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Distinguere i fatti dalle opinioni aiuta a creare opportunità

In epoca di post verità, distinguere tra fatto ed opinione appare futile invece è rilevante. L’opinione viene percepita e accettata come vera sulla base di emozioni e sensazioni, senza alcuna analisi della effettiva veridicità dei fatti raccontati.

Le interpretazioni che diamo alla realtà “risentono”  delle convinzioni che abbiamo della stessa. È come se la guardassimo attraverso un paio di lenti che ce la mostrano così come noi abbiamo scelto di vederla. 

 

Che giovamento può apportare alla nostra vita distinguere i fatti dalle opinioni? Prima di rispondere, facciamo un esperimento usando le frasi che seguono e distinguete quale tra loro è un FATTO o un OPINIONE:

  1. Giovanni ha cambiato casa 6 mesi fa ma ad oggi non mi ha ancora invitato a vederla
  2. La chiamerò poi
  3. Secondo me le sono simpatico!

Quando mi hanno proposto questo gioco, ho risposto che le frasi 1 e 2 erano fatti mentre la 3 era un’opinione. E voi, come rispondereste? Prima, ricordiamo brevemente il significato di FATTI ed OPINIONI

I fatti sono avvenimenti, azioni, fenomeni, ciò che si compie o si è compiuto. Sono descrizione di qualcosa che è successo, è un dato oggettivo. La frase “è un dato di fatto” si usa proprio in questo caso. Il fatto è una cosa certa, definita, chiara, condivisa, comprensibile da tutti allo stesso modo. I fatti possono essere VERI o FALSI. Affermare: “Tosca è nata il 28 novembre” ci impegna a fornire le prove di quanto stiamo dicendo (ad esempio, mostrando la carta d’identità).

Le opinioni, al contrario del “dato di fatto”, sono punti di vista personale. Sono influenzate dal mio vissuto. Vengono dal passato, si pronunciano nel presente e aprono o chiudono possibilità per il futuro. Le opinioni sono la formulazione delle nostre credenze, si basano su esperienze e generalizzazioni che sono state fatte posteriormente all’esperienza vissuta. Le opinioni possono essere FONDATE o INFONDATE.

Dopo questo breve excursus, veniamo alle risposte del gioco di cui sopra. Nessuna delle 3 frasi è un fatto!

  1. Giovanni ha cambiato casa 6 mesi fa ma ad oggi non mi ha ancora invitato a vederla.

La linea tra fatto ed opinione è sottile ed il campanello di allarme è l’avverbio di tempo “oggi”. Presuppone l’esistenza di un “tempo giusto” in cui Giovanni avrebbe dovuto chiamarmi e ciò non è reale. Oltretutto, potrebbe anche essere successo che Giovanni mi ha cercato mentre ero via o non letto la sua e-mail; dunque, questa frase è sicuramente una mia opinione.

2. La chiamerò poi.

Questo enunciato è fortemente legato al parlante. Anche qui, l’avverbio di tempo “poi” è un allarme del soggettivismo della frase. Il “poi” è legato ad un tempo preso in considerazione che è del parlante e non di altri.

3. Secondo me le sono simpatico.

Questa frase rappresenta palesemente l’opinione di qualcuno su un’altra persona. La soggettività è introdotta dal “secondo me” che ne svela chiaramente la connotazione.

Quindi, perché è così importante distinguere un FATTO da un’ OPINIONE? Se il mio collega mi ha risposto male ed esco dall’ufficio sbattendo la porta, lo faccio non per il tono o le parole del mio collega bensì perché non mi sono sentito rispettato, ascoltato. Se interpreto che i suoi modi sono condizionati dal fatto che si sta separando dalla moglie… probabilmente uscirò senza sbattere la porta e con maggiore compassione nei suoi confronti. Il fatto non si può cambiare ma l’opinione sì. Sappiamo che le azioni scaturiscono dalle opinioni e non dai fatti: cambiando opinione, cambio azione e se lo faccio apro possibilità per il mio futuro. Ecco perché questa distinzione è da tenere bene a mente prima di agire.

 

 

Vittima o Responsabile? Costi e benefici.

Una delle abitudini più radicate nell’essere umano è vedersi come vittima delle circostanze mai come responsabile. Abbiamo la tendenza a non considerarci parte del problema e a cercare la causa in “altri o altrove” ma non in noi. Cerchiamo il capro espiatorio per scaricare la nostra rabbia, frustrazione, e liberarci dalla tensione fonte di sospetto che, quanto accaduto, sia dipeso anche (o solo) da noi. In questo articolo spiegherò brevemente che beneficio (?) abbiamo da fare le vittime, quali opportunità offre questa distinzione linguistica e perché è bene essere responsabili.

