Blog

Come sapere quale azione intraprendere?

Quando siamo in empasse sapere quale azione intraprendere è tutt’altro che scontato. La nostra “testolina” ospita, alternativamente, mille punti interrogativi e tanti “sì, però…” e alla fine l’azione latita mentre la frustrazione, con il tempo, monta.

E’ una situazione molte frequente che riscontro nei clienti – individui o gruppi di lavoro – “bloccati” al bivio ed indecisi su quale direzione prendere.

In questo articolo offro alcuni spunti di riflessione che ti consentiranno di sapere quale azione intraprendere (fare la scelta giusta). Sono considerazioni utili a tutti e che poggiano su 4 gambe:

  1. Prestare attenzione;
  2. Conoscere l’obiettivo;
  3. Auto-riflessione;
  4. distinguere tra Urgente ed Importante.

I suddetti punti rispondono grossomodo ai paragrafi che compongono questo articolo. Quello che segue è una premessa importante in cui individuo, distinguo e spiego la conseguenza (e possibile risoluzione) di atteggiamenti mentali NON costruttivi.

Inazione ed Indecisione: alla radice del problema.

Quasi tutti i problemi che derivano dalla domanda: “come sapere quale azione intraprendere?”, rientrano nelle seguenti macro categorie:

  1. So cosa occorre fare ma non lo faccio (inazione);
  2. Non ho la minima idea di cosa fare (indecisione).

La prima categoria è di gran lunga la più diffusa. Alcuni esempi: perdere peso, smettere di fumare, ordinare le fatture, seguire la procedura , telefonare ad un’amico. Parlare di ciò che andrebbe fatto e/o rimuginare sulla propria inazione sono “strategie efficaci”… per evitare di fare.

Morale: sai cosa va fatto ma non lo fai!

La seconda categoria è un po più insidiosa. Decidere se restare o cambiare azienda, continuare o interrompere una relazione sentimentale, andare a quel party oppure no, sono dilemmi meno frequenti di quelli del primo gruppo ma possono lasciarti prigioniero dell’indecisione. Come mai?

Molto probabilmente non hai chiaro ciò che vuoi (obiettivo) perché non ci hai riflettuto prima. Anche se la tua agenda è fitta di impegni, questo non significa che la tua vita sia intensa ma solo piena di appuntamenti. Semmai, domandati: “come sapere quale azione adottare per dare scopo alla mia vita?”

Porsi questa domanda è tutt’altro che banale. Infatti, essere indaffarati non significa fare ciò che è IMPORTANTE; anzi, una delle situazioni più ricorrenti è quella in cui ci troviamo a sbrigare molte faccende URGENTI mentre le più importanti restano in sospeso o semplicemente cadono nel dimenticatoio a causa dei molti appuntamenti in agenda che però non rispondono, se non in parte, al raggiungimento dei miei obiettivi.

La soluzione definitiva all’inazione è… PASSARE ALL’AZIONE. E’ insieme una capacità ed un’abitudine: più la pratichi, più ne diventi competente.

Dopo questa breve “diagnosi”, torniamo alla domanda “come sapere quale azione intraprendere?” seguono i 4 step utili per fare la scelta giusta.

Il valore dell’Attenzione

Prestare attenzione è semplice ma non scontato. Immagina di approssimarti ad un semaforo che è giallo. Fatte le debite considerazioni (la mia velocità, la vicinanza al semaforo, l’andatura del veicolo che mi precede, …) potrai scegliere se fermarti o proseguire. Probabilmente, hai deciso in fretta perché hai acquisito molta pratica. Forse in passato hai fatto anche degli errori da cui però hai imparato. Quel che è importante è che hai prestato attenzione alla situazione ed hai agito.

Se ti sedessi sul pavimento di casa ed osservassi l’ambiente circostante ti renderesti conto di quante cose hanno bisogno del tuo intervento (libri, polvere, vetri sporchi, …). Alla fine avresti una lista di cose da fare che ti impegnerebbe tutto il giorno ed anche più.

Il problema delle liste (o To do List) è che sono fondamentalmente fine a se stesse. Consentimi una domanda: questi impegni ti stanno facendo perseguire il tuo scopo? Pulire il bagno e rifare il letto sono attività necessarie ma occorre fare altro se si vuole trovare appagamento e senso nella propria vita.

Il valore dell’attenzione si estende ben oltre la lista delle faccende domestiche. Far caso al mondo circostante è una capacità inestimabile, finemente connessa a quella di PASSARE ALL’AZIONE.

Il problema che affronterai, o forse già lo stai facendo, è a quale azione ti dedicherai ORA!

Non possiamo fare tutto ciò che vorremmo (o dovremmo). Perciò, ogni volta che scegliamo un’azione dobbiamo essere consapevoli che rinunciamo a tutte le altre.

Per questo è essenziale decidere cosa è importante e stabilire delle PRIORITA’ ossia ordinarle al fine di raggiungere lo scopo che ti sei prefissato. Non c’è priorità senza obiettivi e senza obiettivo non ci può essere un’azione efficace. Quindi…

Qual è il tuo Obiettivo?

Domandarsi: “Qual è il mio obiettivo?” è un ottimo modo per rispondere alla domanda-titolo di questo articolo: “come sapere quale azione intraprendere?”

E’ una domanda potente che non va formulata mentre navigo sui social o guardo la TV perché potrei esser tentato di trovare una giustificazione a quello che sto facendo. Un esempio? Le pause pranzo dilatate: si esce per mangiare un boccone in 1 ora e si finisce per spenderne 2 perché nel frattempo ci si ferma a chiacchierare oppure si passa nella libreria preferita per vedere le ultime novità. Tutto questo influisce sulla nostra efficacia.

Focalizzandoti sull’obiettivo, tutto quello che è extra diviene una “distrazione” ed in quanto tale rinviabile.

Probabilmente ti stai chiedendo che fine fa il “cogliere l’attimo”, il non sentirsi imbrigliato e godersi la vita. Beh, sebbene sia un sostenitore della gioia e della flessibilità trovo che la maggioranza tra noi è più propensa a godersi la vita (nel senso di assecondare il proprio piacere immediato) che non ad esercitare l’autodisciplina.

Troviamo abbastanza facile distrarci e molto più difficile focalizzare l’interesse e la concentrazione su ciò che sappiamo di dover fare e che ci darà dei benefici, anche se non nell’immediato (per capire come passare dal desiderio all’obiettivo, clicca qui).

Non rinunciare alla gioia di vivere! Limitati a migliorare la tua AUTODISCIPLINA, un’abilità da coltivare soprattutto per chi non sa passare all’azione quando è necessario.

Rifletti sulla tua Vita

Sei mai stato protagonista di un episodio in cui credevi di aver fatto bene e poi, pensandoci meglio, ti sei accorto di aver causato imbarazzo o disagio in un’altra persona ed hai cercato di provi rimedio? Ecco, questo è un piccolo esempio di come l’AUTORIFLESSIONE possa aiutarti a capire cosa va fatto.

Sebbene il concetto sia semplice si scontra con una cruda realtà: molte persone hanno un’esistenza così frenetica da non avere il tempo (o almeno così dicono) di riflettere sulle proprie azioni. Si passa da un impegno all’altro senza farsi troppe domande se ciò che stiamo facendo risponda al nostro scopo esistenziale.

Prendere le distanze (anche fisicamente) dal problema – sia esso una persona o cosa – aiuta a vedere la situazione più chiaramente e a decidere sul da farsi.

In proposito, esistono vari modi di “prendere le distanze”. Quello che qui sommariamente propongo è il metodo Naikan, una pratica semplice di autoriflessione che viene dal Giappone e si basa su tre domande:

  1. che cosa ho ricevuto da …?
  2. che cosa ho dato a …?
  3. quali difficoltà ho causato a …?

