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I 3 PASSI INDISPENSABILI PER NON DISTRARSI PIU’

A chi non è capitato un periodo in cui “non ci stava con la testa?” in cui concentrarsi appariva impossibile? Eppure, recuperare la concentrazione si può: come? Essere disposti a fare i 3 passi indispensabili per non distrarsi più.

Per smettere di distrarci non serve a nulla incolpare la tecnologia e tentare di eliminarla, dobbiamo prima di tutto comprendere che le distrazioni nascono per coprire un disagio che nasce dal nostro interno, forse perché non stiamo realmente vivendo la vita che desideriamo.

Il passo successivo è fare spazio nel quotidiano a tutte quelle azioni che sono importanti per noi utilizzando uno strumento semplice e alla portata di tutti: la pianificazione. Decidere a che ora rispondere alle e-mail degli amici, quando dedicarsi alle notifiche dei social media, eccetera. Fatto questo, sarà più semplice identificare tutti quegli stimoli esterni (che la tecnologia spinge all’estremo) che riducono produttività e benessere.

Realizza più traino possibile

La distrazione è tutto ciò che ci impedisce di procedere verso la realizzazione della vita che desideriamo; le azioni che ci portano in una direzione opposta e contraria a quella voluta sono inutili e non ci fanno evolvere.

Crearsi uno scudo protettivo alla continua distrazione che i vari dispositivi ci offrono su un piatto d’argento è cosa buona e saggia, e ci sono tanti modi per procedere in questa direzione.

Un consiglio prezioso viene da Nir Eyal e Julie Li nel loro libro Comediventare indistraibili propongono di applicare “il principio della sauna”: non fa bene se ci stiamo troppo tempo, meglio fissare un tempo limitato e poi uscire.

Tutto ciò invece che ci porta verso i nostri obiettivi e verso un’esistenza basata sui nostri valori si può definire come “traino”. Il trucco per avere una vita ricca e appagante sta quindi nel riuscire a realizzare più traino possibile ed evitare la distrazione, sapendo che entrambe queste due forze necessitano di stimoli esterni per scatenarsi.

Ci sono molte sensazioni che ci spingono a distrarci, a non rimanere soli con i nostri pensieri, tra cui la noia (alla mente non piace ritrovarsi sola con se stessa) e il fatto che la negatività abbia più presa rispetto alla positività (le cattive notizie sono più gettonate rispetto a quelle buone).

Ci distraiamo anche per evitare quella tendenza a rimuginare che contraddistingue l’essere umano, quel continuo lambiccarsi il cervello su ciò che non va.

Guarda in faccia il tuo disagio

Le distrazioni ci permettono di fuggire da un disagio interiore che non vogliamo ammettere. Una tavoletta di cioccolato, una maratona di serie su Netflix, sono tutte azioni che ci permettono di dimenticare per un attimo ciò che ci fa soffrire.

Il punto di partenza per non farsi sequestrare dal disagio è chiedersi che cosa ci sta facendo soffrire, cosa stiamo cercando di evitare. Stiamo provando a soffocare un senso di solitudine, oppure la mancanza di passione per ciò che facciamo?

Possiamo reagire al disagio interno distraendoci, oppure possiamo decidere di guardarlo in faccia anche se ci fa paura. Se scegliamo la seconda opzione, vale a dire se ammettiamo a noi stessi che non siamo contenti della nostra vita, possiamo di conseguenza agire per migliorarla.

Usa bene il tuo tempo

Il tempo è il nostro bene più prezioso ed è assurdo pensare che la maggior parte delle persone non pianifica le proprie giornate.

Non si tratta di compilare una “lista di cose da fare”, semmai di capire quali sono i valori per noi importanti che ci spingono a fare. Se per noi un valore importante è sapere di contribuir a migliorare la vita delle persone con la nostra professione, sarà più facile alzarci al mattino e lavorare focalizzati senza farci distrarre.

Una volta che abbiamo compreso quali siano i valori che ci motivano ad agire, è importante pianificare la distribuzione del tempo. Tre sono le aree principali della vita: cura di sé, delle relazioni e del lavoro. Quando programmiamo le nostre giornate tenendo conto di tre ambiti, dobbiamo evitare di lasciare spazi vuoti, perché questi sono un invito per le distrazioni.

Conclusioni

I 3 passi indispensabili per non distrarsi più son un processo di miglioramento, un circolo virtuoso che richiede, per prima cosa, capire i propri valori, essere consapevoli dei propri disagi ed infine pianificare sulla base dei propri valori.

Ricordiamoci che la soddisfazione è uno stato d’animo momentaneo, per sua natura destinato ad esaurirsi. In quanto esseri umani siamo molto propensi a sentirci insoddisfatti e dobbiamo farcene una ragione!

La buona notizia è che possiamo utilizzare questa insoddisfazione come motivazione per migliorarci; stare male, talvolta, può essere un bene.

COSA FARE PER SUPERARE LA PAURA DI DECIDERE?

A chi non è capitato di farsi questa domanda almeno una volta nella vita: “cosa fare per superare la paura di decidere?” Alcuni, con gli anni, l’hanno superata. Altri la rivivono ogni tanto, altri ne sono restati ostaggio.

Innanzitutto, la paura è un’emozione e non una iattura; in secondo luogo, va usata più che temuta. Come scrivevo in un precedente articolo Il problema sorge quando neghiamo una paura.

Decisioni e Paure: tipologie

Nel libro La paura delle decisioni – Come costruire il coraggio di scegliere per sé e per gli altri”, Giorgio Nardone parla delle diverse forme di paura delle decisioni ed elenca i principali timori che si sperimentano.

Risulta che le decisioni di fronte alle quali ci troviamo più in difficoltà sono:

  • decisioni critiche, 
  • decisioni difficili,
  • decisioni complesse,
  • decisioni estreme,
  • decisioni istintive,
  • decisioni inevitabili.

Queste possono innescare diverse forme della paura di decidere:

  1. la paura di sbagliare;
  2. la paura di non essere all’altezza;
  3. la paura di esporsi;
  4. la paura di non avere o di perdere il controllo;
  5. la paura dell’impopolarità.

Queste forme della paura di decidere possono portare a esiti sintomatologici anche molto gravi, come ansia, attacchi di panico, stress, tensione emotiva, ossessioni, compulsioni e dubbio patologico. E allora, cosa fare per superare la paura di decidere? A seguire, alcuni stratagemmi per affrontare angoscia, stress e dubbi ossessivi.

Cosa fare per l’angoscia

Le persone angosciate spesso finiscono in un circolo vizioso in cui, cercando di fuggire da una “condanna”, finiscono per procurarsi altri danni o problemi. In questo caso l’esercizio consiste nello scrivere in dettaglio tutte le proprie aspettative angoscianti e la sera verificare se le previsioni catastrofiche si sono realizzate. Scrivere ha effetti terapeutici e la descrizione in forma scritta dei problemi desensibilizza progressivamente all’angoscia.

