PERCHE’ IL PERFEZIONISMO E’ NEMICO DEL SUCCESSO?

Molti dei progetti che intraprendiamo, da quelli lavorativi a quelli personali, non arrivano a termine. Molto spesso il problema nasce direttamente da noi e si chiama perfezionismo. Perché il perfezionismo è nemico del successo?

Essere perfezionisti potrebbe sembrare un approccio efficiente, invece ci porta a commettere alcuni errori che spesso e volentieri portano alla “chiusura” del progetto e, talvolta, ad una gran frustrazione. Di seguito, tre cause frequenti del perché il perfezionismo è nemico del tuo successo:

  • porsi degli obiettivi troppo ambiziosi perché presi dall’entusiasmo. Questo, può distorcere la nostra percezione di ciò che sia davvero realizzabile;
  • non tollerare le imperfezioni e arrenderci. Invece, gli errori ci permettono di migliorare e ridefinire i nostri obiettivi in modo più realistico;
  • provare un senso di fallimento anche quando si sono fatti dei passi avanti solo perché si minimizza quanto raggiunto e si massimizza quanto non ottenuto.

Il giorno più importante per un progetto

Il giorno più importante in un qualsiasi progetto non è il primo, o il secondo, o l’ultimo, bensì quello in cui ci si imbatte nell’imperfezione.

Finché tutto procede come da programma il nostro perfezionismo non si intromette. Ma, appena, incontriamo un ostacolo, sentiamo una voce dentro di noi che ci dice che stiamo fallendo, non è come “dovrebbe essere”, che se non possiamo fare tutto, tanto vale non fare niente.

Questo è il giorno in cui la maggior parte dei progetti viene abbandonato. Se decidiamo di correre tutte le mattine, basta una mattinata in cui si verifica un imprevisto ed il progetto muore.

Proprio per questo il perfezionismo è nemico del successo, perché è quello che rischia di compromettere l’intero progetto, e quello in cui dobbiamo sforzarci maggiormente per non perdere di vista il traguardo.

Strategie per zittire il perfezionismo

Non è facile lasciar andare la vocina giudicante che è in noi e che ci porta ad essere perfezionisti. Tuttavia, possiamo adottare qualche strategia che aiuti a evitare gli errori a cui siamo abituati.

Obiettivi realizzabili

Quando i nostri obiettivi sono ciò che ci impediscono di portare a termine un progetto, ridimensionarli è “un’alternativa ragionevole” rispetto all’abbandonarli!

Un obiettivo ambizioso può entusiasmarci ma corriamo un grande rischio: minimizzare il progresso fatto in caso il risultato non fosse quello atteso.

Ad esempio, se il nostro obiettivo è di leggere 12 libri l’anno, ma non riusciamo a tenere il ritmo di 1 libro al mese a causa di imprevisti, saremo tentati a viverlo come un fallimento senza valorizzare quanto siamo riusciti a fare (3 libri in 5 mesi) rispetto al passato (2 libri l’anno).

Una strategia che può aiutarci è quella di dimezzare il nostro obiettivo finale. Diversi studi dimostrano che, usando questo approccio, la nostra produttività aumenta.

Usando come esempio progetti passati in cui non abbiamo raggiunto i nostri obiettivi, proviamo a domandarci come sarebbe andata se non fossimo stati così ambiziosi e perfezionisti. Proviamo a domandarci quale sia la cosa peggiore che sarebbe potuta succedere, e paragoniamola a come sono andate veramente le cose.

Centrarsi su ciò che è importante

La nostra vita è segnata da liste di cose da fare. malgrado ciò, continuiamo ad aggiungere nuove scadenze, progetti e lavori ai nostri calendari, nella convinzione di potercela fare con qualche sforzo in più.
Questo approccio però non tiene conto del tempo che dobbiamo sottrarre alle altre attività, e rischia, a lungo andare, di metterci in crisi.

Una soluzione può essere quella di creare una lista “di cose da non fare.” Questo ci porta ad ammettere che alcune attività semplicemente non meritano il nostro tempo e la nostra attenzione. Questa lista non è definitiva: può cambiare di pari passo con i nostri obiettivi. Se iniziamo un progetto che per i prossimi mesi richiede una grande parte del nostro tempo, possiamo decidere di tralasciare temporaneamente un’altra attività.

Altro strumento, ancor più utile, è la matrice di Eisenhower. Si narra che Dwight Eisenhower dividesse il suo tavolo in quattro settori, dove collocava le pratiche che doveva sbrigare assolutamente lui, quelle che poteva delegare ad altri, quelle che poteva rimandare o eliminare. Il suo motto era: “ciò che è importante raramente è urgente, ciò che è urgente raramente è importante.” Ciò consentirà di gestire al meglio non solo il tempo ma di sapere quale azione intraprendere per perseguire i propri interessi

Il divertimento, aiuta!

Siamo costantemente bombardati da messaggi in cui le persone sacrificano la propria vita privata e il proprio divertimento in nome del lavoro. Ma non deve essere per forza così.

Scegliere un’attività che troviamo divertente vi porta naturalmente a viverla in modo meno stressante, e questo ci rende più inclini a portare a termine quello che abbiamo iniziato.