Qual è il vantaggio di cercare nell’altro o altrove la colpa? Perché così facendo evitiamo il giudizio morale che si associa al concetto di colpevolezza; al dichiararci non colpevoli stiamo dicendo che siamo innocenti, che quanto fatto è stato con le migliori intenzioni. Il problema è che tutti tendiamo a fare così con il risultato che, alla fine, il colpevole è sempre un altro. Così facendo appariamo come la vittima di molte delle situazioni che viviamo e tutti convengono che la vittima è l’elemento debole, quello che merita l’attenzione e la simpatia degli altri, quello che suscita compassione e che dovrebbe esser tutelato.

Incontrare colpevoli è facile, fa parte delle capacità di cui siamo forniti per costruire spiegazioni che giustifichino il nostro comportamento. Le giustificazioni hanno molti vantaggi apparenti: riducono la tensione, trovano il colpevole altrove, esimono da responsabilità e ci fanno risparmiare il lavoro di farci una seria analisi di coscienza.

Nonostante ciò, le giustificazioni hanno anche degli inconvenienti che non sempre si colgono nell’immediato perché quando cerchiamo la colpa “nell’altro o altrove” l’azione a cui sovente si ricorre è la lamentela. La parola colpevole richiama il giudizio morale ben sintetizzato dalla dicotomia bene – male che ci rende difficile accettare il nostro coinvolgimento. La parola responsabilità, invece, ha un peso decisamente minore e farci delle domande partendo da una o dall’alta parola (colpevole o  responsabile) cambia molto.

Per capirci meglio, un esempio da una sessione di coaching: Bruna lavorava come avvocato già da 12 anni presso lo studio di Franco, un avvocato civilista molto appassionato del suo lavoro. Bruna apprezzava la gestione di Franco che le lasciava tempo per la famiglia ma restava poco convinta della sua professione: lavorava part-time, non amava andare in aula e di fatto svolgeva un compito di segretaria. Con il tempo, il rapporto tra i due si era deteriorato; Franco era percepito da Bruna sempre meno una persona di famiglia e sempre più come un capo distante, freddo, poco comunicativo.

Era convinta che ciò fosse dovuto all’ingresso di un nuovo membro nello staff, un giovane avvocato appassionato e volenteroso di mettersi alla prova che, nel giro di un semestre, era divenuto il collaboratore di fiducia di Franco. Lamentava sempre più spesso, con amici e colleghi, una distanza tra lei ed il suo capo e l’unica spiegazione che si dava era la presenza  del nuovo collega.

Nell’invitare Bruna a cercare un altra spiegazione al comportamento di Franco, la risposta iniziale fu che non ve ne era. Poi, riflettendo, pensò che Franco potesse avere le risposte e a lei sarebbe stato sufficiente avere un incontro. La posizione iniziale di Bruna era di vittima innocente ma, parlando con Franco, era emerso il suo contribuito al deterioramento della relazione avendo rifiutato con forza di crescere come avvocato, assumendo nuove responsabilità (ricordate, non amava andare in aula).

La conversazione fu utile per entrambi: Franco capì che le sue aspettative erano andate disattese ma non si era mai premurato di farle delle richieste chiare; invece Bruna fu consapevole che la sua “scarsa passione”avevano condizionato le sue prestazioni commettendo errori che avevano pregiudicato il lavoro dello studio. Bruna non solo fu consapevole delle sue responsabilità ma riflettette su qualcosa che aveva rimandato da tempo: cambiare professione, fonte di ansia e frustrazione.

Quali opportunità offre questa distinzione linguistica? Ci aiuta a vedere le cose da due punti di vista diversi: quella della VITTIMA e del RESPONSABILE. Nel caso del punto di vista della vittima, entrambi le parti si sentiranno innocenti e riterranno l’altro/a il colpevole. Se invece la vediamo dal punto di vista dell’assunzione di responsabilità, allora entrambi potranno ammettere di aver contribuito al deterioramento della relazione (Franco aveva aspettative che non ha mai esplicitato, Bruna non voleva fare l’avvocato ma non si decideva a cambiare lavoro). E’ bene chiarire che quando parliamo di responsabilità non siamo interessati a “colpevolizzare” qualcuno. Quello che veramente ci interessa è se siamo in grado di guardare le cose da un altro punto di vista perché allora incontreremo nuove possibilità di azione che prima non vedevamo.

E questo ci introduce al perché è bene essere responsabili. Per agire è necessario essere responsabili. Responsabilità vuol dire abilità a rispondere. Se ciò che mi succede è causato da altri o altro, le mie possibilità di azione sono limitate o nulle. La trappola è che attribuendo la causa “al di fuori di noi” finiamo per ridurre o annullare qualunque possibilità di intervenire e risolvere il problema.Quando qualcuno si colloca nella posizione di vittima, si situa in un posto in cui non è responsabile, gli consente di giustificarsi con frasi del tipo: “non posso fare niente per cambiare”. La posizione di vittima è inefficace, non consente di intraprendere azioni che cambino in meglio la nostra vita. Questo modo di percepire la realtà toglie POTERE alla persona perché ne limita le possibilità di azione; al contrario, farsi carico del problema la aiuta a trovare soluzioni e a rendersene responsabile.