Cosa fare contro lo stress

Procrastinare una decisione a quando saremo più tranquilli ci fa sentire bene sul momento, ma la fuga aumenta l’ansia e ci espone a una tensione crescente. La tecnica del “come peggiorare” è un antico autoinganno strategico che permette di individuare i propri pensieri disfunzionali uscendo dal meccanismo difensivo dell’evitamento. Immaginando volontariamente come fallire, si produce l’effetto spontaneo del rifiuto ad agire secondo le modalità che ci porterebbero al fallimento.

Cosa fare per i dubbi ossessivi

Un problema comune quando si è bloccati in modo ossessivo di fronte a un dubbio è che la domanda di partenza è sbagliata. Come diceva il filosofo Immanuel Kant “Se la domanda è scorretta non possono esistere risposte giuste”. Lo stratagemma consiste allora nel dare ai pensieri ossessivi uno spazio abnorme, in modo che la psiche li rifiuti spontaneamente. Lungo l’arco della giornata si devono richiamare alla mente i pensieri e le immagini indesiderati. Questa tortura volontaria dovrebbe scatenare una reazione avversiva naturale, grazie alla quale la mente rifiuta quei pensieri e quelle immagini e disinnesca il meccanismo ossessivo.

Conclusioni

La paura è il principale freno alla nostra crescita. Impegnarsi in una nuova attività implica metterci a rischio di fare brutte figure. Il primo passo è riconoscere le proprie paure affinché si possano metterle in discussione. Il secondo, richiede l’accettazione della vulnerabilità: abbandonare il certo per l’incerto, l’agio per il disagio, il conosciuto per… l’apprendimento.

SERVE USCIRE DALLA ZONA DI COMFORT?

Serve uscire dalla zona di comfort se, e solo se, vuoi apportare dei cambiamenti nella tua vita; altrimenti, resta dove sei… è meglio!

Ciò significa che, se la tua zona di comfort è un posto in cui stai bene, non devi lasciarla. Diversamente, se la tua esistenza è costellata da inappagamento e non ti sta bene, fallo ricordando che non è detto che tutto ciò che è nella tua zona di comfort vada buttato. Fai un’attenta analisi e cerca di capire cosa ti rende insoddisfatto. Leggi i paragrafi che seguono e scoprirai a cosa prestare attenzione per apportare i cambiamenti necessari volti a migliorare la tua vita. E’ da questa riflessione preliminare che potrai capire davvero se ti serve uscire dalla zona di comfort.

Cos’è la zona di comfort?

E’ uno spazio – fisico e/o mentale – in cui ci sentiamo sicuri, non rischiamo, ma nemmeno cresciamo. E’ un muro che abbiamo costruito intorno a noi, sostenuto dalle nostre abitudini quotidiane alimentate dal nostro modo di pensare. In genere, il pretesto perfetto per non fare, non rischiare, non crescere e, dulcis sin fundo, non vivere.

La professoressa e ricercatrice americana Brené Brown, autrice del Best Seller ” The Gifts of Imperfection, Daring Greatly, Rising Strong, Braving the Wilderness” descrive la zona di comfort come quello stato in cui le nostre vulnerabilità e incertezze sono ridotte al minimo, quell’area dove crediamo di avere già diritto ad amore, ammirazione, sicurezza… dove già sappiamo di avere un certo controllo sulle cose.

La zona di comfort non gode di buona fama. Alcune interpretazioni “spicciole” l’hanno ridotta ad una “palude” da cui venir via, costi quel che costi; invero, non sempre è così sbagliato restarci. Qualsiasi attività che si svolge in modo regolare tende a divenire, magari solo per un periodo, permanente. Quindi, piuttosto che dirti come uscire dalla zona di comfort faccio un breve ragionamento su: “serve uscire dalla zona di comfort?” Anticipo che, dal mio punto di vista, sarebbe più opportuno allargarla. Cosa voglio dire? Generare quella condizione per cui, senza rinunciare ad esplorare nuovi apprendimenti, si riduce potentemente il rischio di eccessivo stress o, peggio, di finire nel panico e chiudersi a guscio.

Quanto controlli la tua vita?

Nel citare Brené Brown, ho evidenziato in grassetto “avere un certo controllo sulle cose.” Trovo che questo sia un ottimo punto di partenza per stabilire se serve uscire dalla zona di comfort oppure no.

Un cambiamento fondamentale per il nostro mindset deve essere svolto in relazione al ruolo che ci diamo all’interno della nostra vita: spesso quando qualcosa non va come sperato la nostra prima reazione è quella di dare la colpa agli altri. Questo comportamento è svantaggioso perché senza rendercene conto ci preclude l’idea di poter influenzare quel che ci accade.

Al contrario, considerarsi responsabili è cruciale per iniziare a prendere le redini della nostra vita e migliorarla. Un semplice ed utile esercizio può essere chiedere ogni qual volta ci troviamo in una situazione nella quale non siamo felici: “cosa posso fare di diverso per cambiare questa situazione che non mi piace?” Scopriremo così che spesso i cambiamenti sono a portata di mano.

Se da un lato dobbiamo considerarci causa di quel che ci accade, dall’altro è importante imparare a lasciar andare ciò che non possiamo controllare.

Ordinare aiuta a decidere bene

Troppo spesso tralasciamo quello che potremmo migliorare e ci impuntiamo su quello che non possiamo cambiare. Per capire come modificare questo atteggiamento può esserti utile ordinare ciò che ti circonda, ripartendolo in tre aree:

  • La 1 è quella ove ci sono tutte le cose che puoi controllare direttamente (dalle abitudini alle scelte quotidiane).
  • La 2 riguarda le cose che puoi controllare solo in parte perché non sei l’unico attore che decide (qui rientrano tutte le relazioni).
  • La 3 è composta dalle cose sulle quali non abbiamo alcun controllo, per esempio i terremoti.

Immaginando il mondo che ci circonda suddiviso in queste aree possiamo imparare a gestirle, scegliere su quale concentrarci per il nostro benessere e decidere se serve uscire dalla zona di comfort.

Puntare sulla 3 non è mai una buona idea! Sono le altre due quelle nelle quali puoi agire per cambiare. Un esempio: immagina di rimanere bloccato in coda a causa di lavori in autostrada. Concentrandoti sull’area 3 ottieni solo rabbia e frustrazione ma se opti per le altre due… può andarti meglio! Spostandoti nella 1 puoi decidere come impiegare quel tempo in maniera produttiva (rispondere a messaggi di lavoro, leggere un romanzo,…), mentre optando per la 2 puoi fare due chiacchiere con il vicino in coda, magari migliorando la giornata di entrambi.

A cosa devi prestare attenzione

Fondamentalmente a tre cose. L’accettazione che ci siano cose che non puoi cambiare (almeno in quel momento). E’ il primo passo verso un mindset che, accettando la situazione avversa, la trasforma in un momento di apprendimento e crescita (che lezione ho imparato? Cosa mi è utile cambiare?).

Così come è bene lasciare andare ciò che non puoi controllare, tieni a mente che non è possibile cambiare le persone. Sono loro che devono prendere la decisione di intraprendere un percorso di cambiamento, e questa deve partire necessariamente dall’interno. Per questo la tua attenzione dovrebbe spostarsi da “come posso cambiare le persone” a “cosa spinge le persone al cambiamento”.