Il Naikan suscita spesso:

  1. una maggior gratitudine per ciò che si è ricevuto;
  2. idee nuove e diverse su che cosa sia necessario fare;
  3. consapevolezza dei problemi provocati.

Insomma, l’autoriflessione è uno strumento importante per capire quale azione intraprendere.

Urgente o Importante?

Finora abbiamo esaminato tre elementi fondamentali per decidere cosa fare (o non fare!):

  1. Prestare attenzione;
  2. conoscere l’obiettivo;
  3. l’autoriflessione.

Dobbiamo ora prendere in considerazione un altro elemento, ossia la distinzione tra urgente ed importante:

  • Importanti sono quelle attività che portano al raggiungimento degli obiettivi, sia di vita che di lavoro.
  • Urgenti  sono quelle attività che richiedono un’ attenzione immediata, e sono spesso associate con il raggiungimento di obiettivi di qualcun altro. Le attività urgenti sono spesso quelle che  esigono attenzione perché le conseguenze di non portarle a termine sono immediate, ma sono veramente importanti?

La citazione di Eisenhower: “Quello che è importante è raramente urgente e ciò che è urgente è raramente importante“, mi trova d’accordo.

Nel 1994 Stephen Covey ha divulgato quest’ idea nel suo libro  “The 7 Habits of Highly Effective People” (in italiano in: Le 7 abitudini per avere successo) e, a seguito di alcune integrazioni, è nota come “Matrice di Eisenhower – Covey.”

Da quanto si evince dalla matrice su riportata, è indispensabile ritagliarsi regolarmente del tempo per attività che sono importanti ma non necessariamente urgenti. In quel quadrante (il n° 2) risiede l’individuazione di nuove opportunità.

Conclusioni

Così abbiamo 4 fattori che possono aiutarci a rispondere alla domanda: “come sapere quale azione intraprendere?”

  • L’attenzione all’ambiente circostante mi ispira una particolare iniziativa? (Il valore dell’Attenzione)
  • A che cosa tengo di più? (Obiettivo)
  • Quando rifletto sulla mia vita individuo una certa azione da compiere? (Autoriflessione)
  • Che cosa conta veramente? (Distinzione tra Urgente ed Importante)

La pratica consapevole di questi fattori sarà di grande supporto per effettuare scelte che rispondono al nostro scopo di vita.

Le emozioni nel conflitto: che ruolo giocano?

Le emozioni nel conflitto sono state spesso sottovalutate malgrado ciò giocano un ruolo tutt’altro che secondario: sono determinanti tanto nell’attivare come nel risolvere i conflitti.

Queste, non sono di per sé giuste o errate, buone o cattive ma sono semplicemente segnali importanti che aiutano a conoscersi meglio e ad orientarsi nella vita. Tuttavia, alcune emozioni (rabbia, gelosia, invidia, per citarne alcune) possiedono una natura endemicamente distruttiva per le relazioni e per la relativa energia vitale.

Nei conflitti, spesso si incontrano differenti emozioni distruttive; la rabbia è tra queste. Sebbene se ne farebbe volentieri a meno, questa fornisce dei segnali e delle informazioni importanti nella gestione del conflitto.

Divenire consapevoli del proprio stato emotivo aiuta ad acquisire la guida dei propri comportamenti e parole evitando di essere in balia di emozioni distruttive.

I punti trattati nell’articolo sono:

  1. Emozioni: cosa sono e come si distinguono
  2. Ragione versus Emozione.
  3. Il ruolo dell’amigdala
  4. Come controllare l’amigdala
  5. Sospendere la re-azione: ascoltare le proprie ed altrui emozioni
    1. Il Modello Iceberg
    2. Ascolto Empatico
  6. Conclusioni

1. Emozioni: cosa sono e come si distinguono.

Le emozioni sono un elemento per entrare in relazione tra l’organismo e il proprio contesto (fisico e/o sociale) e sono in grado di mediare costantemente il flusso degli eventi e la nostra condotta.

Le emozioni possiamo distinguerle in innate, acquisite e programmate.

Le innate si caratterizzano per essere regolate da  processi biologici, pre–codificati e automatici,  stereotipati e predeterminati. Sebbene non esista accordo sul numero delle emozioni, si è ragionevolmente concordi che le principali siano: disgusto, felicità, rabbia, paura e tristezza.

Le acquisite, lo sono attraverso l’esperienza. Questa costruzione avviene  principalmente attraverso un sistema di rinforzi (positivi o negativi) derivanti dall’ambiente circostante. Il bimbo rimproverato dal genitore proverà la stessa emozione tutte le volte che qualcuno adotterà quel linguaggio verbale e paraverbale.

Le programmate attengono al contesto socio-culturale; ad esempio, ogni evento sociale come un funerale, un concerto, un matrimonio ci predisporrà ad una reazione specifica (dolore, euforia, gioia,…).

Un’importante funzione delle emozioni è quello di rendere la reazione dell’individuo la più rapida possibile. Questo è importante perché in alcuni casi potrebbe rivelarsi maggiormente utile una risposta immediata e non riflessiva.

Quando la persona diviene consapevole dell’emozione allora questa diviene un sentimento.

2. Ragione versus Emozione.

Dopo questo breve excursus sulle emozioni, che ruolo giocano le emozioni nel conflitto?

Solitamente nei conflitti c’è la tendenza a considerare poco il peso delle emozioni. Questo è un atteggiamento errato considerando quanto la nostra componente irrazionale sia presente nelle situazioni conflittuali.

Infatti, non è la stessa cosa quando ci si trova in situazioni “normali”, lucidi e sereni, dove i nostri comportamenti sono governati in modo equilibrato sia dalla “testa” (ragione) sia dalla “pancia” (emozioni, sentimenti,…).

Quindi, prendere in considerazione le emozioni è utile al fine di avere informazioni più complete che facilitino la comprensione e la risoluzione del conflitto.

Quante volte vi è capitato di sorprendervi per aver reagito impulsivamente ad una frase o atteggiamento di qualcuno per poi pentirvi? Vi siete mai chiesti cosa spinge ad agire “fuori controllo”?

Se ne siete consapevoli allora siete entrati in contatto con l’amigdala: un sistema antico quanto l’essere umano e preposto alla sua protezione da agenti esterni.

Amigdala

3. Il ruolo dell’amigdala

L’amigdala è la parte centrale del sistema limbico, è il centro delle emozioni e quartier generale delle azioni a risposta rapida. Quando l’amigdala considera uno stimolo come pericoloso scatta l’allarme generale inviando stimoli al cervello che risponde con attacco, fuga, immobili..

Si capisce come il funzionamento dell’amigdala sia indispensabile per garantire la sopravvivenza nei momenti di pericolo immediato. Però, l’amigdala riceve messaggi non solo di natura sensoriale bensì anche emozionali, rispondenti a stimoli esterni ma anche interni ossia indotti dal proprio pensiero. Ciò significa che la nostra mente è capace di creare un pericolo che viene vissuto come tale dal nostro corpo anche se non reale!

L’amigdala di per sé non effettua valutazioni sofisticate sul tipo di pericolo: è programmata per allarmare il corpo affinché questo reagisca rapidamente, anche in presenza di un falso allarme.

A volte, questo automatismo ci fa sentire impotenti perché percepito come incontrollabile ma non è così, ogni individuo può controllarla acquisendo maggiore consapevolezza di sé che “aiuta” l’amigdala ad attivarsi solo quando veramente necessario, riconoscendo le emozioni in gioco e lasciando al cervello di analizzarle.

Come? Di seguito, alcuni suggerimenti pratici su come gestire l’amigdala.

4. Come controllare l’amigdala.

Di seguito, alcuni aspetti da tenere in considerazione se si vuole rendere l’emozione una preziosa alleata in un conflitto.