Sogno o Visione?

Tra il sogno e la visione c’è di mezzo l’azione. Potrebbe sembrare uno slogan, e forse lo è, di certo sogno e visione non sono sinonimi e il diverso significato che attribuiamo loro produce effetti molto diversi nella nostra vita. Allo stesso tempo,  sembra esserci una complementarietà tra i due termini. Il sogno è una meta senza percorso, attore e pianificazione. La visione ha un cammino, almeno un  protagonista ed un piano d’azione “sostenuto” da un sogno.

Molti conoscono il detto “Sognare non costa niente!”, meno sono quelli che comprendono che sognare non è sufficiente affinché si producano dei cambiamenti nella nostra vita. La visione è importante per la capacità di farci entrare in azione una volta che ci “compromettiamo” con ciò che desideriamo. L’idea che il sogno sia sufficiente a generare un qualche beneficio nella nostra vita è la trappola in cui cadono alcune persone. Altre, sebbene coscienti di fare i “sognatori professionisti” , indugiano in questo stato perché impegnarsi a fare qualcosa di nuovo sarebbe troppo impegnativo,  “scomodo”. Pochi osano, si danno una visione ed ottengono ciò a cui aspirano.

Quando sogniamo, fantastichiamo su come potrebbe essere la nostra vita al verificarsi di un certo evento o situazione. Sognare è sicuramente piacevole, potrebbe essere utile ma è inconcludente se non seguono azioni per il raggiungimento di quello che desideriamo. Il sogno non comporta impegno: ci risparmia i costi ma non da nemmeno benefici.

Le distinzioni linguistiche sono utili  perché consentono di ampliare lo sguardo sulla realtà e modificare l’azione. Quanto qui si propone è la distinzione tra sogno e visione, ove quest’ultima è innescata da un’idea ma seguita da un’azione volta a renderla realtà, a concretizzarla. A questo punto potremmo chiederci: “come sapere se quello che sentiamo è un sogno o una visione?” La visione c’è quando sentiamo la spinta a fare qualcosa e ci mettiamo all’opera per conseguirla.

I sogni senza visione hanno un comune denominatore: ciò che sarebbe potuto essere e non è stato. Il sognatore si da molte giustificazioni per non agire ed il suo sogno rimane nell’etere. Dice a se stesso che non è responsabile e che la mancata realizzazione va ricercata altrove: nelle circostanze sfavorevoli, nella crisi economica, nel capo ufficio che lo ha in antipatia… e avanti di questo passo. La visione implica mettersi in gioco ed agire coerentemente, anche quando i costi per uscire dalla zona di comfort possono essere importanti.

Ogni vota che ci giustifichiamo per quanto non abbiamo fatto, ci stiamo dando una scusa per non impegnarci: “mi sarebbe piaciuto lavorare all’estero ma non conosco le lingue”; “ero bravo a disegnare ed avrei voluto fare l’Accademia delle Belle Arti… ma poi di che vivevo?”; “se fossi magra avrei una vita sociale più ricca”; “non amo il mio lavoro ma c’è crisi, quindi inutile cercare”. Queste riflessioni sono le premesse dell’insuccesso, ossia del non far accadere ciò che desideriamo, sogniamo. Convinciamo noi stessi che non vale la pena darsi da fare, che non cambierà nulla comunque, viviamo nella lamentela continua perché non abbiamo ciò che vorremmo ma non ci fermiamo a riflettere che è la nostra attitudine a far venire meno qualsiasi possibilità.

Quando non sappiamo distinguere tra sogno e visione è facile che avremo più difficoltà a costruirci una vita coerente con le nostre aspirazioni. Ci guarderemo intorno e quando vedremo altri aver realizzato i propri sogni li invidieremo e/o attribuiremo il loro successo alla fortuna senza tener conto del loro coraggio ed impegno.

L’utilità di questa distinzione linguistica (sogno / visione) è che aiuta il coachee (cliente) a prendere coscienza di ciò che vuole, individuare gli ostacoli da superare, disegnare un piano d’azione e porlo in essere per raggiungere i suoi obiettivi. In un siffatto contesto, le domande che ci si pone sono: “quali sono i miei obiettivi?”; “quali costi sono disposto a sostenere e quali benefici conseguirò?”; “che valori sono importanti per me?”

Sappiamo che la vita pone ostacoli, talvolta difficili, da superare che possono farci rinunciare a quello che desideriamo. Nonostante ciò, è frequente riscontrare nelle sessioni di coaching che la rinuncia è dovuta più ai limiti che ci poniamo che non agli ostacoli che incontriamo.