L’elemento comune in tutti i cambiamenti è sempre uno: le emozioni. Dato che le emozioni sono così importanti, impara a conoscerle, approfondirle e affrontarle. Troppo spesso nella nostra società ci viene detto di non mostrarle, ignorarle o farle scomparire, e questo è un errore: solo conoscendole puoi regolarle e mantenerne la forza e l’utilità di “molle” che spingono all’azione, al cambiamento e alla crescita personale.

Conclusioni

Allora, serve uscire dalla zona di comfort? Dipende. Se sei angustiato nel porto ove ti trovi e desideri raggiungere altri lidi, sì! Uscire dalla zona di comfort non è indolore perché richiede cambi di paradigmi che richiedono tempo ed impegno: non si fa in un giorno e, talvolta, nemmeno da soli.

La prima cosa da fare è assumersi la responsabilità di ciò che si vuole e farlo! E’ solo attraverso la responsabilità che condizioniamo l’esistente. Sei tu che decidi cosa va cambiato. Un’esercizio utile è ordinare la realtà che ti circonda distinguendo tra ciò che puoi e ciò che non puoi controllare (in tutto o in parte). Se ti intestardisci su ciò che non puoi controllare, che tu decida di restare o uscire dalla zona di comfort, la vita sarà ricca di frustrazioni.

Inoltre, accettare che ci siano cose e persone al di fuori del tuo controllo, sarà un passo importante verso il tuo cambiamento che sarà arricchito dall’ascolto e cura delle emozioni, le quali non ti diranno come il mondo è bensì come tu lo vedi. Feedback utilissimi per capire come ci stiamo approcciando al nostro contesto.

Ti lascio con questo augurio ripreso dalla scuola di filosofia stoica “la serenità di accettare le cose che non puoi cambiare, il coraggio di intervenire su quelle che puoi cambiare e la saggezza di distinguere le une dalle altre”.

ACCRESCI IL TUO POTENZIALE CON IL MINDSET!

Accresci il tuo potenziale con il mindset! Il talento è sopravvalutato mentre il mindset andrebbe considerato molto di più. Se pensi che il talento sia sufficiente per riuscire nella vita, ti sbagli! Sicuro aiuta ma se non lo curi non andrai molto lontano.

È idea comune nella nostra società che il successo sia legato al talento, una qualità innata e invariabile che le persone presentano sin dalla nascita. Da qui l’idea che chi non presenti un determinato talento difficilmente lo svilupperà in seguito, e chi lo abbia non debba lavorare per migliorarlo. Se così fosse, come spiegare i casi del pittore Jackson Pollock, dello scrittore Marcel Proust o di Charles Darwin che da bambini vennero definiti privi di talento proprio nelle materie nelle quali più tardi si sono mostrati talmente capaci da lasciare il segno?

Il ruolo della forma mentis

Secondo la psicologa Carol Dweck, una spiegazione c’è e si chiama forma mentis. E’ attraverso questa che accresci il tuo potenziale: il mindset è la chiave. Ossia il meccanismo di reazione psicologica che ognuno di noi mette in atto di fronte agli eventi della nostra vita, siano essi ostacoli o vittorie. Dal suo studio si evince che esistono due tipologie di forma mentis:
• rigida, basata sull’idea che ognuno di noi nasca con una determinata intelligenza, talento o capacità che sono fattori fissi e immutabili, impossibili da migliorare nel tempo;
• di crescita, che al contrario ha come base l’idea che ognuna delle nostre capacità possa essere sviluppata e accresciuta.

Le differenze tra le due impostazioni mentali non si fermano all’apprendimento, ma si diramano in ogni campo della nostra vita.
Il punto è che in qualsiasi argomento, campo o abilità, l’apprendimento e
il miglioramento sono punti chiave: la forma mentis di crescita li stimola
e li aiuta, mettendo in primo piano nella mente dell’individuo il lavoro
costante, l’impegno, l’umiltà e la sete di conoscenza. Al contrario, la
forma mentis rigida vede ogni nuova sfida come un rischio allo status
quo
dell’individuo nel caso in cui questo sia stato definito intelligente
o brillante, o una perdita di tempo nel caso questi sia stato etichettato
negativamente.

I vantaggi della mentalità di crescita

Se la mentalità rigida non contribuisce al successo degli individui, è opportuno sperimentare una nuova forma mentis: cambiare è possibile e ognuno di noi può farlo in ogni ambito, ogni giorno. Iniziamo con il condividere alcuni assunti:

• il successo come conseguenza del talento è un mito da sfatare. Di per sé ha poca importanza se non viene curato, e per questo sono necessari lavoro, costanza e passione. Sono questi gli elementi che fanno sì che i nostri progetti si realizzino e non rimangano mere buone intenzioni (in proposito, vedi questo articolo);
• il cervello è come un muscolo. Quindi, può essere allenato per migliorare la propria performance. In quest’ottica, l’impegno, lo studio e la volontà di imparare e mettersi in gioco sono cruciali e tutti, utilizzando questi strumenti, possono raggiungere gli obiettivi prefissati;
• la paura può essere stimolante o bloccante. Per la forma mentis rigida è un fattore immobilizzante, per quella di crescita diventa un modo per
passare oltre dopo aver imparato qualcosa.

Accrescere il tuo potenziale con il mindset non è uno slogan ma qualcosa di sperimentato già da atri. Dallo sport vengono dei grandi esempi. Bebe Vio, campionessa mondiale ed europea di fioretto che, andando oltre la sua condizione fisica, ha raggiunto importanti traguardi. Il calciatore argentino Lionel Messi, a cui venne diagnosticato – all’età di 11 anni – una forma di ipopituitarismo (deficienza di secrezione di somatotropina); oggi è considerato tra i giocatori migliori. Il campione di boxe Muhammad Ali, che agli albori della sua carriera venne reputato non adatto allo sport per via della conformazione fisica, migliorò altri fattori puntando su studio e lucidità mentale per diventare un grande campione.

Quindi, tutto può essere migliorato e portato al livello successivo con una quantità di impegno adeguato.

Qual è il segreto per acquisire la giusta forma mentis?

Il cambiamento di forma mentis può essere utile e addirittura rivoluzionario ma non significa che possa essere messo in atto facilmente e senza ostacoli: la costanza è necessaria per non ricadere alla prima occasione nella rigidità.
Per facilitare il processo di passaggio alla giusta forma mentis e la sua
ripetizione, è possibile razionalizzarlo – sostanzialmente – in 4 step:

  1. riconoscere la propria mentalità rigida: ognuno di noi la possiede e mette in pratica i suoi meccanismi, accettarli e riconoscerli è il primo passo verso il cambiamento;
  2. individuare gli inneschi che la provocano: stress? Insicurezza? Difficoltà? Prendere atto del fattore scatenante ci prepara a limitare i danni dell’impostazione rigida;
  3. darle un nome: chiamarla per nome, personificarla aiuta la nostra mente a delimitare il problema e fronteggiarlo;
  4. educarla: ora che la sappiamo riconoscere e ha un nome, possiamo iniziare a educare la nostra personalità rigida, dialogando e spiegandole come agiremo per migliorare il nostro responso la prossima volta, cambiando le sorti e crescendo.