Fai attenzione alle trappole emotive

In questo caso è importante riconoscere le situazioni ricorrenti che ci mandano in sequestro emotivo o, se preferisci, “fuori di testa”. Questo ci consente di non essere colti di sorpresa e di generare uno spazio di manovra far stimolo e risposta.

Per aiutarti, prova a ricordare  alcuni recenti episodi in cui sei andato in sequestro emotivo: cosa hanno in comune questi episodi? Quali sono i primi sintomi che percepisci?Quale azione o parola introdotta nel tuo dialogo interiore potrebbe essere utile per “liberarti”

Ascolta il tuo dialogo interno

Cosa significa? Divenire consapevoli dei pensieri che “frullano” nella testa e ascoltarli ma da una certa distanza, come se ti stessi osservando. Tu no sei i tuoi pensieri quindi sei in grado di influenzarli in modo consapevole.

Concentrati sul problema e sulle azioni per superarlo

Quando siamo in sequestro emotivo o ancor prima di arrivarci, le emozioni possono già avere annebbiato la nostra mente non consentendo di vedere la possibile via d’uscita. In questi casi può essere utile la tecnica S.O.F.T. (vedi l’articolo Parti dal desiderio ma individua il tuo obiettivo).

Prendi le distanze

Stai lontano da chi per te è pungolo all’irritazione. In genere, creare una distanza fisica o temporale fra te e questa persona aiuta a calmare corpo e mente evitando la reazione a catena dell’amigdala.

Respira profondamente

E’ la prima cosa da fare! E’ una tecnica semplice e sottovalutata ma molto utile nella gestione dello stress emotivo.  Quando la reazione dell’amigdala è attiva, la tua respirazione diventa corta fino a divenire una vera e propria apnea. Respiri profondi e lunghi permettono di ristabilire equilibrio tra la sfera emotiva e quella razionale.

Esplora nuovi punti di vista

Appena hai recuperato un certo controllo, esplora la questione da angolature diverse soprattutto dal punto di vista dell’altro. L’ascolto di te e dell’altro è alla base di una risoluzione costruttiva del conflitto.

5. Sospendere la re-azione: ascoltare le proprie ed altrui emozioni

Nel conflitto è bene saper gestire tanto la propria emotività come quella altrui. Sviluppare consapevolezza della propria emotività aiuta a comprendere quella altrui..

Governare le emozioni consente di non esserne travolti ed aumenta le possibilità di risoluzione del conflitto. Nel caso di emozioni come la rabbia, è bene non farsi influenzare dall’aggressività dell’altro. In tal senso, può essere utile non fissarsi sulle singole parole o quanto accaduto nel passato.

Sarebbe bene imparare a verbalizzare il proprio stato emotivo in una modalità pacata, sicura, consapevole. In queste situazioni , la fretta può essere una cattiva consigliera!

Particolare attenzione merita l’uso dei social media, piuttosto che e-mail o SMS; soprattutto se redatte in modo impulsivo e poco controllato. Una buona pratica è  scrivere il messaggio ma far passare 24 ore prima di inviarlo affinché questo possa essere riletto con mente più lucida.

In genere,  in ogni situazione di forte tensione emotiva è bene prendersi del tempo prima di (re) agire. In particolare, la verbalizzazione del proprio stato emotivo migliora la trasparenza ed aiuta a non cadere nel sequestro emotivo.

5.1. Il modello Iceberg

Nelle relazioni spesso ci focalizziamo sui comportamenti e parole dell’altro senza chiederci le cause di quella reazione.

Gran parte di ciò che costituisce una persona e che governa le sue azioni rimane prevalentemente celato. Possiamo paragonarlo alla parte nascosta di un iceberg che giace sotto la superficie del mare, tranquilla, a sostenere la parte emersa.

Solo guardando “sotto la superficie” della persona con cui ci relazioniamo (cercando di cogliere i suoi timori, valori, interessi, bisogni) riusciamo a comprenderla pienamente nel momento conflittuale.

Ciò non implica essere (o atteggiarsi a) psicoterapeuta bensì adottare un tipo di ascolto attivo, (quando non empatico), per meglio comprendere l’altro.

Questo tipo di ascolto ci aiuta non solo a chiederci cosa spinge quella persona a quel comportamento ma anche nel conoscere meglio noi stessi di fronte a situazioni conflittuali.

Il modello Iceberg

5.2. Ascolto Empatico

Empatia deriva dal greco ed è una parola composta da en “dentro” e –patia “sofferenza”. In generale, la capacità di comprendere lo stato d’animo e la situazione emotiva di un’altra persona, in modo immediato, prevalentemente senza ricorso alla comunicazione verbale.

E’ una capacità sviluppata  attraverso i cosiddetti neuroni a specchio ed è fondamentale per creare delle relazioni interpersonali profonde e gratificanti.

Quando parliamo di Ascolto Empatico? Quando si ascolta e si comprende lo stato d’animo dell’altro senza, però, farlo divenire proprio (diversamente, non saremmo di alcun aiuto all’altro e a noi stessi!).

Questo tipo di ascolto può essere visto come una comprensione senza giudizio. In questo modo si intuisce come nelle situazioni di carattere conflittuale l’ascolto empatico sia un’importante risorsa che permette una migliore comunicazione tra le parti in gioco.

A scanso di equivoci, è bene precisare che tale ascolto non implica essere d’accordo con quanto l’altro dice bensì mettersi in condizione di comprendere l’altro dal punto di vista emotivo e cognitivo.

Le seguenti domande possono essere utili allo scopo:

  • Cos’è che mi / gli  da fastidio?
  • Quali sono i miei / suoi pensieri o sentimenti a riguardo?
  • Quali sono i miei / suoi bisogni? Sono soddisfatti?
  • Cosa desidero io / lui concretamente?
  • Qual è il mio / suo obiettivo?

Affinché siano efficaci è bene porre queste domande all’inizio di una conversazione volta alla risoluzione del conflitto.

6. Conclusioni

In un conflitto, ciò che guida i comportamenti e le parole, raramente è frutto di un processo razionale. Anche se apparentemente si discute per beni o argomenti concreti, il conflitto sottostante è spesso legato ai bisogni insoddisfatti. Solo se ci interessiamo genuinamente a ciò che muove l’altra parte ad una precisa azione, riusciremo a comprenderla appieno nella situazione conflittuale.

Nella quotidianità, la nostra volontà oscilla spesso fra il tentativo di voler sopprimere le emozioni e il tentativo di dar loro sfogo in modo incontrollato.

Conseguenza: le emozioni si manifestano comunque sotto altre spoglie (es.: polemica, demotivazione, malattie) o, ancora, in modo violento ed inaspettato.

Per controllare le proprie “trappole emotive” è necessario prenderne consapevolezza osservando quando e come ciò avviene.

Occorre imparare a fermarsi al fine di prendere una distanza fisica, temporale ed emotiva per potersi concentrare sul problema al fine di individuare le possibili soluzioni e le azioni per realizzare quanto voluto.

Parti dal Desiderio ma individua il tuo Obiettivo.

Partire dal desiderio è utile ma individuare un obiettivo è meglio! Affinché la fantasia divenga realtà occorre che all’idea segua l’azione.

Il desiderio è un potente motore ma va avviato altrimenti si resterà dove si è già. Questo, è alla base delle nostre scelte: più forte lo sentiamo più ci attiveremo per realizzarlo.
Allora, a cosa serve fissare degli obiettivi se il desiderio è così potente? L’obiettivo ci da un destino, ci fa fissare dei risultati e ci obbliga a porre in essere azioni affinché la nostra vita sia piena di soddisfazione.

La “filosofia” e le tecniche qui esposte sono in parte note ed in parte inedite. Vogliono essere un supporto per chi brancola nel buio e cerca di dare una direzione alla propria vita affinché sia piena di soddisfazioni.

