di crescita?

Conclusioni

Lo stress è da sempre considerato dannoso, ma in realtà lo è solo quando lo si considera tale. In realtà, può aiutarci nel preparare i nostri corpi all’azione, può renderci tremendamente concentrati, resilienti, più capaci di relazionarci con gli altri e infine può dare maggiore significato alle nostre vite poiché esso è intrinsecamente collegato a ciò che riteniamo importante.
Per sfruttare al meglio le risorse che il corpo mette a nostra disposizione quando è stressato dobbiamo passare ad un “atteggiamento mentale costruttivo”: vedere lo stress non come un nemico bensì come un alleato. Per fare ciò, Le 6 strategie da utilizzare nei momenti di Stress sono un buon inizio per fra fronte al proprio disagio.

LA CONSAPEVOLEZZA PUO’ ARRICCHIRTI LA VITA

La consapevolezza può arricchirti la vita

La consapevolezza può arricchirti la vita. E’ nel tuo interesse farlo. Come? Accettando un’esperienza trasformativa, non comune e che richiede attenzione e tempo. Per seguirla, dovrai prendere l’abitudine di praticare brevi meditazioni e acquisire consapevolezza delle radicate abitudini mentali che ti hanno impedito, fino ad oggi, di vivere appieno la tua vita.

Consapevolezza: ma cos’è?

E’ un termine divenuto molto famoso nella sua versione anglosassone, mindfulness, grazie anche all’opera di Jon Kabat Zinn che, alla fine degli anni ’70, l’ha assimilato e utilizzato come paradigma autonomo in alcune discipline mediche e psicoterapeutiche.

E’ un concetto molto semplice. Si tratta di prestare attenzione alle esperienze del momento presente e permetterti di aprirti a ciò che accade.

Questo termine ha bisogno di una piccola spiegazione. Il nostro stato mentale originario è molto aperto ma, con il tempo, a mano a mano che accumuliamo esperienze, certi punti di vista si strutturano, si consolidano e ristringono il campo.

La meditazione, praticata per almeno qualche settimana, può riuscire a “incrinare” queste strutture interiori e riportarci alla nostra originaria apertura. Ecco perché questa pratica si è dimostrata un efficace antidoto verso tutti i tipi di pensiero negativo, lo scarso impegno, la bassa autostima, l’ansia e la depressione.

Il valore aggiunto della consapevolezza.

La consapevolezza può aiutarti a migliorare la percezione che hai di te, in relazione alla tua vita e agli altri. Ti permette di riconoscere e di sfruttare le tue potenzialità, sia nelle relazioni che nel raggiungimento degli obiettivi personali e/ o professionali.

Quando ti chiedi come la consapevolezza può arricchirti la vita, sappi che questo equivale a vivere in maniera più piena, con maggiore abilità, serenità ed elasticità. Essere più consapevole ti aiuterà ad essere più felice.

Le difficoltà o le minacce che incontrerai lungo il cammino non ti sembreranno più così insostenibili e sarai sempre più in grado di riconoscere le opportunità che la vita ti offre e ad accoglierle con gioia. Gli automatismi della mente ci saranno ancora ma saranno meno condizionanti, lasciandoti così la libertà di coltivare pensieri più costruttivi.

Come vivere in consapevolezza

L’ingrediente principale della consapevolezza è il momento presente. Occorre accoglierlo. Questo non significa che devi concentrarti sul momento in sé, poiché è impossibile fissare un momento. Quel che devi fare, invece, è concentrarti sulla tua esperienza presente, dimenticando il passato e il futuro o lo stesso scorrere del tempo, così come tutti i pensieri o le emozioni che attraversano la mente.

Puoi portare attenzione su qualcosa che stai facendo, guardando, ascoltando o sentendo, come una sensazione o il tuo stesso respiro: nel momento in cui ti concentri sull’oggetto in maniera rilassata ma intenzionale stai praticando la consapevolezza.

Le pratiche formali adottano prevalentemente il corpo, il respiro e l’atto di camminare così come gli oggetti per praticare l’attenzione intenzionale.