Il percorso di crescita è costante e deve essere sostenuto con attenzione e nuovi obiettivi; pena, il regresso a una mentalità rigida.
Cosa ci può aiutare? Farci le domande giuste! Ad esempio:
• quali sono, oggi, le opportunità di crescita e apprendimento per me e per gli altri?
• quando, come e dove inizierò a lavorare al mio piano di crescita?
• quando, come e dove agirò per risolvere gli ostacoli al mio piano di
crescita?
• che cosa devo fare per mantenere la forma mentis giusta e continuare
a imparare e migliorare?


Il cambiamento è un percorso che può essere impegnativo e pieno
di ostacoli, ma ci aiuta a espandere noi stessi, arrivando a sviluppare
appieno tutte le nostre capacità: per questo non solo vale la pena, ma è
consigliato affrontarlo. Accresci il tuo potenziale con il mindset.

Conclusioni

Sebbene le persone siano diverse – nei loro talenti e attitudini – tutti possono cambiare e crescere attraverso impegno ed esperienza. Tutti? Possiamo convenire che le persone possono fare molto di più di quanto non sembri loro.
Se i genitori vogliono fare un regalo ai loro figli, la cosa migliore è trasmettere loro un messaggio: accresci il tuo potenziale con il mindset! Che tradotto significa: amare le sfide, essere curiosi, apprendere dagli errori, apprezzare lo sforzo, cercare nuove strategie e continuare ad imparare.

RESILIENZA: SUPER POTERE O ALLENAMENTO?

Resilienza

Quante volte nella tua vita ti sei detto: “Non ce la farò mai!” Di qualunque ambito si tratti (lavoro, famiglia, amore, sport), resistere allo stress è sempre più difficile. Cos’è la resilienza? Un super potere o frutto dell’allenamento? Qui ti spiegherò cos’è, come acquisirla e potenziarla!

Anche se può sembrare strano, gli esseri umani sono stati progettati per affrontare con successo lo stress: entro un certo livello, siamo in grado di gestirlo. Anzi, ne abbiamo proprio bisogno! La mancanza di sollecitazioni da parte dell’ambiente atrofizza il nostro cervello al punto che i nuovi neuroni, se non stimolati, non sopravvivono.

Generazione dopo generazione, l’evoluzione ha modellato i nostri antenati affinché fronteggiassero efficacemente ogni sorta di ostacolo. Discendiamo da individui che sono sopravvissuti a un’infinità di sventure: guerre, malattie e disastri naturali, tra gli altri. La capacità di far fronte alle innumerevoli minacce, che hanno messo alla prova l’umanità, deriva da un insieme di risorse che abbiamo ereditato dal passato. Questo insieme di risorse prende il nome di resilienza.

La resilienza: norma o eccezione?

Pietro Trabucchi, sociologo, psicologo dello sport, docente all’Università di Verona nonché autore di diversi libri sulla resilienza, propone la seguente definizione del concetto:

“La resilienza psicologica è la capacità di persistere nel perseguire obiettivi sfidanti, fronteggiando in maniera efficace le difficoltà e gli altri eventi negativi che si incontreranno sul cammino. Il verbo ‹‹persistere›› indica l’idea di una motivazione che rimane salda. Di fatto l’individuo resiliente presenta una serie di caratteristiche psicologiche inconfondibili: è un ottimista e tende a «leggere» gli eventi negativi come momentanei e circoscritti; ritiene di possedere un ampio margine di controllo sulla propria vita e sull’ambiente che lo circonda; è fortemente motivato a raggiungere gli obiettivi che si è prefissato; tende a vedere i cambiamenti come una sfida e come un’opportunità, piuttosto che come una minaccia; di fronte a sconfitte e frustrazioni è capace di non perdere comunque la speranza”.

È la resilienza la norma negli esseri umani, non la fragilità. Ma c’è di più: alcuni sostengono che condizioni difficili possano aiutare la gente a ritrovare equilibrio psicologico e motivazioni.

Durante la Seconda guerra mondiale, Londra venne bombardata duramente. Si temevano gravi ripercussioni sull’equilibrio psichico degli abitanti ma avvenne esattamente il contrario: diminuirono i ricoveri nei centri d’igiene mentale e i suicidi. La stessa cosa avvenne nelle fasi più acute del conflitto per l’autonomia dell’Irlanda del Nord o durante i tumulti razziali avvenuti negli Stati Uniti negli anni ’60 e ’70. Situazione analoga, scenario differente, medesimo risultato: cambiano le condizioni, gli scenari e le motivazioni ma la tendenza degli esseri umani è sempre la stessa: esistere, resistere e persistere.

Certamente non bisogna aspettare un evento catastrofico per tirar fuori il meglio di sé. E anche se, in termini collettivi, la resilienza è indebolita, ognuno di noi è capace di attingere alle proprie risorse interne e di tirare fuori il coraggio per superare le proprie sfide. Questo è ancora più vero se pensiamo che è tipicamente umano avere difficoltà a prestare attenzione alle cose non piacevoli della vita. È come se il nostro “io” cercasse continuamente di proteggersi dalla “troppa realtà”.

Come sappiamo tendiamo a non avere una percezione oggettiva del reale (approfondisci in questo articolo) e questo è ancora più forte se aggiungiamo il fatto che la stragrande maggioranza dei nostri pensieri quotidiani consiste in giudizi, opinioni, supposizioni, fantasticherie ad occhi aperti. 

Come potenziare la resilienza?

Possiamo distinguere, grosso modo, due tipologie di persone:

  1. quelle che vivono passivamente la loro vita in balia delle forze esterne, lasciandosi guidare dal destino,
  2. quelle che vivono da protagoniste il loro percorso di vita, avendo un ruolo proattivo sul loro futuro. 

Qual è il collegamento tra lo stress e la resilienza? La persona resiliente è capace di non perdere la speranza di fronte a sconfitte, frustrazioni ed eventi stressanti. Saper controllare e contenere lo stress consente di gestire situazioni avverse. In questo modo, la resilienza non è un super potere bensì un’allenamento.

Ci son due buone notizie:

  • tutti noi veniamo al mondo con una dotazione di base in termini di resilienza;
  • questa scorta di resilienza può soltanto aumentare anche se la società in cui viviamo non è un’ottima palestra per allenarsi.

 Come acquisire resilienza?

Il primo fattore chiave è la valutazione cognitiva, ossia come leggiamo le difficoltà (vai a questo articolo). Buddha diceva che tutto ciò che siamo è il risultato di ciò che abbiamo pensato. Epitteto affermava che “La gente non è disturbata dalle cose in sé, ma dall’opinione che ha di esse”.

Le persone non sono stressate dagli eventi in sé, ma dal modo in cui li interpretano. La resilienza non è infatti questione di spessore della pelle o di robustezza delle cellule nervose: è funzione della nostra valutazione cognitiva, del nostro modo di vedere il mondo e di comprendere gli eventi.