Concludo con una riflessione apparentemente contraddittoria. Credo che la cosa importante non sia tanto raggiungere la meta, l’obiettivo bensì il cammino che percorriamo ed il modo in cui lo viviamo per andare verso ciò che desideriamo. La visione è utile perché ci da una direzione, ciò non toglie che lungo il percorso possiamo fare “nuove conoscenze” che arricchiscano il nostro punto di vista e modifichino, o finanche cambino, la nostra visione iniziale. Nulla di preoccupante: nel tempo i bisogni e le priorità si possono modificare e comunque continuare a contribuire ad ottimizzare la nostra performance per crearci una vita piena di soddisfazioni. La visione è al nostro servizio, è il sentiero che ci conduce fuori dalla nostra zona di comfort e ci apre a nuovi apprendimenti al fine di condurre una vita coerente con i nostri sogni.

 

Il potere delle distinzioni linguistiche

Perché la distinzione linguistica è potente? Perché amplia le possibilità di scelta dell’osservatore offrendogli l’opportunità di agire in modo diverso per raggiungere i suoi obiettivi.

Il titolo suggerisce un’idea che può essere percepita come provocatoria ma ha un fondo di verità: il linguaggio non è “innocente”. Le parole che utilizziamo racchiudono un’enorme forza che possiamo utilizzare a nostro pro o contro. Il “come” conversiamo (con noi stessi e con gli altri) condiziona i risultati che otteniamo. Dal mattino alla sera, passiamo molto tempo a conversare e questo indipendentemente dall’età e dal lavoro. Visto ciò, ci sembra – oltre che interessante – utile porre attenzione, cura, al “cosa e come” conversiamo affinché acquisiamo abitudini volte a massimizzare il nostro potenziale.

La distinzione linguistica è potente perché offre l’opportunità di dare, a cose e situazioni, nomi diversi. E’ un vantaggio che ci interessa molto perché quando distinguiamo apprendiamo qualcosa di nuovo che amplia il nostro punto di vista tanto da farci agire in altro modo.

Un esempio utile in tal senso ci viene dalla scienza. Oggi siamo in grado di distinguere cellula, molecola, atomo grazie ad una strumentazione che ci ha permesso di osservare una parte della realtà che è sempre stata sotto i nostri occhi però non potevamo vederla. Nel mondo del lavoro non è diverso. In ogni ambito si è affermato un linguaggio che distingue per essere maggiormente efficaci. Ad esempio, un avvocato distingue tra dolo e colpa, un progettista sociale tra obiettivo/ generale/i e specifico e così via.

Un secondo aspetto da sottolineare, è che solo siamo capaci di osservare quello che possiamo distinguere linguisticamente. Detto in altro modo, non possiamo distinguere ciò che non conosciamo.Una persona degli inizi del secolo scorso, posta di fronte ad un computer portatile probabilmente sarebbe in grado di descriverlo come oggetto composto di differente materiale (metallo, plastica, cristalli,…) ma mancherebbe delle distinzioni necessarie per nominarlo e ancor meno per farlo funzionare.

Il coaching aiuta le persone ad ampliare il proprio punto di vista, a cercare nuove forme per osservare la realtà per incontrare nuove opzioni che prima non si vedevano. Per questo utilizziamo le distinzioni come strumenti. Lavoriamo con parole che le persone utilizzano abitualmente con una determinata interpretazione e la recuperiamo per  darle una nuova visione, una nuova sfumatura che favorisce la riflessione, il cambio di prospettiva ed infine l’azione.

Le distinzioni non sono qualcosa di statico. L’importante non è l’interpretazione che diamo alla parola bensì le nuove possibilità che ci offrono; ad esempio: agire in modo diverso rispetto al passato e scoprire che questo ci conviene.

Prima di concludere, alcune precisazioni: 1. differenza tra conoscere e distinguere; 2. correlazione tra osservatore e distinzione.

  1. Chi conosce qualcosa può intenderlo razionalmente e comunque viverlo come qualcosa di estraneo a sé. Ad esempio, molti di noi conoscono  che la qualità del vino dipende da un lavoro costante, scelte ben definite, qualità del terreno ma anche da fattori indipendenti dalla volontà dell’uomo come il clima. Tuttavia, solo i più esperti sono capaci di distinguere, attraverso la degustazione, il profumo e l’aroma dei vini così come le annate.
  2. In secondo luogo, chi distingue è sempre un osservatore “parziale” che vede il mondo con le proprie lenti frutto di esperienze e credenze. E’ impossibile separare l’oggetto dall’osservatore: la distinzione risente della “lente” (più o meno a fuoco) con cui si guarda l’oggetto. Se la percezione della realtà è soggettiva, allora dobbiamo accettare la possibilità che esistano tante interpretazioni quanti sono gli osservatori e che tutte siano legittime.

Tutti possono beneficare dell’apprendimento di nuove abilità a conversare. Nel lavoro come nelle relazioni personali, lo sviluppo di questa abilità facilita chiarezza di idee, una migliore comunicazione, una qualità della vita superiore.

