Abbracciare l’indesiderato, entrare nella ferita

Abbracciare l’indesiderato, entrare nella ferita sono azioni che richiedono coraggio. La sofferenza non ama essere vista da vicino, provoca avversione, rifiuto; eppure, da questo gesto, possono venire delle importanti scoperte per arricchire la nostra conoscenza e farci vivere meglio. Per comprendere meglio cosa intendo con abbracciare l’indesiderato ed entrare nella ferita, mi avvarrò della fiaba come alleata.

La fiaba…

Un’antico racconto celtico narra la storia dei cinque figli del re irlandese Eochaid. Un giorno, i figli andarono a caccia e si persero. Non riuscendo a trovare la strada, si preoccuparono anche perché la sete iniziava a farsi sentire con maggiore insistenza. Allora, uno ad uno, iniziarono a cercare l’acqua.

Fergus fu il primo dei cinque ad andare. Dopo poco intravide un pozzo e si incamminò verso di esso. Man mano che si avvicinava si accorse che il pozzo era custodito da una donna anziana il cui aspetto era orribile: capelli ispidi e fuligginosi con una zanna di color verde che le sbucava dal cuoio capelluto, naso storto e narici ampie, pancia grinzosa e maculata, gambe deformate e piedi grandi come badili. Fergus disse: “è così che stanno le cose?” e la donna rispose: “proprio così”. Poi, domandò se la donna fosse la custode del pozzo e questa rispose affermativamente. Allora chiese se poteva prendere dell’acqua e lei acconsentì previo il rispetto di un patto: doveva baciarla. Fergus si rifiutò, giurando solennemente che piuttosto sarebbe morto di sete piuttosto che baciarla. E se ne andò.

Uno dopo l’altro, seguirono sullo stesso sentiero, gli altri tre fratelli di Fergus; ognuno di loro trovò il pozzo e tutti reagirono come il primo fratello: sarebbero morti piuttosto che toccare quell’orrenda presenza.

Alla fine, giunse il quinto fratello chiamato Niall. Anche a questo, la donna propose lo stesso patto ma a differenza degli altri fratelli, conosciuti i termini dell’accordo, accettò senza esitare – non solo di baciarla – ma anche di abbracciarla. Lo fece volentieri e, non appena lo ebbe fatto, la custode del pozzo si trasformò in una donna bellissima. La fiaba narra che Niall, descrisse la donna che aveva dinanzi come un “universo di bellezza”. Al che, l’unica risposta della donna fu. “E’ proprio vero.” Quando le chiese chi fosse lei gli rivelò la propria identità: “O Re di Tara, io sono la Legge Reale.”

Stando in piedi in tutta la sua presenza e mostrando la sua vera natura, la donna offrì a Niall l’acqua per sé ed i suoi fratelli. Prima che partisse, benedì lui ed i suoi figli dicendo che avrebbe avuto un regno molto potente. La magnifica donna proseguì dicendo che, nonostante Niall l’avesse vista inizialmente come brutta e deforme, contrariamente ai suoi fratelli era stato guidato da un cuore generoso e gentile, offrendo la sua amorevole bontà piuttosto che la sua avversione. Era proprio questa, la “Legge Reale”: andare incontro a ciò che non desideriamo con gentilezza invece che con il netto rifiuto.

… e la sua morale

Nel momento in cui intraprendiamo il nostro viaggio verso la “zona ferita”, questa storia ci aiuta ad orientarci. Ci chiede di guardare ciò che sta di fronte a noi, di entrare profondamente in contatto con ciò che non desideriamo, aprendo il cuore secondo le nostre possibilità e avanzando con gentilezza piuttosto che con l’intento di negare, rifiutare o distruggere.