Si tratta del vecchissimo e arcinoto principio del bicchiere: posso scegliere di vederlo come mezzo pieno o mezzo vuoto a seconda delle mie inclinazioni personali e del mio stato d’animo. In ogni caso si tratta dello stesso bicchiere. Il pessimista tende a concentrarsi sul vuoto e sulle emozioni relative, mentre l’ottimista è volto alla positività.

Conclusioni

Boris Cyrulnik ha enfatizzato il concetto di resilienza. Un termine derivato dal latino resilio che significa “saltare all’indietro”; in altre parole, resistere alla deformazione.

La nozione è stata ripresa dalle scienze umane per designare la capacità del nostro spirito di ritrovare la “forma” dopo un trauma. La resilienza è il processo che permette di “metamorfosare” la sofferenza (Cyrulnik). E’ una delle leggi della vita: un trauma può divenire l’occasione per cercare dentro di sé risorse interiori più profonde, insospettate, per risalire la china. Occorre pensare alla resilienza non come super potere bensì come un allenamento.

Con questo approccio mentale costruttivo il dolore da un senso al nostro presente: gli insuccessi passati divengono apprendimenti per i successi futuri.

PROGETTARE LA PROPRIA VITA

Non puoi sapere dove andare finché non sai dove sei! Progettare la propria vita affinché sia quella che vogliamo non può non tener conto del contesto iniziale

Talvolta mi capita che il cliente abbia poco (o per nulla) chiaro la sua situazione di partenza. Questo è un grosso limite per capire dove si vuole andare e quindi, come progettare la propria vita!

La prima cosa è identificare il problema, capire da cosa deriva il tuo senso di insoddisfazione, qual è l’area della tua vita in cui sei bloccato (problem finding). Accettare la realtà, è questo il punto di partenza di ogni buon progetto di vita: inizia da dove sei, non da dove vorresti o dovresti essere.

Un modo per capire qual è la tua situazione attuale è costruire un indicatore per i 4 aspetti fondamentali della vita:

  1. salute, non solo la salute del corpo ma anche quella mentale e spirituale;
  2. lavoro, non solo quello principale ma anche i lavori minori o il volontariato;
  3. gioco, tutto ciò che fai per puro divertimento, per il solo piacere di farlo;
  4. amore, per il tuo partner, per i figli, i genitori, gli amici.

In una vita soddisfacente questi aspetti dovrebbero stare in equilibrio, tutti gli indicatori dovrebbero essere pieni o quasi. Se uno degli indicatori è vuoto c’è qualcosa che non funziona in quel settore ed è lì che devi intervenire.

Progettare la propria vita è un modo efficace per rispondere alle eterne domande: Chi sono? Cosa sto facendo? Qual è il mio scopo?

Anche se le domande sono uguali per tutti, le risposte sono diverse per ognuno di noi. Per trovare la tua strada ti serve una bussola. Per costruire la tua bussola devi partire dalla tua visione della vita (e/o del lavoro).

Quali sono le cose che hanno significato e valore per te? Che ruolo hanno i soldi, la fama, l’autorealizzazione? Che importanza hanno la crescita, l’esperienza, il rapporto con gli altri? Perché lavori? Per quale scopo? Cos’è un lavoro utile? E così via.

Sia la visione della vita che quella del lavoro cambiano nel corso della vita, è necessario costruire la propria bussola a partire da quello che si è proprio adesso, qui e ora, ed è fondamentale essere sinceri, altrimenti si rischia di vivere la vita di qualcun altro.

L’obiettivo è che ci sia coerenza tra chi sei, ciò in cui credi e quello che fai.

La tua bussola ti aiuterà a capire se ti trovi sulla strada giusta durante la tua navigazione. Non sempre saprai dove stai andando, ma potrai sempre sapere se stai andando nella giusta direzione.

Ricorda:

  • non esiste una sola idea, un solo piano, un solo modo di vivere la propria vita. Se la vita che stai vivendo non ti soddisfa, ci sono infinite possibilità di cambiamento e di correzione;
  • non si finisce mai di progettare la propria vita, la vita è un processo.

IMPARARE LA FELICITA’

Imparare la felicità è una cosa possibile. Sovente la felicità è associata ad una sensazione positiva e permanente, una versione del “… e vissero felici e contenti” che abbiamo conosciuto nelle fiabe. L’idea che questa può essere metodicamente costruita e gestita è relativamente nuova e, in fondo, poco diffusa.

Obiettivo di questo articolo è favorire una credenza (o perlomeno una speranza): imparare la felicità si può… se si è disposti a mettersi in gioco!

La felicità tra fortuna e status

Partiamo dalle etimologie. In latino, felicità deriva da fertilia, fertilità. In scandinavo, era happ (ora radice nelle lingue anglosassoni per riferirsi a felicità) e significava fortuna, successo. Per gli antichi greci, il termine usato era eudaimonia, che significava nato sotto una buona stella e/o ben visto dagli Dei. Da questo breve (e non esaustivo excursus) si evince che l’uomo non era artefice della propria felicità bensì il “destinatario”. Questa idea secondo cui la felicità esprime una sensazione di appagamento ma è fondamentalmente legata alla fortuna durerà fino al ‘700.

La relazione tra felicità e fortuna cambiò nel 1776, quando Thomas Jefferson inserì nella Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti che “… la ricerca della felicità” era un diritto di ciascun cittadino.

Questa idea si affermò come imperativo nella società borghese in ascesa e seguirono tentativi di analisi e catalogazione. Tra questi, quello di Jeremy Bentham che realizzò un Catalogo dei Piaceri per misurare la felicità. Una formula (molto) semplice in cui la Felicità = Piacere – Dolore; ciò che era piacere (esempio, l’abilità, il potere) o dolore (privazione, imbarazzo, cattiva reputazione) era elencato in dettaglio in una lista. Se si voleva sapere se da una determinata azione si sarebbe tratto più piacere o dolore, bastava tirare fuori il catalogo e fare una semplice operazione.

Questo tentativo di razionalizzare la felicità ebbe una certa fortuna ma durò poco. Infatti, fu demolito poco dopo proprio dal suo allievo, pupillo e figlioccio John Stuart Mill che, a dispetto dell’apparente risultato favorevole derivante dal su citato catalogo, non era felice per nulla! Secondo Mill, la grossa lacuna della formula di Bentham stava nel fatto che il piacere è soggettivo. Inoltre, la felicità non la si poteva creare, non era il fine ultimo, bensì un “incontro casuale” dovuto al perseguimento di altri obiettivi.

L’idea della felicità come un diritto, quasi obbligo, ebbe conseguenze ambivalenti. Infatti, associò l’insufficiente prestigio sociale e potere economico al fallimento e quindi al sentirsi infelici. Questa è una delle ragioni che porterà il cofondatore della psicologia positiva Martin Seligman a rifiutare, o quantomeno evitare, il termine felicità perché troppo condizionato dallo status socio-economico che, per quanto importante, non è il solo contribuire alla felicità.

La felicità cambia paradigma

La novità introdotta da Seligman, ed altri, rappresenta un importante passaggio di paradigma che rompe definitivamente con le identità anteriori: “felicità = fortuna” e “felicità = status sociale elevato”. La vita è fatta di alti e bassi, gioie e dolori.