Dopo aver definito (e distinto) il desiderio dall’obiettivo, tratteremo di 3 metodi utili a pianificare e raggiungere le proprie mete.

Il Desiderio

E’ una parola che deriva dal latino e risulta composto dalla preposizione de- che in latino nega e dal termine sidus che significa, letteralmente, stella. Desiderare significa letteralmente “mancanza di stelle”. Nell’accezione corrente possiamo intenderlo come una mancanza e, di conseguenza, come sentimento di ricerca.

Il desiderio vola via, ma cosa rimane?

Decidere di realizzare il nostro desiderio (se preferite, anche sogno o proposito) implica razionalizzare ciò che inizialmente non lo è. Infatti, i desideri traggono origine dall’irrazionale e le emozioni sono una componente rilevante nella loro formazione.

Decidere (etimologia: tagliar via, mozzare, definire) significa scegliere. Chi decide prende una strada piuttosto che un’altra e si focalizza sul percorso scelto. Decidere non solo è utile: libera la mente, fa abbandonare fardelli che condizionano il nostro cammino o, addirittura, lo impediscono.

Avere un desiderio è relativamente semplice, porsi un obiettivo è possibile, raggiungerlo è la parte più difficile: la chiave di volta è crederci.

L’Obiettivo

Fissare e raggiungere un obiettivo, indipendentemente se semplice o complesso, è un viaggio che implica un’attenta pianificazione che riguarda il cosa vogliamo, come lo otterremo e – non ultimo – perché lo vogliamo. In questa analisi non può mancare l’attenzione ai propri limiti, alle risorse necessarie, così come alle successive modifiche ed integrazioni che possono verificarsi durante il percorso e alla motivazione che spinge ad agire.

Fissare e raggiungere l’obiettivo

Obiettivo è un termine con diversi significati: equanimità, imparzialità, un sistema di lenti, uno scopo militare, una meta che si vuole raggiungere. Chi scrive, trova convincente questa: qualcosa realizzato attraverso un come e che ha un senso (e ne trae forza) grazie ad un perché.

E’ opportuna una distinzione linguistica di fondamentale importanza per far ordine nelle nostre credenze. Sogno, proposito, desiderio, appaiono sinonimi di obiettivo ma sono privi di quell’elemento che trasforma l’invisibile in visibile:l’azione.

La domanda che molti si pongono è: come posso raggiungere i miei obiettivi? Nei paragrafi successivi si spiegherà come costruire un obiettivo efficace partendo dal desiderio.

Come costruire un Obiettivo ?

Quando parliamo di obiettivi non possiamo, quindi, far a meno di includere l’azione senza della quale qualunque aspettativa rimarrebbe tale. Detto in altro modo, se vuoi concretizzare, agisci!

Affinché l’azione sia efficace, occorre che lo scopo sia ponderato e ragionato, che consideri le diverse variabili, e sia definito per potere essere realizzato. Premesso ciò, in concreto che si fa?

Per aiutarci in questo lavoro, ci avvaliamo di alcuni metodi presentati con gli acronimi di SMART, PEPSI e SOFT.

SMART

E’ stato sviluppato da Peter Drucker nel 1954, come parte integrante della filosofia di gestione aziendale MBO (Management by Objectives). Si tratta di un sistema per la definizione degli obiettivi, che vengono messi al primo posto rispetto alle attività necessarie per il loro raggiungimento. Per stabilire se gli obiettivi sono validi, sono stati definiti 5 criteri, che corrispondono ai termini anglosassoni che compongono l’acrostico S.MA.R.T. (precisiamo che alcune lettere sono soggette a cambi; ad es.: la A, che può essere iniziale di Achievable o la R di Realistic).

L’acrostico SMART
  • S = Specific (Specifico). Un obiettivo deve essere il più possibile chiaro, preciso, semplice da ricordare. Evita termini vaghi e generici, usa parole specifiche (es.: “voglio dimagrire di 5 Kg” è più specifico di “voglio dimagrire”)
  • M = Measurable (Misurabile). Quantifica le attività che servono a raggiungere il tuo obiettivo in modo da poter misurare il suo raggiungimento (es.: uso scala di valori; percentuali,…). Talvolta è difficile ma aiuta ad andare oltre un semplice buon proposito
  • A = Attainable (Raggiungibile). Datti obiettivi ragionevolmente realizzabili e accertati a chi spetta farlo. Basati sulle risorse (culturali, finanziarie, fisiche,…) che hai ora. Se si esagera può capitare che si cada un frustrazione (es.: pretendere di diventare il primo ballerino della Scala in 1 anno non è credibile!).
  • R = Relevant (Rilevante). Deve essere sentito come importante, la sua realizzazione segna una svolta nella propria vita. Motiva, implica del rischio, fa uscire dalla zona di comfort.
  • T = Time-Based (Temporizzabile). Definisci le tue attività secondo un piano di programmazione con scadenze precise entro il quale l’obiettivo dovrà essere raggiunto (es.: voglio dimagrire di 6 kg nei prossimi 6 mesi e mi impegno a perdere 1 Kg al mese seguendo la dieta assegnatami dal mio nutrizionista).

PEPSI

Un obiettivo che ha una forte componente emotiva aiuta il nostro cervello a mantenersi focalizzato su ciò che c’è da fare. Per esempio, ti è mai capitato di essere così assorto in quel che fai da dimenticare un appuntamento?

La componente razionale (SMART) ci indica il punto di arrivo ma è la parte emotiva che ci sprona a raggiungerlo anche quando le cose non vanno come avevamo programmato.

Con l’acronimo PEPSI carichiamo di motivazione il nostro obiettivo. Di seguito, il significato di ciascuna lettera.

  • P = Positivo. L’obiettivo va espresso in forma positiva e non con termini di negazione. Devo dire cosa voglio ottenere e NON cosa voglio evitare. Es.: “Voglio fidelizzare i clienti” funziona meglio di “Non voglio perdere clienti”.
  • E = Emozionale. Nel fissare l’obiettivo abbi cura di caricarlo di emozioni che vanno verso il piacere (e non il dolore) di ciò che ci apprestiamo a fare.
  • P = Presente. Occorre usare il tempo presente quando stabiliamo il tuo obiettivo. Devi sentirlo importante oggi e non domani altrimenti rischi di procrastinare.
  • S = Sensoriale. L’obiettivo va percepito a livello dei 5 sensi. Es.: il nuotatore che prepara la gara immaginando il momento del tuffo, il rumore al contatto dell’acqua, l’odore del coloro, la vista del fondo vasca,…
  • I = Immaginativo. E’ utile visualizzare sia il percorso che il risultato finale, come se si trattasse di un film. Riprendendo l’esempio del punto precedente, il nuotatore che immagina la sua gara dal momento del tutto fino al podio.

SOFT

Shoma Morita, psicologo giapponese contemporaneo di Freud, diceva: “Prefiggetevi un obiettivo chiaro, accettate le emozioni e i pensieri che suscita in voi, e poi fate ciò che va fatto” .

La tecnica SOFT serve a non procrastinare l’azione. Dopo aver analizzato gli obiettivi dal punto di vista razionale (SMART) ed emotivo (PEPSI) può capitare di rimanere…fermi.

Fare quello che va fatto è la “scossa” per uscire dalla zona di comfort ed attivarsi per produrre quei risultati che sono nati sotto forma di desideri.