 

LA PAURA COME STRUMENTO DI TRASFORMAZIONE PERSONALE

Tutti noi abbiamo il potere di trasformare i nostri pensieri, le nostre emozioni, paradigmi ma non sempre lo facciamo. Veniamo “spinti” verso la trasformazione quando la vita ci obbliga a farlo, come ad esempio un lutto o nuove responsabilità sul lavoro.

La trasformazione richiede:

  1. una certa “apertura” a leggere gli eventi e cogliere le opportunità;
  2. scelta.

Chi decide di intraprendere un cammino per luoghi sconosciuti, non ha la certezza di ciò che troverà e non potrà dirsi migliore o peggiore rispetto a chi rimane comodamente sul sofà di casa: a ciascuno andrà il frutto delle proprie ricerche che daranno soddisfazione se risponderanno a ciò che la persona cercava.

Sovente tendiamo ad evitare la trasformazione, reagendo anche in malo modo, pur di non mettere in discussione ciò in cui crediamo e restare a nostro agio nella zona di comfort. Al di là di questa c’è un nuovo modo di pensare ed agire che potrebbe aprirci nuove opportunità ma per farlo dobbiamo varcare la frontiera delle nostre paure. 

La paura è il principale freno alla nostra crescita. Impegnarsi in una nuova attività implica metterci a rischio di fare brutte figure, sentirci insicuri.

Riconoscere le proprie paure è importante affinché si possano metterle in discussione. Cambiamenti anche semplici, nella vita privata come sul lavoro, richiedono alle persone di abbandonare il certo per l’incerto, l’agio per il disagio, il conosciuto per l’apprendimento.

L’emozione che spesso si registra è la paura, che prende forma di resistenza e che si esplicita in ostilità, aggressività, rifiuto. Oppure, mascherata da modi più “diplomatici” che sembrano accettare la novità ma a cui segue inazione, sabotaggio, dimenticanza.

Far luce su ciò che fa paura ci rende consapevoli e responsabili degli ostacoli alla trasformazione e del loro superamento.

 

COSTRUIRE LA STABILITA’

A differenza degli animali che sono programmati per attenersi ai comportamenti delle loro specie, le persone hanno un potere straordinario: la consapevolezza. Questa ci consente di non essere così indifesi dagli eventi avversi. Possiamo fermarci e pensare, chiarire le nostre priorità, riflettere sulle nostre alternative, elaborare una strategia. 

La consapevolezza non è qualcosa che dobbiamo guadagnarci perché l’abbiamo già, dobbiamo “soltanto” esercitarla. Nonostante ciò, quante volte affrontiamo situazioni stressanti agitandoci impotenti invece di usare i nostri poteri derivanti dalla consapevolezza?

Sovente ci limitiamo assecondando i condizionamenti culturali che arrivano dalla famiglia, dagli amici e dalla società. Questi, possono interferire con la nostra capacità di vedere le cose per quelle che sono rendendoci la vita molto meno piacevole. Quindi, come possiamo usare le nostre abilità critiche in modo non stressante? Attraverso 3 pilasti, che sono:

  • consapevolezza;
  • scelta
  • fiducia.

 

Consapevolezza.

E’ un faro che illumina. E’ per sua natura acritica, ossia rivela ciò che sta accadendo “qui ed ora”. Ad esempio, se vi chiedessi di diventare più consapevoli del modo in cui siete seduti (o in piedi, fa lo stesso) mentre leggete queste righe è probabile che facciate piccole modifiche nella postura se questa non vi soddisfa. La focalizzazione della consapevolezza è chiamata attenzione. Consente di divenire più consci di qualsiasi cosa sia presente nella direzione verso cui prestate attenzione.

Dove mettiamo l’attenzione fa la differenza; ci sono molti punti ma il posto migliore, per evitare dispersioni, sono le variabili critiche di quella situazione. Una variabile critica è qualcosa che se cambiato consente di raggiungere il risultato atteso. In breve, se vi centrate sulle variabili critiche riuscite a muovervi in sintonia con il vostro obiettivo. Le variabili possono essere esterne o interne. Quest’ultime sono quelle più potenti su cui focalizzare l’attenzione. Esempi di variabili interne sono l’atteggiamento, la speranza, le intenzioni.

Concentrasi sulle variabili critiche reca due benefici importanti:

  1. vi mantiene concentrati sul presente dandovi informazioni su cosa necessitate per muovervi nella direzione desiderata;
  2. non lascia spazio alla interferenza su cosa potrebbe accadere nel futuro e/o cosa è accaduto nel passato.

Se volete cambiare qualcosa, prima dovete aumentare la vostra consapevolezza di dove siete, di ciò che accade in voi ed intorno a voi.