La fiaba ci fa capire che abbracciare l’indesiderato ed entrare nella ferita è la scelta migliore: ogni altro modo di procedere ci lascerà assetati, prigionieri di concetti ed idee, punti di vista ed opinioni, incapaci di fare un passo verso un ambito più vasto dell’esistenza. Vivere la nostra vita così, comporta molto dolore e molta tristezza. Facciamo attenzione: gli altri fratelli non vengono maledetti, umiliati o puniti per essersi rifiutati di “baciare l’indesiderato”, rimangono semplicemente assetati. Inariditi, rigidi e sterili. Non disposti ad abbracciare la custode del pozzo, ad affrontare e incontrare quelle parti indesiderate di sé stessi e a lavorare con esse non hanno ricevuto alcun nutrimento.

C’è acqua a sufficienza per ognuno di noi. La fiaba ci mostra una strada da seguire, un modo per entrare nella ferita, senza provare avversione per noi stessi o restare paralizzati dalla paura. Più in là, potremo scoprire, grazie alla nostra disponibilità a procedere con amore, una sorgente di vita inesauribile.

COSA FARE PER SUPERARE LA PAURA DI DECIDERE?

A chi non è capitato di farsi questa domanda almeno una volta nella vita: “cosa fare per superare la paura di decidere?” Alcuni, con gli anni, l’hanno superata. Altri la rivivono ogni tanto, altri ne sono restati ostaggio.

Innanzitutto, la paura è un’emozione e non una iattura; in secondo luogo, va usata più che temuta. Come scrivevo in un precedente articolo Il problema sorge quando neghiamo una paura.

Decisioni e Paure: tipologie

Nel libro La paura delle decisioni – Come costruire il coraggio di scegliere per sé e per gli altri”, Giorgio Nardone parla delle diverse forme di paura delle decisioni ed elenca i principali timori che si sperimentano.

Risulta che le decisioni di fronte alle quali ci troviamo più in difficoltà sono:

  • decisioni critiche, 
  • decisioni difficili,
  • decisioni complesse,
  • decisioni estreme,
  • decisioni istintive,
  • decisioni inevitabili.

Queste possono innescare diverse forme della paura di decidere:

  1. la paura di sbagliare;
  2. la paura di non essere all’altezza;
  3. la paura di esporsi;
  4. la paura di non avere o di perdere il controllo;
  5. la paura dell’impopolarità.

Queste forme della paura di decidere possono portare a esiti sintomatologici anche molto gravi, come ansia, attacchi di panico, stress, tensione emotiva, ossessioni, compulsioni e dubbio patologico. E allora, cosa fare per superare la paura di decidere? A seguire, alcuni stratagemmi per affrontare angoscia, stress e dubbi ossessivi.

Cosa fare per l’angoscia

Le persone angosciate spesso finiscono in un circolo vizioso in cui, cercando di fuggire da una “condanna”, finiscono per procurarsi altri danni o problemi. In questo caso l’esercizio consiste nello scrivere in dettaglio tutte le proprie aspettative angoscianti e la sera verificare se le previsioni catastrofiche si sono realizzate. Scrivere ha effetti terapeutici e la descrizione in forma scritta dei problemi desensibilizza progressivamente all’angoscia.

Cosa fare contro lo stress

Procrastinare una decisione a quando saremo più tranquilli ci fa sentire bene sul momento, ma la fuga aumenta l’ansia e ci espone a una tensione crescente. La tecnica del “come peggiorare” è un antico autoinganno strategico che permette di individuare i propri pensieri disfunzionali uscendo dal meccanismo difensivo dell’evitamento. Immaginando volontariamente come fallire, si produce l’effetto spontaneo del rifiuto ad agire secondo le modalità che ci porterebbero al fallimento.