Conclusione

Questa pratica consiste nel prestare piena attenzione a tutte le esperienze, positive o negative che siano. Non è uno stato di beatitudine mistica o di trascendenza spirituale e non ha necessariamente una dimensione religiosa.

Consapevolezza è:

  • riconoscere i propri sentimenti senza esserne “sequestrati”;
  • identificarsi con ciò che si è e si vuole veramente, non con i propri sentimenti o errori;
  • vivere di più nel momento presente e meno nel passato o nel futuro;
  • una via percorribile da tutti per coltivare la felicità.

Uno strumento per coltivare il “qui ed ora” con una mente centrata, leggera e serena.

IL POTERE DEL FLOW. Entrare nel flusso dell’esperienza

Il potere del flow consiste nell’entrare nel “flusso” dell’esperienza che si sta facendo. Non c’è passato, non c’è futuro bensì solo il presente. Sei totalmente immerso nell’esperienza, non pensi ad altro e non c’è niente che ti distragga. E’ la stessa esperienza che Bruce Lee descrisse con il famoso: “Sii acqua, amico mio”.

Per quale motivo ci piace svolgere una determinata attività e ce la godiamo al punto da dimenticare tutte le preoccupazioni? Quali sono i momenti in cui una persona è più felice? Cosa possiamo fare (ed evitare) per facilitare questa condizione?

Il potere del Flow

Sono le stesse domande che si pose Mihaly Csikszentmihaly, uno psicologo che ha studiato a fondo lo stato in cui entriamo quando siamo completamente immersi in un’attività. Lo ha ribattezzato flow (“flusso, corrente” in inglese) definendolo “un’esperienza di gioia vivissima, un sentimento di estasi apparentemente senza motivo.”

Non esiste una ricetta magica per conquistare la felicità (in proposito, si veda questo articolo Imparare la Felicità) ma uno degli ingredienti fondamentali è proprio la capacità di immergersi nel flusso per riuscire così ad avere un’esperienza ottimale (altra espressione con cui è nota la Teoria del Flow).

Pertanto, dobbiamo cercare di passare più tempo dedicandoci a compiti che ci facciano entrare nel flusso dell’esperienza invece di lasciarci trascinare da attività che ci danno un piacere immediato ma che hanno alte controindicazioni, come: mangiare troppo, abusare di alcol o droghe, stazionare ore ed ore davanti alla TV o sui social!

Come afferma Csikszentmihaly, nel libro La corrente della vita:

“la concentrazione è così intensa che non rimane più attenzione da dedicare a nient’altro (…). Qualunque attività che dà esperienze di questo genere è così gratificante che la si pratica come fine a sé stante, preoccupandosi poco di quel che se ne ricaverà, persino quando è difficile o pericolosa.”

Entrare nel flusso dell’esperienza

La capacità di entrare nel flusso è tipica delle professioni creative che richiedono un alto livello di concentrazione. Non sono gli unici. Anche atleti, giocatori di scacchi ed ingegneri possono trascorrere molto tempo a svolgere attività che producono questo effetto.

Secondo gli studi di Csikszentmihaly, un giocatore di scacchi che si immerge nel flow prova le stesse sensazioni di un matematico che cerca di risolvere un problema o di un chirurgo che sta operando.

Lo psicologo ha analizzato i dati di soggetti che vivevano in luoghi diversi del mondo, con culture differenti, ed ha scoperto che l’esperienza del flusso è uguale per ogni persona, a prescindere dal genere, età o cultura.

Ma cosa avviene nella nostra coscienza quando ci troviamo in tale stato? Nel flow siamo concentrati su un compito ben preciso e non ci facciamo distrarre da nulla. La nostra coscienza è in ordine. Al contrario di quando tentiamo di fare qualcosa e la nostra mente è distratta da mille pensieri.

Il potere del Flow consiste nell’essere capaci di entrare nel flusso dell’esperienza. Per facilitare questa situazione, secondo il ricercatore Owen Schaffer, devono verificarsi 7 condizioni:

  1. sapere cosa fare
  2. sapere come farlo
  3. sapere quanto bene lo stiamo facendo
  4. sapere dove andare
  5. affrontare sfide ambiziose
  6. usare le nostre migliori risorse personali
  7. essere liberi da distrazioni

Se ti capita spesso di perdere la concentrazione non appena cominci un lavoro che ritieni importante, esistono varie tecniche per massimizzare le probabilità di entrare nel potere del flow. Di seguito, ne vengono illustrate alcune tra le più utili.