Scelta

Essere consapevoli è una scelta.  Avete la possibilità di comportarvi come gli struzzi che nascondono la testa di fronte al pericolo. Spesso questo atteggiamento si basa su paure o giudizi. La consapevolezza acritica vi da la forza di affrontare la paura e di darle il giusto peso. Togliendosi gli occhiali del giudizio è più facile vedere la realtà che abbiamo di fronte. Ciò non vuol dire che la realtà non possa essere dura e il conflitto molto duro ma è proprio da questi traumi che apprendiamo di più, su di noi. Quando la scelta è consapevole? Quando vi accorgete di averla. La sfida è esercitare la propria consapevolezza; l’alternativa, è affrontare le giornate ignari delle scelte che state facendo, della loro origine e conseguenze. L’esercizio alla scelta consapevole ha un grande beneficio: si impara dagli errori. Se sono inconsapevole, ci faremo l’idea che quanto mi accade … è indipendente da noi e finiamo per subirne le conseguenze.

Le scelte inconsapevoli sono destabilizzanti mentre quelle consapevoli accrescono la nostra stabilità. Avere un regime alimentare che ci proietta verso seri problemi cardiocircolatori (le cui avvisaglie sono precedute ed accompagnate da peso eccessivo, pressione alta, colesterolo,…) è una scelta, consapevole o inconsapevole ma pur sempre una scelta. Ma su cosa basiamo le nostre scelte? Ci sono varie correnti: qualcuno dice sulla ragione, altri sul sentimento altri ancora sulla intuizione. Alcuni ignorano che le scelte derivano da desideri che possono essere percepiti. Il ricordo del proprio scopo è un grande stabilizzatore. Sapere e ricordare cosa volete restando fedeli a voi stessi consente un rapporto più stabile. Ignorare ciò che volete veramente per accontentare gli altri, o semplicemente scegliere cosa è conveniente, indebolisce la vostra stabilità.

 

Fiducia

Se non vi fidate della vostra capacità di esser consapevoli o di fare scelte consapevoli, resterete bloccati. La fiducia nelle proprie risorse, interne ed esterne, è conditio sine qua non per muoversi verso il proprio risultato atteso. Attenti! La fiducia non è una virtù; virtuoso è fidarsi di ciò che merita fiducia. Mi potreste dire: “ok, ma come faccio a sapere ciò che è degno di fiducia”? Prendete spunto dalla fiducia che i bambini hanno in sé di apprendere: cadono ma poi si rialzano per riprendere a camminare finché quest’azione non sarà per loro del tutto naturale. Fidarci di noi stessi, in fondo, è qualcosa che facciamo quotidianamente molto più di quanto immaginiamo. Ad esempio, ci fidiamo sul funzionamento del nostro cuore e dei nostri polmoni perché abbiamo una capacità innata a fidarci del fatto che funzionino correttamente salvo qualcosa non lo ostacoli. E’ forse questa la cosa più difficile da far passare: che possiamo davvero fidarci di noi stessi per funzionare in modo produttivo e con successo.

Una volta che vi fidate di possedere le risorse interiori per superare lo stress, quella fiducia diventa la base della vostra stabilità.

LA CENTRALITA’ DEL COACHING NELLE ORGANIZZAZIONI

“Le persone fanno la differenza” non è un’espressione che ci giunge nuova;  lo sentiamo e leggiamo spesso. Altra cosa è che questa affermazione vada al di la dello #slogan e trovi applicazione diffusa nelle organizzazioni

Tra le tante variabili che influiscono sul funzionamento di un’organizzazione (sia essa un ente pubblico, un’organizzazione profit o no profit), quella delle risorse umane sembra essere la discriminante chiave per il successo. Sono le persone ad interpretare e mettere in pratica i modelli organizzativi. Un’impresa può adottare gli strumenti più moderni e raffinati in termini di project management, può costruire strategie sofisticate, descrivere nel dettaglio i processi interni ma poi a concretizzare il tutto sono gli individui.

Sono le persone a disegnare e realizzare i progetti, ad innovare, a soddisfare il cliente, a fare efficienza. Se ne può derivare un assioma: strumenti, processi, tecnologia sono sostituibili, le persone molto meno.

Semplificando, le persone che fanno la differenza hanno alcune caratteristiche tra cui non mancano:

– Competenza

– Apprendimento;

– Motivazione;

– Prestazione.

Per competenza si può intendere il processo di conoscenze, capacità, coerenti con il proprio ruolo. Apprendimento è ciò che ci consente di mantenerci competenti o di divenirlo in altre mansioni. Per motivazione si può far riferimento alla voglia di fare, apprendere per crescere e migliorarsi: è il carburante che genera impegno nel compito. La prestazione è, dal mio punto di vista, andare oltre la mera esecuzione del proprio compito, è l’espressione del proprio potenziale che implica l’assunzione di responsabilità di un’azione sentita come propria, voluta e non solo dovuta come conseguenza di un corrispettivo.