Cosa fare per i dubbi ossessivi

Un problema comune quando si è bloccati in modo ossessivo di fronte a un dubbio è che la domanda di partenza è sbagliata. Come diceva il filosofo Immanuel Kant “Se la domanda è scorretta non possono esistere risposte giuste”. Lo stratagemma consiste allora nel dare ai pensieri ossessivi uno spazio abnorme, in modo che la psiche li rifiuti spontaneamente. Lungo l’arco della giornata si devono richiamare alla mente i pensieri e le immagini indesiderati. Questa tortura volontaria dovrebbe scatenare una reazione avversiva naturale, grazie alla quale la mente rifiuta quei pensieri e quelle immagini e disinnesca il meccanismo ossessivo.

Conclusioni

La paura è il principale freno alla nostra crescita. Impegnarsi in una nuova attività implica metterci a rischio di fare brutte figure. Il primo passo è riconoscere le proprie paure affinché si possano metterle in discussione. Il secondo, richiede l’accettazione della vulnerabilità: abbandonare il certo per l’incerto, l’agio per il disagio, il conosciuto per… l’apprendimento.

VIVERE IL PRESENTE PER CREARE OPPORTUNITA’

Il tempo ci appare come una clessidra incontrollabile: qualunque cosa facciamo, i granelli di sabbia scorrono inesorabili. Non possiamo agire sulla clessidra né accelerarla né tanto meno farla tornare indietro e questo, talvolta, è fonte di problemi, soprattutto perché è vivere nel presente che crea le opportunità!

Spesso abbiamo la tendenza a crogiolarci nei ricordi, a rimestare nel passato ma anche a proiettarci nel futuro ed immaginare cosa faremo o saremo domani. Tutto ciò è comprensibile. A una condizione però: che queste due tendenze non compromettano la qualità dell’attenzione e dell’agire nel momento presente.

Un buon rapporto con il tempo è essenziale per vivere bene. Tutti i saggi della storia ce lo ricordano: il presente è il solo momento creativo. Quando parlo dell’azione che si può (e deve) compiere nel presente non mi riferisco solo al lavoro ma anche a quei momenti di feconda pausa di riflessione. Taluni vivono male il presente perché sono tormentati dai ricordi del passato o, al contrario, paralizzati dal timore per l’avvenire.

I “lacci” del Passato

Integrare il passato non significa dimenticarlo. Tuttavia, è importante calmare le emozioni turbanti vissute in occasione dell’avvenimento che, se persistono rischiano di avere un impatto negativo sulla nostra vita. Integrare il passato significa ricordarsene ma senza rimuginare di continuo sui ricordi, belli o brutti che siano.

In particolare, dobbiamo prestare attenzione ai rimorsi. Tutti abbiamo commesso degli errori, rimpiangerli è legittimo, riconoscerli è fondamentale per non ricascarci ma un errore nel passato non può essere cancellato! Il rimorso (così come l’odio, il risentimento, il rancore) è un “veleno” che uccide più o meno lentamente, impedisce di mobilitare nel presente le energie necessarie a cambiare per offrire la nostra migliore versione.

Chi scrive non sottovaluta le ferite dovute a errori nostri e/o ingiustizie subite, inflitte. Tutti ci portiamo dei “pesi” ma con il tempo possiamo imparare a guarire per poter voltare pagina. Non è facile e spesso per riuscirci abbiamo bisogno di chieder aiuto per poterci riconciliare con il nostro passato e così vivere il presente per creare opportunità.

Boris Cyrulnik, (medico, etologo, neurologo e psichiatra francese) ha enfatizzato il concetto di resilienza. Un termine derivato dal latino resilio che significa “saltare all’indietro”; in altre parole, rimbalzare e resistere alla deformazione. La nozione è stata ripresa dalle scienze umane per designare la capacità del nostro spirito di ritrovare la “forma” dopo un trauma. La resilienza è il processo che permette di “metamorfosare” la sofferenza (Cyrulnik). E’ una delle leggi della vita: un trauma può divenire l’occasione per cercare dentro di sé risorse interiori più profonde, insospettate, per risalire la china. Con questo approccio mentale costruttivo il dolore da un senso al nostro presente: gli insuccessi passati divengono apprendimenti per i successi futuri.