Tecniche per il Flow

Il dizionario Treccani definisce tecnica:

Insieme delle norme su cui è fondata la pratica di un’arte, di una professione o di una qualsiasi attività, non soltanto manuale ma anche strettamente intellettuale, in quanto vengono applicate e seguite.

Di seguito, alcuni aspetti da tenere presente per facilitare lo stato di Flow.

Pratica la “via di mezzo”

Secondo il punto elenco n° 5 di Schaffer dobbiamo optare per attività che siamo in grado di portare a termine ma allo stesso tempo che siano un pò al di sopra delle nostre capacità, altrimenti se troppo facili saremo preda della noia e dell’apatia.

Viceversa, un’attività troppo al di sopra delle nostre possibilità non saremo in grado di portarla a termine e, prima o poi, finiremo per abbandonarla e sentirci frustrati.

L’ideale è la “via di mezzo”: né troppo semplice né troppo difficoltoso in modo che sia vissuto come una sfida. Non è capitato anche a voi di abbandonare una lettura perché il contenuto era troppo al di sopra delle vostre conoscenze (frustrazione) o perché eravate informatissimi su quell’argomento (noia)?

Se invece l’argomento è “adeguato” alle nostre conoscenze ed abilità ma aggiunge elementi nuovi rispetto a ciò che sappiamo, ci immergiamo nella lettura. La lettura è una delle principali attività che favorisce lo stato di flow.

Stabilisci obiettivi chiari e concreti

Nei diversi ambiti della nostra vita – che siamo adulti o giovani poco importa – prima di iniziare una qualunque attività (lavoro, studio, …) se non abbiamo chiaro ciò che vogliamo ottenere sarà difficile portare avanti la propria missione. Di seguito, alcune domande che possono agevolare la creazione di obiettivi chiari e concreti.

  • Qual è il fine della riunione dei commerciali di questo pomeriggio?
  • Quante pagine del manuale hai intenzione di leggere oggi per l’esame del prossimo mese?
  • Chi può aiutarmi a risolvere questo problema?
  • Quando sarò laureato, che lavoro vorrò fare?

Avere obiettivi chiari è importante per entrare nel flusso ma, una volta iniziata l’azione, bisogna metterli da parte. L’obiettivo chiaro non deve divenire un’ossessione perché finirebbe per distrarre o inibire. Nel primo caso, si pensi al calciatore che sta giocando la finale di Champions League: non può dare il meglio di sé se ha la testa al momento in cui alzerà la Coppa; deve restare concentrato nelle azioni della sua squadra e di quella avversaria.

Nel secondo caso, si pensi al “blocco dello studente” che ha due mesi per preparare un esame fondamentale. Se ogni mattina si sveglia e pensa quante pagine ha programmato di studiare e poi non lo fa, rischia che passino giorni e settimane senza aprire libro quando invece ciò che va fatto è sedersi e leggere.

Calarsi nell’azione è il modo per perseguire i propri obiettivi evitando di cadere nella trappola della distrazione o dell’inibizione.

Centrati su un’attività alla volta

L’idea del multitasking ha (forse) fatto il suo tempo in azienda ma gli effetti negativi nella società permangono e costituiscono tra i maggiori ostacoli ad entrare nello stato di flow. A chi non è capitato almeno una volta di mangiare mentre vede la TV e di non ricordare nemmeno “cosa e come” ha mangiato?

E’ diffusa l’idea che svolgendo contemporaneamente più attività si risparmierà tempo ma l’evidenza scientifica dice che la produttività ne risente pesantemente. Quando lavoriamo in multitasking stiamo in realtà passando da un’attività all’altra molto in fretta e, aggiungerei, con scarsa attenzione.