La Felicità va intesa come “vita prospera” (equivalente del greco eudaimonia di cui parla Aristotele nell’Etica Nicomachea), ove l’individuo accetta che la vita è fatta di gioie e dolori. Occorre che impari e pratichi il coraggio, la gratificazione non immediata e la compassione. L’idea della felicità come fato, status sociale o stato d’animo permanente è causa di frustrazioni. Essa, va ricondotta tra le emozioni per accettarne da una parte la temporaneità e, dall’altra, l’alternanza tra delusioni e soddisfazioni.

Seligman individua 3 tipi di “idea” di felicità. Queste sono:

  1. emozioni positive;
  2. esperienze ottimali;
  3. vita piena di significato.

Emozioni positive

Detta anche “hollywoodiana”, si basa sul fatto che più facciamo esperienza di emozioni positive più siamo felici. Ha tre inconvenienti:

  • il godere di esperienze positive è un tratto del carattere ereditabile (pesa al 50%);
  • è modificabile di poco ( 15-20%);
  • la persona si abitua subito alla felicità (inteso come effetto euforizzante) che progressivamente si attenua (es.: è stato visto studiato che i vincitori di somme di danaro hanno gradualmente visto scomparire l’euforia iniziale confusa con felicità).

Esperienze ottimali

Siamo felici quando esprimiamo il meglio di noi stessi in ciò che facciamo al punto di perdere il senso dello spazio e del tempo. E’ il cosiddetto stato di flow. Quando diciamo: “ero così preso che non mi sono reso conto di quanto tempo fosse trascorso” è un esempio di stato di flow. Gli elementi che lo caratterizzano sono:

  • concentrazione intensa;
  • sensazione di estasi;
  • obiettivi chiari;
  • senso di serenità;
  • distorsione del senso del tempo;
  • motivazione intrinseca;
  • bilanciamento tra sfida e capacità.

I tipici soggetti che fanno esperienza di flow sono gli artisti, i musicisti, gli sportivi, i creativi,… Come è possibile fare questa esperienza? Conoscendo i propri punti di forza, le proprie attitudini ed adattare la propria vita a questi.

Vita piena di significato

Siamo felici allorché diamo un senso alla nostra vita. Questo concetto è stato ben illustrato da Viktor Frankl, neurologo, psichiatra e filosofo austriaco, ritenuto il fondatore della logoterapia (definita anche la Terza scuola viennese di psicoterapia).

La tesi centrale è che ci si cura scoprendo il proprio significato dell’esistenza e dei suoi valori fondamentali. Si è felici se… le proprie qualità sono a disposizione di: a) un progetto di vita; b) coinvolgano qualcun’altro.

Come imparare la felicità

Michael Fordyce,  psicologo e ricercatore pioniere nel campo della misurazione della felicità, sviluppò il suo interesse per l’argomento sin dagli anni ’60. Durante un corso universitario chiese ai suoi studenti quale fosse la cosa più importante per loro; più del 50% rispose la felicità. Nonostante ciò, lo studioso constatò che la maggior parte di questi non comprendeva e/o non sapeva dare una definizione di felicità.

Per Fordyce, questa può essere vista come:

  1. umore (io sono di umore felice), si riferisce a come una persona si sente in un dato momento ed è quindi un emozione positiva di breve durata (in Seligman, “hollywoodiana”);
  2. sentimento globale (io sono una persona felice), comporta una valutazione del passato e della vita nella sua globalità (in Seligman, “esperienze ottimali” e “dare significato alla vita”).

Fordyce, integrando il suo lavoro con quello di altri, suggerisce che la felicità dipende da:

  • fattori genetici, per il 15%;
  • apprendimento durante l’infanzia, per il 35%;
  • fattori ambientali, per il 50%.

Ne deriva che la felicità non è un tratto stabile bensì soggetta a miglioramento nella maggior parte delle persone. Quindi, l’incremento della felicità passa attraverso la pratica della quotidianità. Imparare la felicità, si può! Come?

Per Fordyce esistono 14 punti che contraddistinguono le persone felici. Questi punti rappresentano aspetti di base, atteggiamenti e pensieri, che una persona può apprendere per essere più incline alla felicità. Per comodità, le distinguo in 3 macro aree: la Sfera del Fare, la Relazione con gli Altri, il Rapporto con Se stessi.

La Sfera del Fare

Essere attivi. Mantenersi quotidianamente più attivi permette di migliorare il livello di benessere. Investire le energie in attività coinvolgenti, accattivanti e piacevoli rende soddisfatti e di conseguenza più felici.

Organizzarsi meglio e pianificare le cose. Le persone felici sanno cosa – come – quando e perché fare. Il procrastinare, spesso si accompagna ad un senso di colpa per aver perso tempo, inducendo sentimenti di tristezza diffusa.

Essere più produttivi svolgendo attività che abbiano significato. L’impegno profuso, quando produttivo, genera soddisfazioni. Affinché ciò avvenga deve puntare ad attività significative; es.: un lavoro soddisfacente.

La Relazione con gli Altri

Sviluppare una personalità socievole. Siate socievoli. Oltre ad aumentare la probabilità di conoscere persone significative per la vostra vita, potete aumentare anche la probabilità di ricevere rinforzi positivi concedendovi la possibilità di essere disponibili e gentili con gli altri.

Passare più tempo socializzando. Le attività sociale rendono felici. Secondo la teoria del bersaglio, più le relazioni sono profonde e intime, maggiore è il loro impatto sulla felicità. Al contrario, se si sta soli.

I rapporti intimi sono la fonte principale di felicità. Le relazioni che si instaurano tra persone felici si fondano sul piacere, inteso come voglia di passare del buon tempo insieme. Proprio per la loro importanza le relazioni intime possono essere fonte di profonda infelicità.

Il Rapporto con Se stessi

Smettere di preoccuparsi. Secondo la teoria time-clock, più tempo sarà dedicato alle preoccupazioni meno si ha tempo per essere felici! Questa aumenta quando diminuiscono i pensieri negativi. Infatti, le persone felici si preoccupano molto meno della maggior parte della gente.

Ridimensionare le proprie aspettative e aspirazioni. Le persone felici rincorrono meno il successo, ma paradossalmente, ne hanno di più. La rincorsa del successo mette in stand-by l’essere felici rinviandolo al domani. È utile conoscere le proprie risorse e i propri limiti, in modo da domandare alla vita cosa si vuole e godere delle piccole cose.

Sviluppare pensieri ottimistici e positivi. L’ottimismo migliora le emozioni e innesca un circolo virtuoso. Se si pensa di poter realizzare qualcosa, si è anche invogliati a darsi da fare e questo comportamento aumenterà le probabilità di raggiungere ciò che si desidera.

Essere orientati sul presente. Per essere felici è sicuramente utile investire di più sul presente, dando valore ad ogni giorno e godendo delle opportunità quotidiane.