I “timori” del Futuro

La facoltà di “intossicarci” la vita non è prerogativa solo del passato. Il futuro può essere non da meno! Tutti abbiamo una propensione a proiettarci in avanti che, di primo acchito, appare positiva. Questo può renderci felici finché sogniamo, sostiamo nel nostro immaginario al punto di trascurare il presente che è “il momento” in cui possiamo agire (se vuoi approfondire, leggi questo articolo). In altre parole, non facciamo nulla affinché questi sogni si avverino!

Sognare è importante ma è bene diffidare dei sogni che costituiscono una specie di surrogato del reale e possono impedirci di agire chiudendoci nella fantasia e cullandoci in dolci illusioni. Altre proiezioni possono condurre a un blocco: angoscia o ansia, per esempio. Ci sta preoccuparsi del domani, essere previdenti, soppesare gli ostacoli ma la cosa micidiale è la paura del futuro. La tendenza a vedere il tempo che verrà come disseminato di mine “anti successo” pronte a farci saltare alla prima occasione. Questa percezione può essere molto forte e renderci infelici nel presente

E’ il caso dello studente che prepara l’esame convinto di non farcela; l’innamorato convinto di essere respinto; il lavoratore certo che non avrà la promozione. Questo atteggiamento ha la conseguenza di impedire di trarre qualunque giovamento dal presente in quanto lo spirito è assorbito nella paura del domani (mentre per altri è “legato” ai rimorsi del passato).

Inoltre, il pensiero negativo (in proposito, si veda questo articolo) ha grosse probabilità di generare proprio l’evento temuto (vedi, sindrome di Cassandra). Siete certi di fallire il vostro obiettivo? A forza di sostenere ciò, vi comporterete in modo che questo si avveri. Il modo in cui si visualizza un evento futuro può influire sull’evento stesso. Se ci presentiamo ad un colloquio di lavoro dopo aver immaginato che questo si svolgerà nel migliore dei modi, saremo in condizione di esprimere la migliore versione di noi stessi.

Il potere del pensiero positivo è stato assimilato soprattutto nel mondo dello sport. Per questo, quasi tutti gli atleti di alto livello praticano tecniche di “visualizzazioni“: si vedono nell’atto di vincere ed è accertato che tale visione aumenta le probabilità di vittoria.

Concludendo, per costruire e godere appieno della nostra vita dobbiamo metterci nella condizione ideale. Come fare? Vivere il presente per creare opportunità. In questo ci possono venire in aiuto gli Stoici che avevano predicato come atteggiamento mentale quello che in greco si chiama presochè, ossia la concentrazione sul momento presente sciolto dai lacci del passato e dai timori per il futuro. Insistevano sul valore infinito del momento presente, hic et nunc, il “qui ed ora”, il solo su cui – ed in cui – possiamo agire. Solo l’istante presente ci consente di “cogliere l’attimo” per godere di una vita piena di opportunità.

La paura è nostra nemica o alleata?

“Un giorno la paura bussò alla porta. Il coraggio andò ad aprire e non trovò nessuno”. Questa frase, attribuita a Martin Luther King Jr., ci fa riflettere che non sempre alla paura corrisponde la fuga e, soprattutto, che può essere un’occasione di crescita personale.

La paura è un’emozione potente. Ci sono diverse paure (del vuoto, dei ragni, parlare in pubblico…), tutte sono parte normale della vita e nessuna può esser catalogata come giusta o sbagliata.

Il problema sorge quando neghiamo una paura o sviluppiamo attaccamento ad un bisogno. Ciò che si desidera è “stare al sicuro” ma ciò implica che le cose non cambino, che non usciamo dalla nostra zona di comfort perdendoci le tante opportunità che la vita offre.