Concentrarsi su una sola attività è forse la condizione più importante per entrare nel flusso. Secondo Csikszentmihaly per restare centrati su un solo compito, occorre:

  1. trovarci in un ambiente senza distrazioni;
  2. mantenere il controllo su ciò che facciamo in ogni momento.

Le nuove tecnologie sono utili se le controlliamo noi, no viceversa! Per esempio, se stai cercando lavoro puoi farlo su internet ma se poi ti lasci “sequestrare” da quella notifica su Facebook piuttosto che da quell’articolo sportivo allora finirai per perdere di vista l’attività (e l’obiettivo) per cui eri in rete.

Di seguito, alcuni suggerimenti per eliminare le distrazioni e accrescere le possibilità di entrare in stato di flow:

  • spegni il telefono quando scegli di entrare nello stato di flow;
  • astieniti dai social una volta alla settimana;
  • leggi e rispondi alle e-mail due volte al giorno;
  • usando un timer, dedicati ad una sola cosa alla volta per il tempo stabilito;
  • pratica la meditazione;
  • evita le interruzioni;
  • fissa un orario in cui svolgere i compiti di routine (invio fatture, check e-mail, …).

Conclusioni

Sviluppare la capacità di concentrarsi aiuta a entrare nel flusso più velocemente e a rimanerci più a lungo. Imparare a focalizzarsi su qualcosa, eliminando il “chiacchiericcio” che affolla la mente (pensieri, giudizi, idee fuori contesto), è qualcosa che richiede tempo ma si può fare e gratifica.

Per beneficiare dello stato di flow occorre insegnarlo alla nostra mente ed una delle tecniche migliori è la meditazione. Chi pratica meditazione è sicuramente avvantaggiato.

Meditando impariamo a non preoccuparci di quello che passa sullo “schermo” della nostra mente: lo lasciamo andare come una nuvola nel cielo, senza respingerlo o giudicarlo. E così facendo non perdiamo di vista ciò che per noi è più importante e rende la nostra vita un’esperienza avvincente. Questo è il Potere del Flow.

PERCHE’ IL PERFEZIONISMO E’ NEMICO DEL SUCCESSO?

Molti dei progetti che intraprendiamo, da quelli lavorativi a quelli personali, non arrivano a termine. Molto spesso il problema nasce direttamente da noi e si chiama perfezionismo. Perché il perfezionismo è nemico del successo?

Essere perfezionisti potrebbe sembrare un approccio efficiente, invece ci porta a commettere alcuni errori che spesso e volentieri portano alla “chiusura” del progetto e, talvolta, ad una gran frustrazione. Di seguito, tre cause frequenti del perché il perfezionismo è nemico del tuo successo:

  • porsi degli obiettivi troppo ambiziosi perché presi dall’entusiasmo. Questo, può distorcere la nostra percezione di ciò che sia davvero realizzabile;
  • non tollerare le imperfezioni e arrenderci. Invece, gli errori ci permettono di migliorare e ridefinire i nostri obiettivi in modo più realistico;
  • provare un senso di fallimento anche quando si sono fatti dei passi avanti solo perché si minimizza quanto raggiunto e si massimizza quanto non ottenuto.

Il giorno più importante per un progetto

Il giorno più importante in un qualsiasi progetto non è il primo, o il secondo, o l’ultimo, bensì quello in cui ci si imbatte nell’imperfezione.

Finché tutto procede come da programma il nostro perfezionismo non si intromette. Ma, appena, incontriamo un ostacolo, sentiamo una voce dentro di noi che ci dice che stiamo fallendo, non è come “dovrebbe essere”, che se non possiamo fare tutto, tanto vale non fare niente.

Questo è il giorno in cui la maggior parte dei progetti viene abbandonato. Se decidiamo di correre tutte le mattine, basta una mattinata in cui si verifica un imprevisto ed il progetto muore.

Proprio per questo il perfezionismo è nemico del successo, perché è quello che rischia di compromettere l’intero progetto, e quello in cui dobbiamo sforzarci maggiormente per non perdere di vista il traguardo.

Strategie per zittire il perfezionismo

Non è facile lasciar andare la vocina giudicante che è in noi e che ci porta ad essere perfezionisti. Tuttavia, possiamo adottare qualche strategia che aiuti a evitare gli errori a cui siamo abituati.