Lavorare a una sana personalità. Per avere una condizione di benessere può essere utile concentrarsi su alcuni principi che riportano alla cura di sé: Conosci te stesso -> Accetta te stesso -> Apprezza te stesso -> Aiuta te stesso -> Sii te stesso.

Essere se stessi. Mostrarsi per quello che si è, con i propri pregi e i propri difetti, offre la possibilità di piacere a qualcuno e di poter costruire una relazione su basi solide e non fatue.

Eliminare sentimenti negativi e problemi. Se accumulate pensieri negativi come la rabbia, il senso di colpa, il risentimento, tenderete a vivere una vita infelice, proprio come nella pentola a pressione: l’aumento della temperatura farà – prima o poi – scoppiare il coperchio.

Considerare la felicità la priorità numero 1! Se non date valore alla felicità come pensate di ottenerla? Il pensiero non è “non devo, non voglio essere triste“, ma “mi piacerebbe (meglio ancora, voglio) essere felice“!

Conclusioni

Imparare la felicità… si può! Può richiedere impegno ma non significa che sia impossibile. Tutti i giorni ci sono persone che potrebbero lamentarsi per la loro condizione ed invece fanno cose straordinarie. Per citarne alcuni: Bebe Vio, Alex Zanardi, Stephen Hawking.

Imparare la felicità è avere cura di sé. Ciò implica un lavoro etico su se stessi, fatto di pratiche quotidiane finalizzate a divenire “guardiani di sé” (Epitteto). Esempi di pratiche utili: tenuta di un taccuino per annotare riflessioni, citazioni che possano essere richiamati dalla coscienza ed utilizzati nel quotidiano. Non sempre il desiderio di cambiare (che sottende un desiderio di felicità) è sufficiente, talvolta occorre un supporto.

Tra questi, il coaching aiuta ad imparare la felicità. Il coach “allena” il cliente a prendersi cura di sé, attivando un circolo virtuoso che conduce ad una maggiore conoscenza di sé e consapevolezza. Infondendo autonomia, responsabilità e consapevolezza il coach aiuta il coahcee ad affrontare i problemi attuali e futuri contribuendo al suo apprendimento per una vita piena di significato.

PERCHE’ E’ IMPORTANTE AVERE UN PERCHE’?

Perché?

Perché è importante avere un perché? Agire in reazione a qualcosa (o qualcuno) piuttosto che in funzione di un risultato atteso e ben formulato, fa una grossa differenza nella TUA VITA.

Ti è mai capitato di voler costruire qualcosa, di riuscirci e poi di sentirti avvolto da un moto di insoddisfazione e frustrazione che ti fanno dubitare della tua scelta? Capita quando si agisce sull’impulso del momento, quello che ti fa innamorare della sfida (fondare un’impresa, perdere peso, prepararsi per la la maratona di New York,…) e che hai confuso per il tuo scopo.

Il primo passo: distinguere

Lo scopo e la sfida possono sembrare la stessa cosa ma non lo sono! Se la sfida punta a suscitare una reazione da parte di altre persone, lo scopo è il risultato a cui tendi, è il perché fai ciò che fai fondato su un ascolto attento delle tue motivazioni profonde.

Distinguere tra scopo e sfida evita possibili delusioni future. Lavori sodo a qualcosa per poi provare una sensazione di vuoto e, a quel punto, tenti di compensare con un impegno maggiore raccontandoti che così facendo raccoglierai a breve i frutti della tua fatica. Ma non è così!

Qual è il vero motivo (il tuo perché) che ti spinge a lavorare di più, ad andare in palestra, a seguire quel regime alimentare? Vuoi perdere peso per motivi di salute o perché sei coinvolto in una relazione malsana che ti rende insicuro?

Forse non ti rendi conto del fatto che resti a lavoro più a lungo per evitare di discutere con il partner ma tutti gli straordinari del mondo serviranno a poco perché stai perseguendo l’obiettivo sbagliato! Invece, impegnati a capire qual è il tuo perché profondo e ne trarrai profondi giovamenti.

Siamo spesso distratti dal flusso ininterrotto dei media che ci forniscono dei modelli a cui aspirare. Attratti dall’effimero del momento, spaventati dal vuoto nelle nostre agende e dalla potenziale solitudine, “assumiamo” impegni non in linea con i nostri propositi.

Il secondo passo: l’intenzionalità

Cosa significa condurre una vita guidata da un proposito? Il filoso David Bentley Hart definisce l’intenzionalità come “il potere fondamentale della mente di concentrarsi su qualcosa […]: un oggetto, un proposito o uno scopo ben precisi“. In altre parole, l’intenzionalità è il potere della mente di concentrarci verso ciò che reputi significativo e di agire per perseguire quello scopo.

Non puoi esser fedele a te stesso ed ai tuoi principi se non sai cosa vuoi e SOPRATTUTTO PERCHE’. Il processo richiede che coltivi costantemente la TUA CONSAPEVOLEZZA, presti attenzione a ciò che colpisce e risveglia il tuo INTERESSE. Man mano che individui le cose che ti attraggono, puoi iniziare a definire con precisione i tuoi desideri, in base a ciò che credi.

Quando CREDI in ciò che fai, smetti di agire come un automa. Diventi più innovativo, creativo e presente a te stesso. Oltre a fare di più, lo fai in modo intelligente perché metti il cuore e la mente in ciò che fai.

Conclusioni

Perché avere un perché è importante? Senza, difficilmente riusciresti ad attivare la motivazione intrinseca. Il PERCHE’ ti consente di stabilire la rotta migliore per la tua vita e significa, parafrasando Seneca, avere non solo il vento favorevole ma sapere dove si vuole andare.

COME ESSERE STOICI

Riscoprire la spiritualità dei classici per vivere una vita moderna

Come essere stoici non è un altro modo per dire “di stringere i denti”. Questa sarebbe una sintesi limitante se non fuorviante. Questo libro è un viaggio nel passato alla riscoperta della spiritualità dei classici per disporre di una bussola che, a dispetto dei secoli, è ancora in grado di svolgere bene il suo lavoro aiutandoci a ritrovare la rotta.

Tutte le volte che ci poniamo delle domande, dalla più banale (cosa mangio per pranzo?) alla più impegnativa (come posso essere felice?), ci stiamo chiedendo come possiamo condurre al meglio la nostra vita.

Se per domande quali “cosa posso mangiare a pranzo” la risposta solitamente non implica grandi strascichi emotivi, quando ci chiediamo come vivere in modo da massimizzare il proprio potenziale, le cose si complicano… e non poco!

Dove possiamo trovare risposte valide? L’autore, filosofo di professione, ci propone di non cercare le soluzioni nelle lontane tradizioni orientali bensì di trarre ispirazione dall’antica e più “vicina” filosofia stoica, che annovera tra i suoi seguaci: Epitteto, Seneca e Marco Aurelio.

Perché “essere stoici”? Ricorrendo alle sue fonti abbiamo la possibilità di trovare risposta ai dubbi che tormentano la nostra quotidianità, come, ad esempio l’ansia oppure come risollevarsi da una brutta esperienza.