Se invece consideriamo le paure come alleate, il discorso cambia; per esempio, potremmo interpretarle come un segnale che stiamo cercando di evitare qualcosa di inevitabile a cui la vita ci mette di fronte. Con questo approccio abbiamo il vantaggio di vivere la paura come dono per divenire più completi.

Integrare le proprie paure richiede, innanzitutto, divenire consapevoli che la maggior parte di esse sono frutto di convinzioni mai messe in discussione.

La paura, salvo alcuni casi (es.: il pericolo di esser aggrediti), generalmente non riguarda un fatto che sta accadendo nel “qui ed ora” semmai a “possibili eventi futuri”. Essa si basa sulle convinzioni che abbiamo più che su ciò che sta accadendo.
Ad esempio, se sono convinto che non posso far affidamento sugli altri, non sto basandomi su ciò che accade ma lo sto “profetizzando” sulla base di esperienze passate che mi hanno convinto che “tutte le persone” che incontro mi deluderanno “sempre”.
Tutte le volte che impieghiamo termini assoluti (sempre, mai,..) stiamo limitando il nostro futuro e facendo accadere proprio ciò che avrei voluto evitare (nell’esempio, la delusione).

Se riusciamo a capire che la paura non si basa sulla realtà bensì su una narrazione che nel tempo si è sedimentata in noi, abbiamo fatto un passo importante.
Cosa possiamo fare per affrontare la paura?
1. individuare il bisogno e la convinzione che raccontiamo a noi stessi;
2. mettere in discussione la convinzione;
3. concentrarci su un aspetto di noi stessi che vogliamo sviluppare.
Nei paragrafi successivi affronto ciascun punto.


1. Identificare il nostro bisogno.

Il primo passo da fare è sondare quali paure abbiamo e come le abbiamo sviluppate. Quanto segue è un breve esercizio con cui ti accompagno ad esplorare la fonte della tua maggiore paura.

Ricavati 20 minuti ininterrotti in un posto dove non sarai disturbato. Poi, pensa ad un comportamento che vorresti far tuo (es.: dire di no alle richieste dei tuoi colleghi) ma che vivi come un ostacolo insormontabile. Per funzionare, devi avvertirlo come un comportamento utilissimo, qualcosa che ti farebbe “voltar pagina” nella vita professionale e/o familiare e che implica un cambio significativo. In breve, un comportamento a cui aspiri ma non riesci a mettere in atto.

Di seguito, un esempio per facilitare l’esplorazione del cambiamento:
a) scrivi un comportamento desiderato (es.: vorrei prendere parola nell’equipe medica di cui faccio parte)
b) immagina di porre in essere questo comportamento desiderato, scrivi: cosa potrebbe accadere? (es.: potrebbero pensare che ho detto una banalità)
c) se ciò si avverasse (es. precedente), scrivi: quale sarebbe la conseguenza peggiore che potrebbe accadere? (es.: potrebbero pensare che non sono all’altezza del mio ruolo)
d) se ciò si avverasse (es. precedente), scrivi: cosa accadrebbe di drammatico (es.: mi sentirei esclusa, indesiderata)?

Se hai avuto il coraggio di esplorare a fondo, potresti esser arrivato ad una delle 4 paure che segue:
– restare soli, abbandonati
– sentirsi fagocitati dagli altri
– non avere controllo sulla propria vita 
– noia, sentirsi imprigionati.

Pensi di aver esplorato a sufficienza la tua paura più grande? No? Allora prosegui con la domanda: “se questa conseguenza si avverasse, scrivi: quale sarebbe la la conseguenza peggiore che potrebbe accadere?”

Nell’esempio considerato (dire di no alle richieste dei tuoi colleghi), abbiamo toccato la paura di esser abbandonati.

2. Mettere in discussione la convinzione.

Uno dei modi più efficaci per generare una trasformazione personale sta nell’identificare la convinzione su cui poggia la nostra paura. 


Queste storie non sono altro che costruzioni mentali ma noi le trattiamo come se fossero fatti incontrovertibili.