Le caratteristiche di cui sopra sono interconnesse; infatti, una persona motivata è più  desiderosa di crescere professionalmente, di acquisire nuove conoscenze,  uscire dalla sua zona di comfort  per esplorare nuove soluzioni in modo responsabile. Tutte, sono necessarie per il successo dell’organizzazione.

Una persona “solo” competente ma poco motivata si limita a fare lo stretto necessario, non dà quel valore aggiunto che pure è presente nelle sue potenzialità; per un’impresa, avere persone con queste caratteristiche può essere equiparato all’avere un impianto con potenzialità sfruttate in minima parte. Allo stesso modo, una persona solo motivata ma priva delle competenze necessarie per l’esercizio del suo ruolo rischia, in alcuni casi, di essere deleteria. In questo caso c’è molta voglia di fare ma non ci sono saperi e capacità all’altezza del compito, con il rischio di scivolare nell’improvvisazione o, peggio, nel pressappochismo. Questa situazione è bene esemplificata da alcune organizzazioni del Terzo settore che gestiscono centri di ascolto sul territorio e le persone addette a questa mansione sono estremamente volenterose ma poco preparate per il compito che devono svolgere: il rischio di far danni agli utenti e all’operatore sono alti.

La centralità della persona ed il porre l’accento sulle 4 caratteristiche su indicate, rappresenta una visione ben precisa della direzione verso cui andare per avere successo nella propria organizzazione. La gestione del personale assume una valenza strategica, da esse ci si attende un presidio ed un governo forte dei processi di crescita e sviluppo professionale.

In questo scenario, il ruolo dei responsabili è centrale. Si profila un ruolo sempre meno “dirigistico” e sempre più di “facilitatore” dello sviluppo di competenze, motivazioni, apprendimento e prestazioni; in una parola: Coach. Questa attività  (coaching) richiede competenze che sono prevalentemente di natura relazionale. Le difficoltà che i responsabili incontrano nelle loro attività quotidiane rispetto a questa attività sono svariate e le criticità di ruolo segnalate dagli stessi sono quasi sempre riconducibili a problematiche di natura relazionale.

L’affanno del responsabile è quella di relazionarsi, comunicare, gestire le differenze e i conflitti. Però far crescere le persone richiede esattamente queste capacità: stabilire, mantenere e gestire le criticità, gli inevitabili conflitti, le lamentele, le frustrazioni e le insoddisfazioni. E’ in questa direzione che i responsabili devono crescere. E il coaching è un valido strumento per affrontare le criticità delle organizzazioni.

PRESSIONE versus SFIDA

Ritenere che lo stress sia causato da agenti esterni a noi è limitante oltre che fuorviante. Si rischia di rimanere impaludati in questo stato e di venirne fuori – forse – a fatica. Cosa fare? IN primo luogo, considerare la nostra responsabilità nella creazione dello stress, ed esser più consapevoli delle parole con cui ci approcciamo alla vita. Tra queste, pressione e sfida.

Un buon esempio di “pressione” e dipendenza dallo stress e l’espeirenza fatta con un mio coachee mesi fa Questi, grazie all’interessamento di amici, prese con poca convinzione un appuntamento per una sessione di prova. Dal colloquio era emerso che soffriva di alcuni sintomi (mal di testa, dolori addominali,…) ma che dagli esami fatti il medico non trovava nullo di anomalo. La cosa in parte lo rassicurava ma dall’altra lo gettava nello sconforto perché incapace di individuare l’origine di questi disturbi che stavano progressivamente mettendo a dura prova la sua vita. Non essendo compito di un coach trattare problematiche mediche, esplorammo altri campi che potevano essere all’origine del disturbo e della conseguente scarsa qualità della vita, professionale e privata. Come molti professionisti, il coachee considerava lo stress come “corredo obbligatorio” del perfetto consulente. Le molte ore trascorse a cercare e soddisfare i clienti era impegnativo e comportava alti e bassi. La resistenza del coachee a lasciar andare lo stress era tale da metter in secondo piano gli effetti deleteri che questo, nel tempo, avrebbe potuto avere sulla sua salute prima ancora che sulla propria performance.Con il tempo, il coachee si è convinse che lo stress non era un corredo indispensabile, che si poteva dire anche di no,  divenne più aperto all’apprendimento facendo proprie alcune distinzioni linguistiche come “esigenza ed eccellenza”  o “pressione e sfida” e comprovò che ci donano maggior consapevolezza (chi sono, cosa voglio veramente, dove voglio andare,…).

La credenza secondo cui essere “adrenalinici” è sinonimo di chi si impegna a lavoro è una narrazione che ancora fa proseliti ma non per questo smette di generare problemi. Il corpo umano non è programmato per sopportare a lungo lo stress. Questo è un meccanismo naturale, la risposta fisiologica in situazione in cui viene messa in discussione la nostra sopravvivenza. Quando lo stress è attivato crea uno squilibrio chimico che se non viene ripristinato compromette il benessere dell’individuo.