I suoi 12 principi, che riportiamo nell’elenco che segue, costituiscono un vademecum per una vita saggia che consente di dare risposte a problemi quali la solitudine, la gestione delle emozioni (in particolare la rabbia), dare un senso alla nostra vita.

– Evitare reazioni affrettate
– Ricordarsi della transitorietà delle cose
– Scegliere obiettivi in nostro potere
– Essere virtuosi
– Prendersi un momento e respirare profondamente
– Mettere i problemi in prospettiva
– Parlare poco e bene
– Scegliere in modo accorto le proprie compagnie
– Rispondere agli insulti con l’umorismo
– Non parlare troppo di sé
– Parlare senza giudicare
– Riflettere sulla giornata appena trascorsa

Cosa potremmo imparare dallo stoicismo?
Un’atteggiamento mentale (si veda questo articolo) che ci cambierebbe la vita: agire sulla base di ciò che è realmente sotto il nostro controllo.
Come auspica una saggia preghiera stoica, «la serenità di accettare le cose che non possiamo cambiare, il coraggio di intervenire su quelle che possiamo cambiare, e la saggezza di distinguere le une dalle altre».

Un libro illuminante. Un utile strumento per ripensare se stessi e vivere un’esistenza in consapevolezza.

VIVERE IL PRESENTE PER CREARE OPPORTUNITA’

Il tempo ci appare come una clessidra incontrollabile: qualunque cosa facciamo, i granelli di sabbia scorrono inesorabili. Non possiamo agire sulla clessidra né accelerarla né tanto meno farla tornare indietro e questo, talvolta, è fonte di problemi, soprattutto perché è vivere nel presente che crea le opportunità!

Spesso abbiamo la tendenza a crogiolarci nei ricordi, a rimestare nel passato ma anche a proiettarci nel futuro ed immaginare cosa faremo o saremo domani. Tutto ciò è comprensibile. A una condizione però: che queste due tendenze non compromettano la qualità dell’attenzione e dell’agire nel momento presente.

Un buon rapporto con il tempo è essenziale per vivere bene. Tutti i saggi della storia ce lo ricordano: il presente è il solo momento creativo. Quando parlo dell’azione che si può (e deve) compiere nel presente non mi riferisco solo al lavoro ma anche a quei momenti di feconda pausa di riflessione. Taluni vivono male il presente perché sono tormentati dai ricordi del passato o, al contrario, paralizzati dal timore per l’avvenire.

I “lacci” del Passato

Integrare il passato non significa dimenticarlo. Tuttavia, è importante calmare le emozioni turbanti vissute in occasione dell’avvenimento che, se persistono rischiano di avere un impatto negativo sulla nostra vita. Integrare il passato significa ricordarsene ma senza rimuginare di continuo sui ricordi, belli o brutti che siano.

In particolare, dobbiamo prestare attenzione ai rimorsi. Tutti abbiamo commesso degli errori, rimpiangerli è legittimo, riconoscerli è fondamentale per non ricascarci ma un errore nel passato non può essere cancellato! Il rimorso (così come l’odio, il risentimento, il rancore) è un “veleno” che uccide più o meno lentamente, impedisce di mobilitare nel presente le energie necessarie a cambiare per offrire la nostra migliore versione.

Chi scrive non sottovaluta le ferite dovute a errori nostri e/o ingiustizie subite, inflitte. Tutti ci portiamo dei “pesi” ma con il tempo possiamo imparare a guarire per poter voltare pagina. Non è facile e spesso per riuscirci abbiamo bisogno di chieder aiuto per poterci riconciliare con il nostro passato e così vivere il presente per creare opportunità.

Boris Cyrulnik, (medico, etologo, neurologo e psichiatra francese) ha enfatizzato il concetto di resilienza. Un termine derivato dal latino resilio che significa “saltare all’indietro”; in altre parole, rimbalzare e resistere alla deformazione. La nozione è stata ripresa dalle scienze umane per designare la capacità del nostro spirito di ritrovare la “forma” dopo un trauma. La resilienza è il processo che permette di “metamorfosare” la sofferenza (Cyrulnik). E’ una delle leggi della vita: un trauma può divenire l’occasione per cercare dentro di sé risorse interiori più profonde, insospettate, per risalire la china. Con questo approccio mentale costruttivo il dolore da un senso al nostro presente: gli insuccessi passati divengono apprendimenti per i successi futuri.

I “timori” del Futuro

La facoltà di “intossicarci” la vita non è prerogativa solo del passato. Il futuro può essere non da meno! Tutti abbiamo una propensione a proiettarci in avanti che, di primo acchito, appare positiva. Questo può renderci felici finché sogniamo, sostiamo nel nostro immaginario al punto di trascurare il presente che è “il momento” in cui possiamo agire (se vuoi approfondire, leggi questo articolo). In altre parole, non facciamo nulla affinché questi sogni si avverino!

Sognare è importante ma è bene diffidare dei sogni che costituiscono una specie di surrogato del reale e possono impedirci di agire chiudendoci nella fantasia e cullandoci in dolci illusioni. Altre proiezioni possono condurre a un blocco: angoscia o ansia, per esempio. Ci sta preoccuparsi del domani, essere previdenti, soppesare gli ostacoli ma la cosa micidiale è la paura del futuro. La tendenza a vedere il tempo che verrà come disseminato di mine “anti successo” pronte a farci saltare alla prima occasione. Questa percezione può essere molto forte e renderci infelici nel presente

E’ il caso dello studente che prepara l’esame convinto di non farcela; l’innamorato convinto di essere respinto; il lavoratore certo che non avrà la promozione. Questo atteggiamento ha la conseguenza di impedire di trarre qualunque giovamento dal presente in quanto lo spirito è assorbito nella paura del domani (mentre per altri è “legato” ai rimorsi del passato).

Inoltre, il pensiero negativo (in proposito, si veda questo articolo) ha grosse probabilità di generare proprio l’evento temuto (vedi, sindrome di Cassandra). Siete certi di fallire il vostro obiettivo? A forza di sostenere ciò, vi comporterete in modo che questo si avveri. Il modo in cui si visualizza un evento futuro può influire sull’evento stesso. Se ci presentiamo ad un colloquio di lavoro dopo aver immaginato che questo si svolgerà nel migliore dei modi, saremo in condizione di esprimere la migliore versione di noi stessi.

Il potere del pensiero positivo è stato assimilato soprattutto nel mondo dello sport. Per questo, quasi tutti gli atleti di alto livello praticano tecniche di “visualizzazioni“: si vedono nell’atto di vincere ed è accertato che tale visione aumenta le probabilità di vittoria.

Concludendo, per costruire e godere appieno della nostra vita dobbiamo metterci nella condizione ideale. Come fare? Vivere il presente per creare opportunità. In questo ci possono venire in aiuto gli Stoici che avevano predicato come atteggiamento mentale quello che in greco si chiama presochè, ossia la concentrazione sul momento presente sciolto dai lacci del passato e dai timori per il futuro. Insistevano sul valore infinito del momento presente, hic et nunc, il “qui ed ora”, il solo su cui – ed in cui – possiamo agire. Solo l’istante presente ci consente di “cogliere l’attimo” per godere di una vita piena di opportunità.