Le convinzioni potrebbero essere vere… oppure false. Il grande vantaggio di mettere in discussione queste credenze è di renderle esterne a noi, farne oggetto di osservazione sul quale possiamo sviluppare un punto di vista “diverso”.
Prova a riflettere sulla paura che hai identificato nel precedente step: su quali basi l’hai costruita? Cosa temi? (nell’esempio precedente, paura di essere abbandonato).

Queste credenze sono basate su esperienze dirette (vissute in passato), indirette (sentito dire) o immaginarie. Comunque sia, non c’è la certezza che si verificheranno nel prossimo futuro. L’esplorazione ed il riscontro di queste convinzioni possono aprire scenari inediti come il superamento dei limiti che hai inconsapevolmente creato e liberare così il tuo potenziale.

Esplorare e riscontrare significa mettere in discussione ogni convinzione “limitante”, come se appartenesse a qualcun altro.

Di seguito, una sequenza utile per mettere in discussione la convinzione:
a) quando hai sviluppato questa convinzione?
Prova ad andare indietro nel tempo ed individua quell’esperienza (diretta, indiretta o immaginaria) che ti ha fatto sviluppare quella supposizione.

b) quali conseguenze crei se continui a credere in questa supposizione?
Le storie che ti racconti diventano profezie autoavveranti. Come ti comporti con gli altri? Che reazioni stimoli negli altri? Quale comportamento diverso potresti assumere?

c) quali probabilità ci sono che questa supposizione si verifichi se adotti un nuovo comportamento?
Immagina che, invece di re-agire come hai sempre fatto in passato tu adotti un nuovo comportamento: cosa accadrebbe?

d) dimostra il contrario della tua convinzione.
Per esempio: “nessuno mi aiuta quando io ho bisogno”, trova momenti della tua vita in cui, invece, hai ricevuto aiuto.

3. Integrare le qualità del bisogno opposto al vostro.

Il terzo ed ultimo passo per affrontare la paura sta nel concentrarsi su un aspetto di noi che vogliamo sviluppare. Per quanto potrà apparire strano, chi ci mette in difficoltà può rappresentare un “maestro di vita” in quanto possiede quelle qualità che non sono ancora sviluppate in noi.

Se hai paura di perdere il controllo, dovrai apprendere ad apprezzare il cambiamento e lasciarti andare. Ti potrebbe aiutare una domanda tipo: “che cosa realizzeresti se riuscissi ad abbracciare il tuo bisogno per l’imprevisto senza preoccuparti di quanta incertezza dovrai affrontare?”

Dovremmo iniziare a considerare la paura come una grande amica. 
Spesso, le esperienze “trasformanti” sono quelle che ci mettono in contatto con una nostra paura profonda. Una volta percepita questa, abbiamo l’opportunità di fare una scelta importante: guardarla in faccia, passarci attraverso ed integrare qualche aspetto che prima non c’era stato possibile fare.

Il regalo che la paura ci fa è quello di apprendere a individuare una qualità che possiamo integrare e che ci rende più completi.

Ad esempio, se ho sempre vissuto in modo organizzato posso apprendere a vivere una giornata senza programmarla.
Più integriamo aspetti di noi che abbiamo negato (o che non ci siamo dati il permesso di vivere) più la nostra esperienza della vita diventa appagante e creativa.

La Trasformazione richiede Iniziativa

Tutti noi abbiamo il potere di trasformare i nostri pensieri, emozioni, paradigmi ma non sempre prendiamo l’iniziativa, la responsabilità che occorre.

Molto spesso, veniamo “spinti” verso la trasformazione quando la vita ci obbliga a farlo, come ad esempio un lutto o nuove responsabilità in famiglia o sul lavoro. Invece, se fossimo capaci di prendere l’iniziativa “in proprio”, senza attendere eventi futuri, incerti e non dipendenti da noi potremmo facilitare il raggiungimento dei nostri obiettivi per una vita feconda.