Che differente approccio alla vita implica l’uso di parole come pressione e sfida? Quando sento di avere una sfida da affrontare che accetto come un compito che voglio svolgere al meglio, di solito non sono stressato, eppure sono all’altezza della situazione: sono lucido ed ho accesso alle mie capacità. La pressione, sebbene sia percepita dentro di noi, sembra qualcosa che ci schiaccia dall’esterno. Essere esigenti con noi stessi per rispondere alle aspettative altrui ha sostituito la nostra motivazione all’eccellenza. Con la pressione arriva la paura di fallire. Accettando la sfida arriva la concentrazione, la lucidità e la capacità di ricorrere al proprio meglio.Entrambi ci mettono in uno stato di attenzione ma una sfida accettata, sebbene non esente da “spigolosità”, non inficia come lo stress sul nostro benessere.

ICF Italia – XV Conferenza nazionale 17-18 settembre 2018, Torino

Team organizzativo

Un’esperienza interessante ed utile. Ascoltare, confrontarsi trovo che sia un grande occasione di crescita per chi vuole migliorare nel mestiere di Coach,e non solo.

Il tema di quest’anno era il coaching nell’era 4.0. Un tema non semplice e neppure rinviabile; questa, come altre professioni ha l’obbligo di stare al passo con i tempi e – senza confondere il mezzo con il fine – adoperarsi per usare al meglio ciò che la tecnologia offre.

L’incontro con Damian Goldvarg e gli altri relatori ha confermato quanto penso e su ho esposto. L’uso di nuovi strumenti non inficia (e se lo facesse, bisognerebbe porre rimedio) il fine del coaching: una partnership con i clienti che, attraverso un processo creativo, stimola la riflessione, inspirandoli a massimizzare il proprio potenziale personale e professionale.

con Damian Goldvarg

I clienti entrano in un rapporto di coaching sviluppano nuove prospettive rispetto a sfide ed opportunità, migliorano la propria capacità decisionale, aumentano l’efficacia nelle relazioni, rafforzano la fiducia nelle proprie abilità di gestire i ruoli

 

I Coach professionisti dell’International Coach Federation (ICF) s’impegnano a rispettare con responsabilità il Codice Etico e le 11 competenze chiave professionali ICF, riconosciute come garanzia di qualità per i clienti.

L’impiego consapevole e misurato delle attuali e future tecnologie potrà migliorare la partnerhip con il cliente (riducendo i tempi di viaggio per raggiungere il luogo della sessione) e facilitare un approccio – il coaching – ancora poco conosciuto ed attuato nelle aziende come nella vita personale.

 

CHI HA BISOGNO DELLO STRESS?

“Uff, che stress!” E’ un’espressione che sentiamo spesso durante il giorno e talvolta a pronunciarla siamo proprio noi. Che siamo afflitti da elementi stressanti è evidente alla maggior parte di noi. Basta vedere un telegiornale o seguire alcuni talk show per essere subissati da disastri ambientali, crisi politiche e drammi sociali.

Sfortunatamente, lo stress si nutre di stress. Più ci sentiamo in questa condizione più è facile che piccoli inconvenienti siano vissuti come problemi titanici. E’ uno stato che compromette la nostra capacità di pensare con lucidità e di agire produttivamente.

Siamo talmente abituati a convivere con esso che lo viviamo come una parte “normale” della nostra vita; eppure, non è normale. E’ uno squilibrio provato dal corpo quando il sistema dello stress viene attivato cronicamente.
I fattori dello stress possono essere interni od esterni ma, indipendentemente da questa distinzioni, gli effetti sono identici: interferisce con la nostra capacità di agire ed è generalmente dannoso per la nostra salute.

Nella nostra società ammiriamo le persone che vivono di adrenalina, con il loro telefoni che vibrano in ogni momento, la giornata lavorativa di 16 ore ed un riposo di 5 ore a notte! Siamo condizionati a vedere lo stress come necessario, inevitabile ma semmai è vero il contrario. I nostri corpi cercano l’equilibrio. Le nostre menti hanno bisogno di non essere in tumulto: questo è ciò che funziona. Lo stress non favorisce alte performance. Al contrario, come dimostrano gli studi, lo stress cronico pregiudica la nostra salute, causa serie malattie (cardiovascolari, gastrointestinali,…) ed ostacola prestazioni di successo.

Ma allora, che vantaggi ne abbiamo? E’ il vestito che si indossa per “apparire” impegnati, attivi, vivaci sul lavoro e nella vita privata. Le persone stressate non hanno mai tempo. Vivono di corsa, ascoltano poco – se stesse e gli altri – ed hanno una vita poco soddisfacente. Lo stress compensa quel senso di vuoto derivante dall’insoddisfazione per una vita di corsa ma senza meta e metodo.