Soft non inconsistenti
  • S = Stop! Non continuare a girare senza senso come un criceto corre sulla ruota; non serve: fermati! I pensieri invalidanti, le azioni senza direzione, non apporteranno miglioramenti nella tua vita. Molla i pesi superflui: calmati, ascoltati (vedi PEPSI), “riallineati” con il tuo scopo e poi…
  • O = Ordina! Affrontare i problemi con gli stessi strumenti non farà cambiare i risultati. Riordinare le idee, fissare priorità, pianificare attività consente di orientare la direzione (vedi SMART), e poi…
  • F = Fai! Solo l’idea, anche se scritta, non ha il potere di cambiare nulla: occorre l’azione. Tendi a rinviare? Hai paura? Capita ma non indugiare troppo. Dagli errori si apprende e solo chi agisce ottiene ciò che desidera e rafforza la sua autostima. E poi…
  • T = Testa! Verifica che quanto fai ti stia portando dove tu vuoi. Diversamente, fermati e rivedi il percorso, scopri se ci sono valide alternative. Quando riprenderai il cammino, la tua meta sarà più chiara ed i tuoi passi… più sicuri.

Conclusioni

Chi vuole intraprendere un cambiamento – personale o professionale – deve comportarsi come il contadino che prima prepara il terreno, poi sceglie cosa seminare, poi semina, cura il raccolto e infine raccoglie i frutti.

Gli step che dovremmo seguire per ottenere i risultati auspicati sono:

  1. parti dal desiderio
  2. individua l’obiettivo che vuoi raggiungere
  3. supera le resistenze (interne ed esterne) ed attivati.

E ricorda…parti dal desiderio ma individua il tuo obiettivo!

Il pensiero negativo come strategia difensiva

Il pensiero negativo può essere una valida strategia difensiva? Dopo una breve introduzione al tema, si passerà in rassegna i principali pensieri negativi e si concluderà con i rischi che questa strategia comporta.


Secondo Julie K.Norem, professoressa di psicologia al Wellesley College- Massachussets, studiosa dell’argomento e trattato nel suo libro: “The positive power of negative thinking”, il pensiero negativo è il risultato del “pessimismo difensivo”.

Razionalmente apprendiamo come gestire al meglio situazioni e persone ma la nostra mente subcosciente ci ostacola lanciando pensieri negativi che son stati fatti propri in passato, quando eravamo piccoli. A chi/cosa si riferiscono ed a che scopo li conserviamo?

Le convinzioni possono essere relative a se stessi, agli altri (la mia collega non capisce niente), alle astrazioni (i soldi sono una cosa sporca), al futuro(qui non cambierà mai niente), al passato (mia mamma non mi voleva abbastanza bene), ai luoghi (oggi viaggiare non è sicuro).

Questi pensieri spesso sono il frutto di una valutazione “parziale” della realtà (in proposito, si veda questo articolo) e creano emozioni come paura, ansietà, rabbia, gelosia… in cui si nasconde una strategia difensiva.

Per esempio, il pensiero “sono stupido”, riduce le proprie aspettative e gli eventuali errori non saranno considerati così traumatici, come magari è accaduto in passato. Inoltre, mette a riparo dalle aspettative altrui: siccome lo dichiaro, se fallissi nessuno potrà rinfacciarmelo!

I principali pensieri negativi

Di seguito, alcuni pensieri negativi usati come strategia difensiva.


Su se stessi.

Si sviluppa se da bambino il concetto di sé è stato messo a dura prova. Si manifesta con la bassa considerazione di sé così che nessuno possa aspettarsi nulla e si abbia la giustificazione per evitare rischi e mantenere l’accettazione da parte degli altri. Es.: “sono stupido, non valgo nulla sono la pecora nera” oppure “ho sempre ragione” (strategia protettiva di superiorità).

Sugli altri.

Nascondono la paura di rendersi vulnerabili al rifiuto degli altri e spostano così su di loro la responsabilità di cambiare. Es.: “la gente pensa solo a se stessa”, “non mi ascolti mai”, “sono tutti egoisti…”.

Sul mondo.

Se i bisogni di sicurezza del bambino non sono stati soddisfatti potrà percepire il mondo come un posto poco sicuro che frenerà la capacità di assumersi rischi in età adulta. Es.: “nella vita ci son solo problemi, non ci sono opportunità,…”.

Sul futuro

Hanno la funzione di proteggerci dal fallimento, preparano alla sindrome Cassandra, servono ad adottare un comportamento compensatorio di perfezionismo e preoccupazione permanente. Es.: “so che no ce la farò, non troverà mai la persona della mia vita, non ho mai tempo per fare le cose che mi interessano…”.

Sul passato

Servono a proteggerci dall’assunzione di responsabilità in quanto la causa di tutti i nostri mali risiede nel passato che determina il mio presente. Es.: “l’insegnante x mi ha rovinato la vita”, “i genitori mi hanno ostacolato”, “i colleghi erano contro di me…”.

Quali rischi?

Adottare il pensiero negativo come strategia difensiva riduce le possibilità di restare delusi ma anche di ottenere risultati importanti! Chi usa questa strategia, in realtà, non si prepara a raggiungere i suoi obiettivi bensì a governare le proprie paure e ad evitare (ulteriori) colpi alla propria autostima. E’ comprensibile ma non aiuta a volare.

Prendersi cura di sé ed acquisire nuovi punti di vista volti ad elaborare una strategia alternativa al pessimismo difensivo è il modo per emanciparsi da certi limiti e liberare le proprie potenzialità (in proposito, si veda questo articolo) per una vita più ricca.

Vuoi migliorare la performance? Sii responsabile!

Il miglioramento della performance è, prima di tutto, assunzione di responsabilità. Solo un individuo (o un’organizzazione) che sceglie di essere abile a rispondere può governare – e non subire – il proprio destino.

Il significato di performance non è univoco; in taluni dizionari si limita ad esser definita come l’esecuzione di un compito ma questo non ci porterebbe ad un’azione diversa dal “fare per fare” invece che orientata ad un risultato atteso perché programmato.

In questo articolo, assumiamo che la performance per un individuo è il contributo che apporta attraverso la propria azione volta al raggiungimento di un risultato prefissato. Ma attenzione! Consiste nell’andare oltre a ciò che ci si aspetta, è espressione del proprio potenziale.

Da cosa dipende la performance?

Timothy Gallwey, considerato il padre del coaching moderno insieme a John Withmore, nel libro “Il gioco interiore del tennis” offre la formula della performance:

p = P – i

ovvero, la performance è uguale al Potenziale meno le interferenze.

Si evince che la performance è sempre più piccola del potenziale, in quanto esistono delle interferenze che impediscono a questo di esprimersi al massimo.

Interferenze: quali sono e come contrastarle?

Le interferenze possiamo definirle come “un segnale” di disturbo indesiderato che si sovrappone sul segnale utile. Le possiamo distinguere in:

– Interferenze esterne
– Interferenze interne
.

Le interferenze esterne sono quelle che dipendono da circostanze sulle quali non abbiamo controllo. Tuttavia,
possiamo contrastarle modificando la nostra risposta ad esse assumendo un atteggiamento diverso (es.: lo sciopero dei mezzi pubblici non dipende da me ma posso adoperarmi per informarmi prima invece di infuriarmi).

Le interferenze interne, invece, sono quelle che dipendono unicamente da noi, e su cui, dunque, abbiamo il controllo e quindi la piena responsabilità (es.: se mi lascio distrarre sovente dalle notifiche dei social sul mio smartphone… oppure, mi convinco di non essere all’altezza di quel compito od obiettivo).

Come e perché ridurre le interferenze?

Tutte le interferenze interne sono frutto delle nostre convinzioni e, generalmente, sono ciò che fa la vera differenza tra un obiettivo mancato ed uno raggiunto. Cosicché, controllando le interferenze interne, ovvero l’atteggiamento mentale (in proposito, si veda l’articolo “Sfiga? No! E’ l’approccio che non va“), è possibile minimizzarle per ottenere performance più alte per obiettivi più ambiziosi.