Obiettivi realizzabili

Quando i nostri obiettivi sono ciò che ci impediscono di portare a termine un progetto, ridimensionarli è “un’alternativa ragionevole” rispetto all’abbandonarli!

Un obiettivo ambizioso può entusiasmarci ma corriamo un grande rischio: minimizzare il progresso fatto in caso il risultato non fosse quello atteso.

Ad esempio, se il nostro obiettivo è di leggere 12 libri l’anno, ma non riusciamo a tenere il ritmo di 1 libro al mese a causa di imprevisti, saremo tentati a viverlo come un fallimento senza valorizzare quanto siamo riusciti a fare (3 libri in 5 mesi) rispetto al passato (2 libri l’anno).

Una strategia che può aiutarci è quella di dimezzare il nostro obiettivo finale. Diversi studi dimostrano che, usando questo approccio, la nostra produttività aumenta.

Usando come esempio progetti passati in cui non abbiamo raggiunto i nostri obiettivi, proviamo a domandarci come sarebbe andata se non fossimo stati così ambiziosi e perfezionisti. Proviamo a domandarci quale sia la cosa peggiore che sarebbe potuta succedere, e paragoniamola a come sono andate veramente le cose.

Centrarsi su ciò che è importante

La nostra vita è segnata da liste di cose da fare. malgrado ciò, continuiamo ad aggiungere nuove scadenze, progetti e lavori ai nostri calendari, nella convinzione di potercela fare con qualche sforzo in più.
Questo approccio però non tiene conto del tempo che dobbiamo sottrarre alle altre attività, e rischia, a lungo andare, di metterci in crisi.

Una soluzione può essere quella di creare una lista “di cose da non fare.” Questo ci porta ad ammettere che alcune attività semplicemente non meritano il nostro tempo e la nostra attenzione. Questa lista non è definitiva: può cambiare di pari passo con i nostri obiettivi. Se iniziamo un progetto che per i prossimi mesi richiede una grande parte del nostro tempo, possiamo decidere di tralasciare temporaneamente un’altra attività.

Altro strumento, ancor più utile, è la matrice di Eisenhower. Si narra che Dwight Eisenhower dividesse il suo tavolo in quattro settori, dove collocava le pratiche che doveva sbrigare assolutamente lui, quelle che poteva delegare ad altri, quelle che poteva rimandare o eliminare. Il suo motto era: “ciò che è importante raramente è urgente, ciò che è urgente raramente è importante.” Ciò consentirà di gestire al meglio non solo il tempo ma di sapere quale azione intraprendere per perseguire i propri interessi

Il divertimento, aiuta!

Siamo costantemente bombardati da messaggi in cui le persone sacrificano la propria vita privata e il proprio divertimento in nome del lavoro. Ma non deve essere per forza così.

Scegliere un’attività che troviamo divertente vi porta naturalmente a viverla in modo meno stressante, e questo ci rende più inclini a portare a termine quello che abbiamo iniziato.

La soluzione è quella di concentrarsi sul piacere che proveremo ad aver raggiunto l’obiettivo piuttosto che sul timore di ciò che succederebbe se non finissimo il lavoro. Se vogliamo perdere peso, pensiamo a quanto sarà piacevole ottenere prestazioni sportive inimmaginabili (es.: fare la maratona di New York).

Conclusioni

Perché il perfezionismo è nemico del successo? Obiettivi troppo ambiziosi, demordere alle prime difficoltà, vedere il bicchiere sempre mezzo vuoto, non sono atteggiamenti che aiutano a disegnare e realizzare un progetto.

Il perfezionismo si basa su convinzioni infondate e drammaticamente limitanti. La nostra mente cerca sempre una conferma di ciò che già
crediamo, e questo gioca a favore della nostra parte perfezionista.

Un modo per sfuggire a questo meccanismo è basarsi sui fatti, registrando i progressi e analizzandoli per capire quale sia veramente la situazione. In questo modo possiamo avere un quadro che non sia influenzato dalle nostre percezioni.