La soluzione è quella di concentrarsi sul piacere che proveremo ad aver raggiunto l’obiettivo piuttosto che sul timore di ciò che succederebbe se non finissimo il lavoro. Se vogliamo perdere peso, pensiamo a quanto sarà piacevole ottenere prestazioni sportive inimmaginabili (es.: fare la maratona di New York).

Conclusioni

Perché il perfezionismo è nemico del successo? Obiettivi troppo ambiziosi, demordere alle prime difficoltà, vedere il bicchiere sempre mezzo vuoto, non sono atteggiamenti che aiutano a disegnare e realizzare un progetto.

Il perfezionismo si basa su convinzioni infondate e drammaticamente limitanti. La nostra mente cerca sempre una conferma di ciò che già
crediamo, e questo gioca a favore della nostra parte perfezionista.

Un modo per sfuggire a questo meccanismo è basarsi sui fatti, registrando i progressi e analizzandoli per capire quale sia veramente la situazione. In questo modo possiamo avere un quadro che non sia influenzato dalle nostre percezioni.

Il lato oscuro del perfezionismo

David Foster Wallace conosceva bene  il blocco da perfezionismo. In un’intervista del 1996 disse: “Se la tua fedeltà al perfezionismo è troppo alta, non farai mai nulla”, dato che “fare qualcosa è intrinsecamente tragico, perché significa sacrificare ciò che è meraviglioso e perfetto nella nostra testa per quello che è davvero”.

I nostri sogni, obiettivi possono essere messi in discussione da due atteggiamenti: 

  1. accontentarsi subito di un risultato mediocre;
  2. non accontentarsi mai.

Quest’ultimo atteggiamento è paradossalmente più grave perché può implicare la rinuncia a fare in quanto nulla sembrerà mai buono abbastanza. È il perfezionismo e può essere mitigato o superato da un altro atteggiamento: l’Eccellenza. 

Eccellenza possiamo definirla come l’attenzione, la cura per fare le cose nel miglior modo possibile. Indipendentemente da ciò che si fa, l’eccellenza ci fa mettere in gioco le nostre capacità e offre opportunità sotto forma di apprendimento, creatività e crescita personale.

Perfezionismo  è aspirazione a raggiungere – nel proprio lavoro o altra attività – una perfezione ideale difficilmente realizzabile. Questa, non è una sfumatura da poco; i perfezionisti non sono mai soddisfatti del risultato raggiunto. Il cammino della perfezione è lastricato di rimproveri, sofferenza ed ogni errore è vissuto come un fallimento.

Il perfezionista non distingue tra fare ed essere.  La conversazione che lo contraddistingue è: “io sono quello che faccio e ciò che sono oggi lo sarò domani.” Qual è il problema? Quando non abbiamo chiara la distinzione tra fare ed essere crediamo che la nostra identità  ed il riconoscimento degli altri si costruisca attraverso il “fare”.  Inoltre, con questo punto di vista, il focus è sull’evitare l’errore e, di conseguenza, rischiare il meno possibile. Nel malaugurato caso si verifichi uno sbaglio, il perfezionista lo vivrebbe con molta frustrazione. Questo comporta almeno tre conseguenze: 

  1. agiamo in funzione di ciò che desiderano gli altri perdendo di vista i nostri interessi, le nostre priorità ed emozioni;
  2. quando si verifica un errore – siccome io sono ciò che faccio – lo viviamo come un autentico fallimento e mi “fustigherò” a lungo;
  3. si assume l’immutabilità come legge di vita (è stato sempre così e sempre lo sarà).

Al contrario, le persone con atteggiamento votato all’eccellenza, vedono gli errori come possibile risultato dell’azione e finanche arrivano a vederli come opportunità per migliorarsi! Quali vantaggi? Con un approccio di questo tipo è più facile uscire dalla zona di comfort, esplorare nuove possibilità, assumere rischi e crearsi nuove opportunità per raggiungere obiettivi coerenti con le nostre aspirazioni. 

Quali limiti e vantaggi offrono i due approcci nell’ambito lavorativo? L’eccellenza incarna un tipo di leadership che si fonda sul migliorare l’apprendimento e la crescita delle persone. Ciò facilita una comunicazione più aperta ed autentica oltre ad un maggior coinvolgimento dello staff. La delega è più frequente e l’ambiente lavorativo più costruttivo. Al contrario, con la perfezione, è più difficile avere fiducia negli altri con la conseguenza che aumenta il bisogno di controllo altrimenti si teme che i risultati non siano raggiunti. Quanto più il perfezionista controlla meno lo staff si sente coinvolto. La comunicazione franca ed aperta sparisce, la delega è rara e l’ambiente lavorativo è più teso.

L’eccellenza è il risultato della persona consapevole della distinzione tra “quello che fai e sei” e “quello che sei e farai”. E’ un’attitudine che si accompagna al benessere, alla soddisfazione e all’allegria (che non guasta mai) che producono la possibilità di creare, apprendere, crescere.
E’ qualcosa che si costruisce non è innata. In questo ci conforta anche Aristotele secondo cui “l’eccellenza è un’arte che si conquista con l’esercizio e l’abitudine.”