Se è vero che p = P – i ,

è chiaro che più si riducono le interferenze, più la performance si avvicina al potenziale.

Senza responsabilità non c’è performance e… cambiamento

La piena espressione del proprio potenziale richiede che la persona si assuma la totale responsabilità di un’azione, che la senta sua.

La domanda che un manager, un leader, un professionista dovrebbero porsi è: con quanta efficacia desidero che sia eseguito un compito? A quale livello di performance punto?
E ciò che dovrebbe maggiormente preoccupare non è la concorrenza, bensì il gap tra potenziale e performance e attivarsi per colmarlo. 

Per portare la performance a livello del potenziale occorre “responsabilità”, che consente di tenere a bada le interferenze. Il coinvolgimento e la fiducia aiutano. Far assaggiare il prodotto alimentare all’addetto che lo produce, genera un primo controllo di qualità e la consapevolezza di quanto questo possa esser migliorato.

La performance non è un esercizio fine a se stesso bensì lo strumento per generare un cambiamento duraturo e che non può avvenire se non ci si assume l’onere della piena responsabilità, ossia la volontà di governare questo processo.

Il cambiamento è il vero lavoro di ogni giorno ed è nel qui ed ora. Esso non è una singola transazione bensì un viaggio che ha uno specifico punto di partenza (la situazione attuale) ed una destinazione (obiettivo o situazione ideale); la performance ne misura lo stato d’avanzamento.

Le 3 gambe per generare cambiamenti duraturi

Quindi, per produrre i cambiamenti straordinari occorre concentrarsi sulla performance? Sì, ma non è sufficiente. Oltre alla responsabilità (che è manifestazione di volontà e premessa del cambiamento), occorre prendersi cura anche dell’apprendimento e del piacere. Una persona o un’organizzazione che trascurasse la conoscenza ed il piacere a fare qualcosa finirebbe prima o poi per inficiare la prestazione e di conseguenza il risultato che è manifestazione del cambiamento.
Se la responsabilità è il sedile, la performance, l’apprendimento ed il piacere sono le tre gambe di uno sgabello solido per generare cambiamenti duraturi.

Sfiga? No! E’ l’approccio che non va.

La “sfiga”, sovente, è il frutto di un’approccio mentale non costruttivo che limita le nostre opportunità. Il pessimismo è una scelta e per superarlo, il primo passo, è rendersene conto. Come?

Per diventare più consapevoli dei nostri pensieri limitanti e dei relativi schemi non dobbiamo far altro che ascoltare ciò che (ci) diciamo.


A volte ci etichettiamo come incapaci, indegni di essere amati… e con questi pensieri negativi scateniamo in noi delle emozioni (ad es.: ansia, frustrazione, rabbia,…) che si rivelano poco produttive in quanto vediamo il mondo circostante come qualcosa di avverso a noi limitando le opportunità per rendere migliore la nostra vita.

Di seguito, alcuni schemi di pensiero limitante che spiegano in che modo la mente distorce la percezione di circostanze ed eventi attorno a noi facendoci dare un’interpretazione per nulla obiettiva.

1 . Ricorso eccessivo alla generalizzazione.

 Può condurre ad una visione molto restrittiva della vita. Se vedi una donna avere un’improvvisa reazione emotiva ed arrivi alla conclusione che tutte le donne si agitano per un nonnulla allora rischi di acquisire uno schema riduttivo che penalizzerà la qualità delle tue relazioni con le donne. Riconosci l’uso dello schema dall’impiego di un linguaggio che ricorre ad espressioni tipo: “qualsiasi”, “tutti”, “nessuno”.


2. Bianco o Nero. 

E’ quando vedi solo gli estremi perdendo di vista le sfumature che accompagnano ogni interpretazione.. Esiste solo: bello o brutto, intelligente o scemo,…Riconosci che stai usando questo schema per il ricorso eccessivo ad avverbi quali “sempre”, “mai”.

3. Filtro mentale.

E’ la tendenza a focalizzarsi su un elemento, solitamente negativo, escludendo gli altri. Il singolo dettaglio diviene chiave di lettura di tutto il contesto. Il capo fa dei complimenti ed aggiunge una richiesta; noi la interpretiamo come una nostra mancanza e ci rimuginiamo sopra dimenticandoci degli elogi ricevuti.

4. Personalizzazioni.

E’ quando si fanno delle comparazioni, favorevoli o sfavorevoli, verso se stessi. Il metro di giudizio del nostro valore sono gli altri (“è più bella di me” / “sono più intelligente io”). Un altro tipo di personalizzazione è quando si diviene la causa di tutto quanto accade intorno a noi (il team dei venditori rischia di non raggiungere gli obiettivi mensili e noi ci leggiamo una critica al nostro operato).

5. Etichettare.

Mettere etichette aiuta ad incasellare (se stessi) e gli altri. Il limite è che impedisce di vedere le persone (e noi stessi) in tutta la propria varietà.

6. L'(ab)uso del verbo dovere.

Lascia intendere una mentalità rigida, basata su regole che devono essere eseguite (es.: non si deve parlare degli assenti). Le regole sono giuste ed indiscutibili, base per giudizi inappellabili: se un marito ritiene che la moglie deve essere sempre rintracciabile al cellulare durante il giorno, se non lo fosse è poco amorevole. Lo stesso schema può essere applicato a se stessi e sarebbe ancor più duro (es.:per esser un buon figlio devo chiamare mia madre tre volte al giorno).

Conclusione

I nostri pensieri influenzano le nostre azioni e di conseguenza i risultati che otteniamo.
Pensieri “limitanti” portano a risultati insoddisfacenti e questo accade perché i pensieri che sviluppiamo circa noi stessi e le nostre abilità, influenzano le nostre convinzioni e di conseguenza il livello di risorse interiori a cui possiamo attingere.

Gli step elencati sopra sono utili, sebbene non esaustivi, per monitorare i propri schemi mentali e rivederli in funzione di ciò che massimizza il nostro potenziale.

Acquisire nuovi punti di vista (che è quanto offre il coaching) è come dotarsi di nuovi ed utili strumenti con cui operare nella vita, professionale e personale, in modo più efficace. Come diceva A. Maslow “Se l’unico strumento che hai in mano è un martello, ogni cosa inizierà a sembrarti un chiodo”.

La paura è nostra nemica o alleata?

“Un giorno la paura bussò alla porta. Il coraggio andò ad aprire e non trovò nessuno”. Questa frase, attribuita a Martin Luther King Jr., ci fa riflettere che non sempre alla paura corrisponde la fuga e, soprattutto, che può essere un’occasione di crescita personale.

La paura è un’emozione potente. Ci sono diverse paure (del vuoto, dei ragni, parlare in pubblico…), tutte sono parte normale della vita e nessuna può esser catalogata come giusta o sbagliata.

Il problema sorge quando neghiamo una paura o sviluppiamo attaccamento ad un bisogno. Ciò che si desidera è “stare al sicuro” ma ciò implica che le cose non cambino, che non usciamo dalla nostra zona di comfort perdendoci le tante opportunità che la vita offre.

Se invece consideriamo le paure come alleate, il discorso cambia; per esempio, potremmo interpretarle come un segnale che stiamo cercando di evitare qualcosa di inevitabile a cui la vita ci mette di fronte. Con questo approccio abbiamo il vantaggio di vivere la paura come dono per divenire più completi.

Integrare le proprie paure richiede, innanzitutto, divenire consapevoli che la maggior parte di esse sono frutto di convinzioni mai messe in discussione.

La paura, salvo alcuni casi (es.: il pericolo di esser aggrediti), generalmente non riguarda un fatto che sta accadendo nel “qui ed ora” semmai a “possibili eventi futuri”. Essa si basa sulle convinzioni che abbiamo più che su ciò che sta accadendo.
Ad esempio, se sono convinto che non posso far affidamento sugli altri, non sto basandomi su ciò che accade ma lo sto “profetizzando” sulla base di esperienze passate che mi hanno convinto che “tutte le persone” che incontro mi deluderanno “sempre”.
Tutte le volte che impieghiamo termini assoluti (sempre, mai,..) stiamo limitando il nostro futuro e facendo accadere proprio ciò che avrei voluto evitare (nell’esempio, la delusione).

Se riusciamo a capire che la paura non si basa sulla realtà bensì su una narrazione che nel tempo si è sedimentata in noi, abbiamo fatto un passo importante.
Cosa possiamo fare per affrontare la paura?
1. individuare il bisogno e la convinzione che raccontiamo a noi stessi;
2. mettere in discussione la convinzione;
3. concentrarci su un aspetto di noi stessi che vogliamo sviluppare.
Nei paragrafi successivi affronto ciascun punto.


1. Identificare il nostro bisogno.

Il primo passo da fare è sondare quali paure abbiamo e come le abbiamo sviluppate. Quanto segue è un breve esercizio con cui ti accompagno ad esplorare la fonte della tua maggiore paura.

Ricavati 20 minuti ininterrotti in un posto dove non sarai disturbato. Poi, pensa ad un comportamento che vorresti far tuo (es.: dire di no alle richieste dei tuoi colleghi) ma che vivi come un ostacolo insormontabile. Per funzionare, devi avvertirlo come un comportamento utilissimo, qualcosa che ti farebbe “voltar pagina” nella vita professionale e/o familiare e che implica un cambio significativo. In breve, un comportamento a cui aspiri ma non riesci a mettere in atto.

Di seguito, un esempio per facilitare l’esplorazione del cambiamento:
a) scrivi un comportamento desiderato (es.: vorrei prendere parola nell’equipe medica di cui faccio parte)
b) immagina di porre in essere questo comportamento desiderato, scrivi: cosa potrebbe accadere? (es.: potrebbero pensare che ho detto una banalità)
c) se ciò si avverasse (es. precedente), scrivi: quale sarebbe la conseguenza peggiore che potrebbe accadere? (es.: potrebbero pensare che non sono all’altezza del mio ruolo)
d) se ciò si avverasse (es. precedente), scrivi: cosa accadrebbe di drammatico (es.: mi sentirei esclusa, indesiderata)?

Se hai avuto il coraggio di esplorare a fondo, potresti esser arrivato ad una delle 4 paure che segue:
– restare soli, abbandonati
– sentirsi fagocitati dagli altri
– non avere controllo sulla propria vita 
– noia, sentirsi imprigionati.

Pensi di aver esplorato a sufficienza la tua paura più grande? No? Allora prosegui con la domanda: “se questa conseguenza si avverasse, scrivi: quale sarebbe la la conseguenza peggiore che potrebbe accadere?”

Nell’esempio considerato (dire di no alle richieste dei tuoi colleghi), abbiamo toccato la paura di esser abbandonati.

2. Mettere in discussione la convinzione.

Uno dei modi più efficaci per generare una trasformazione personale sta nell’identificare la convinzione su cui poggia la nostra paura. 


Queste storie non sono altro che costruzioni mentali ma noi le trattiamo come se fossero fatti incontrovertibili.

Le convinzioni potrebbero essere vere… oppure false. Il grande vantaggio di mettere in discussione queste credenze è di renderle esterne a noi, farne oggetto di osservazione sul quale possiamo sviluppare un punto di vista “diverso”.
Prova a riflettere sulla paura che hai identificato nel precedente step: su quali basi l’hai costruita? Cosa temi? (nell’esempio precedente, paura di essere abbandonato).

Queste credenze sono basate su esperienze dirette (vissute in passato), indirette (sentito dire) o immaginarie. Comunque sia, non c’è la certezza che si verificheranno nel prossimo futuro. L’esplorazione ed il riscontro di queste convinzioni possono aprire scenari inediti come il superamento dei limiti che hai inconsapevolmente creato e liberare così il tuo potenziale.

Esplorare e riscontrare significa mettere in discussione ogni convinzione “limitante”, come se appartenesse a qualcun altro.

Di seguito, una sequenza utile per mettere in discussione la convinzione:
a) quando hai sviluppato questa convinzione?
Prova ad andare indietro nel tempo ed individua quell’esperienza (diretta, indiretta o immaginaria) che ti ha fatto sviluppare quella supposizione.

b) quali conseguenze crei se continui a credere in questa supposizione?
Le storie che ti racconti diventano profezie autoavveranti. Come ti comporti con gli altri? Che reazioni stimoli negli altri? Quale comportamento diverso potresti assumere?

c) quali probabilità ci sono che questa supposizione si verifichi se adotti un nuovo comportamento?
Immagina che, invece di re-agire come hai sempre fatto in passato tu adotti un nuovo comportamento: cosa accadrebbe?

d) dimostra il contrario della tua convinzione.
Per esempio: “nessuno mi aiuta quando io ho bisogno”, trova momenti della tua vita in cui, invece, hai ricevuto aiuto.

3. Integrare le qualità del bisogno opposto al vostro.

Il terzo ed ultimo passo per affrontare la paura sta nel concentrarsi su un aspetto di noi che vogliamo sviluppare. Per quanto potrà apparire strano, chi ci mette in difficoltà può rappresentare un “maestro di vita” in quanto possiede quelle qualità che non sono ancora sviluppate in noi.

Se hai paura di perdere il controllo, dovrai apprendere ad apprezzare il cambiamento e lasciarti andare. Ti potrebbe aiutare una domanda tipo: “che cosa realizzeresti se riuscissi ad abbracciare il tuo bisogno per l’imprevisto senza preoccuparti di quanta incertezza dovrai affrontare?”

Dovremmo iniziare a considerare la paura come una grande amica. 
Spesso, le esperienze “trasformanti” sono quelle che ci mettono in contatto con una nostra paura profonda. Una volta percepita questa, abbiamo l’opportunità di fare una scelta importante: guardarla in faccia, passarci attraverso ed integrare qualche aspetto che prima non c’era stato possibile fare.

Il regalo che la paura ci fa è quello di apprendere a individuare una qualità che possiamo integrare e che ci rende più completi.

Ad esempio, se ho sempre vissuto in modo organizzato posso apprendere a vivere una giornata senza programmarla.
Più integriamo aspetti di noi che abbiamo negato (o che non ci siamo dati il permesso di vivere) più la nostra esperienza della vita diventa appagante e creativa.

La Trasformazione richiede Iniziativa

Tutti noi abbiamo il potere di trasformare i nostri pensieri, emozioni, paradigmi ma non sempre prendiamo l’iniziativa, la responsabilità che occorre.

Molto spesso, veniamo “spinti” verso la trasformazione quando la vita ci obbliga a farlo, come ad esempio un lutto o nuove responsabilità in famiglia o sul lavoro. Invece, se fossimo capaci di prendere l’iniziativa “in proprio”, senza attendere eventi futuri, incerti e non dipendenti da noi potremmo facilitare il raggiungimento dei nostri obiettivi per una vita feconda.

Cosa richiede la trasformazione?
a) una certa “apertura” a leggere gli eventi;
b) cogliere le opportunità
c) fare la propria scelta.


Chi decide di intraprendere un cammino per luoghi sconosciuti, non ha la certezza di ciò che troverà e non potrà dirsi migliore o peggiore rispetto a chi rimane comodamente sul sofà di casa: a ciascuno andrà il frutto delle proprie ricerche che daranno soddisfazione se risponderanno a ciò che la persona cercava.

Sovente tendiamo ad evitare la trasformazione, reagendo anche in malo modo, pur di non mettere in discussione ciò in cui crediamo e restare “a nostro agio” nella zona di comfort. Al di là di questa c’è un nuovo modo di pensare ed agire che potrebbe aprirci nuove opportunità ma per farlo dobbiamo varcare la frontiera delle nostre paure.

La paura – vissuta come inazione o fuga – è il principale freno alla nostra crescita. Impegnarsi in una nuova attività implica metterci a rischio, esporsi a brutte figure, sentirci insicuri.

Riconoscere le proprie paure è importante affinché si possano metterle in discussione.
Cambiamenti anche semplici, nella vita privata come sul lavoro, richiedono alle persone di abbandonare il certo per l’incerto, l’agio per il disagio, il conosciuto per l’ignoto. L’emozione che spesso si registra è la paura, che prende forma di resistenza e che si esplicita in ostilità, aggressività, rifiuto. Oppure, mascherata da modi più “diplomatici” che sembrano accettare la novità ma a cui segue inazione, sabotaggio, dimenticanza.

Far luce su ciò che fa paura ci rende consapevoli e responsabili degli ostacoli alla trasformazione e del loro superamento.

Nessuno può farvi ottenere il successo o impedirvi di raggiungere i vostri obiettivi. Una delle differenze principali tra chi realizza grandi cose nella vita e chi riesce solo a “cavarsela” è che le persone “realizzate” (o se preferite, di successo) hanno imparato presto ad essere responsabili delle proprie azioni.

Prendere l’iniziativa significa assumere un ruolo di leadership, una posizione di distinzione che può essere esposta a lodi e critiche. Il buon leader è colui che condivide i meriti del successo con gli altri e si assume la piena responsabilità dei fallimenti o delle temporanee battute d’arresto

Accettando la responsabilità della vostra trasformazione, vi guadagnate il rispetto degli altri e siete sulla buona strada per creare il futuro che volete.

L’IMPATTO DELLE EMOZIONI NELLA NOSTRA VITA

Spesso la gente non ha le emozioni chiare. Altro che le idee. (Anonimo)

L’emozione è predisposizione all’azione. E’ un congiunto di processi chimici che si instaurano nel nostro organismo procurando variazioni molecolari. Nascono quando pensiamo e/o abbiamo esperienza di qualcosa, interno o esterno a noi.

Le basi biologiche sono predeterminate mentre i modi di indurre emozioni dipendono dall’esperienza e capacità di apprendimento. Di fatto, le emozioni si “appiccicano” alla percezione di situazioni osservate o anche solo pensate.

Emozioni come la felicità migliorano l’equilibrio ormonale e la risposta del sistema immunitario. Al contrario, quando entrano in gioco la rabbia o la frustrazione queste creano nel nostro corpo reazioni a catena come aumento della pressione che, se stabile nel tempo, causerà problemi cardiaci.

Lo scatenamento di emozioni “negative” sono la conseguenza di percezioni che ciò che sta accadendo non è in linea con le nostre aspettative (situazione soggettiva) e non siamo in grado di gestire la nostra reazione alla delusione.

E’ attraverso queste che siamo in grado di “reagire” per ottenere ciò che vogliamo: sono il motore delle nostre azioni. Ma dobbiamo farle nostre alleate.

Occorre ricordare che le emozioni sedimentate fanno lo stato d’animo con cui programmiamo le risposte che diamo agli eventi della vita.

Se accettiamo che le emozioni sono la conseguenza di percezioni è attraverso queste che possiamo favorire la produzione di alcune rispetto ad altre. 

Il fossilizzarsi sul problema, il non porsi domande che possano dare nuove interpretazioni a quanto accade, possono limitare la nostra capacità di agire e precludere opportunità che renderebbero la nostra vita migliore.

Le emozioni non ci dicono com’è il mondo bensì come lo vediamo: ascoltiamole e prendiamocene cura per portare maggior benessere nella nostra vita

Il lato oscuro del perfezionismo

David Foster Wallace conosceva bene  il blocco da perfezionismo. In un’intervista del 1996 disse: “Se la tua fedeltà al perfezionismo è troppo alta, non farai mai nulla”, dato che “fare qualcosa è intrinsecamente tragico, perché significa sacrificare ciò che è meraviglioso e perfetto nella nostra testa per quello che è davvero”.

I nostri sogni, obiettivi possono essere messi in discussione da due atteggiamenti: 

  1. accontentarsi subito di un risultato mediocre;
  2. non accontentarsi mai.

Quest’ultimo atteggiamento è paradossalmente più grave perché può implicare la rinuncia a fare in quanto nulla sembrerà mai buono abbastanza. È il perfezionismo e può essere mitigato o superato da un altro atteggiamento: l’Eccellenza. 

Eccellenza possiamo definirla come l’attenzione, la cura per fare le cose nel miglior modo possibile. Indipendentemente da ciò che si fa, l’eccellenza ci fa mettere in gioco le nostre capacità e offre opportunità sotto forma di apprendimento, creatività e crescita personale.

Perfezionismo  è aspirazione a raggiungere – nel proprio lavoro o altra attività – una perfezione ideale difficilmente realizzabile. Questa, non è una sfumatura da poco; i perfezionisti non sono mai soddisfatti del risultato raggiunto. Il cammino della perfezione è lastricato di rimproveri, sofferenza ed ogni errore è vissuto come un fallimento.

Il perfezionista non distingue tra fare ed essere.  La conversazione che lo contraddistingue è: “io sono quello che faccio e ciò che sono oggi lo sarò domani.” Qual è il problema? Quando non abbiamo chiara la distinzione tra fare ed essere crediamo che la nostra identità  ed il riconoscimento degli altri si costruisca attraverso il “fare”.  Inoltre, con questo punto di vista, il focus è sull’evitare l’errore e, di conseguenza, rischiare il meno possibile. Nel malaugurato caso si verifichi uno sbaglio, il perfezionista lo vivrebbe con molta frustrazione. Questo comporta almeno tre conseguenze: 

  1. agiamo in funzione di ciò che desiderano gli altri perdendo di vista i nostri interessi, le nostre priorità ed emozioni;
  2. quando si verifica un errore – siccome io sono ciò che faccio – lo viviamo come un autentico fallimento e mi “fustigherò” a lungo;
  3. si assume l’immutabilità come legge di vita (è stato sempre così e sempre lo sarà).

Al contrario, le persone con atteggiamento votato all’eccellenza, vedono gli errori come possibile risultato dell’azione e finanche arrivano a vederli come opportunità per migliorarsi! Quali vantaggi? Con un approccio di questo tipo è più facile uscire dalla zona di comfort, esplorare nuove possibilità, assumere rischi e crearsi nuove opportunità per raggiungere obiettivi coerenti con le nostre aspirazioni. 

Quali limiti e vantaggi offrono i due approcci nell’ambito lavorativo? L’eccellenza incarna un tipo di leadership che si fonda sul migliorare l’apprendimento e la crescita delle persone. Ciò facilita una comunicazione più aperta ed autentica oltre ad un maggior coinvolgimento dello staff. La delega è più frequente e l’ambiente lavorativo più costruttivo. Al contrario, con la perfezione, è più difficile avere fiducia negli altri con la conseguenza che aumenta il bisogno di controllo altrimenti si teme che i risultati non siano raggiunti. Quanto più il perfezionista controlla meno lo staff si sente coinvolto. La comunicazione franca ed aperta sparisce, la delega è rara e l’ambiente lavorativo è più teso.

L’eccellenza è il risultato della persona consapevole della distinzione tra “quello che fai e sei” e “quello che sei e farai”. E’ un’attitudine che si accompagna al benessere, alla soddisfazione e all’allegria (che non guasta mai) che producono la possibilità di creare, apprendere, crescere.
E’ qualcosa che si costruisce non è innata. In questo ci conforta anche Aristotele secondo cui “l’eccellenza è un’arte che si conquista con l’esercizio e l’abitudine.”