Cosa richiede la trasformazione?
a) una certa “apertura” a leggere gli eventi;
b) cogliere le opportunità
c) fare la propria scelta.


Chi decide di intraprendere un cammino per luoghi sconosciuti, non ha la certezza di ciò che troverà e non potrà dirsi migliore o peggiore rispetto a chi rimane comodamente sul sofà di casa: a ciascuno andrà il frutto delle proprie ricerche che daranno soddisfazione se risponderanno a ciò che la persona cercava.

Sovente tendiamo ad evitare la trasformazione, reagendo anche in malo modo, pur di non mettere in discussione ciò in cui crediamo e restare “a nostro agio” nella zona di comfort. Al di là di questa c’è un nuovo modo di pensare ed agire che potrebbe aprirci nuove opportunità ma per farlo dobbiamo varcare la frontiera delle nostre paure.

La paura – vissuta come inazione o fuga – è il principale freno alla nostra crescita. Impegnarsi in una nuova attività implica metterci a rischio, esporsi a brutte figure, sentirci insicuri.

Riconoscere le proprie paure è importante affinché si possano metterle in discussione.
Cambiamenti anche semplici, nella vita privata come sul lavoro, richiedono alle persone di abbandonare il certo per l’incerto, l’agio per il disagio, il conosciuto per l’ignoto. L’emozione che spesso si registra è la paura, che prende forma di resistenza e che si esplicita in ostilità, aggressività, rifiuto. Oppure, mascherata da modi più “diplomatici” che sembrano accettare la novità ma a cui segue inazione, sabotaggio, dimenticanza.

Far luce su ciò che fa paura ci rende consapevoli e responsabili degli ostacoli alla trasformazione e del loro superamento.

Nessuno può farvi ottenere il successo o impedirvi di raggiungere i vostri obiettivi. Una delle differenze principali tra chi realizza grandi cose nella vita e chi riesce solo a “cavarsela” è che le persone “realizzate” (o se preferite, di successo) hanno imparato presto ad essere responsabili delle proprie azioni.

Prendere l’iniziativa significa assumere un ruolo di leadership, una posizione di distinzione che può essere esposta a lodi e critiche. Il buon leader è colui che condivide i meriti del successo con gli altri e si assume la piena responsabilità dei fallimenti o delle temporanee battute d’arresto

Accettando la responsabilità della vostra trasformazione, vi guadagnate il rispetto degli altri e siete sulla buona strada per creare il futuro che volete.

LA PAURA COME STRUMENTO DI TRASFORMAZIONE PERSONALE

Tutti noi abbiamo il potere di trasformare i nostri pensieri, le nostre emozioni, paradigmi ma non sempre lo facciamo. Veniamo “spinti” verso la trasformazione quando la vita ci obbliga a farlo, come ad esempio un lutto o nuove responsabilità sul lavoro.

La trasformazione richiede:

  1. una certa “apertura” a leggere gli eventi e cogliere le opportunità;
  2. scelta.

Chi decide di intraprendere un cammino per luoghi sconosciuti, non ha la certezza di ciò che troverà e non potrà dirsi migliore o peggiore rispetto a chi rimane comodamente sul sofà di casa: a ciascuno andrà il frutto delle proprie ricerche che daranno soddisfazione se risponderanno a ciò che la persona cercava.

Sovente tendiamo ad evitare la trasformazione, reagendo anche in malo modo, pur di non mettere in discussione ciò in cui crediamo e restare a nostro agio nella zona di comfort. Al di là di questa c’è un nuovo modo di pensare ed agire che potrebbe aprirci nuove opportunità ma per farlo dobbiamo varcare la frontiera delle nostre paure. 

La paura è il principale freno alla nostra crescita. Impegnarsi in una nuova attività implica metterci a rischio di fare brutte figure, sentirci insicuri.

Riconoscere le proprie paure è importante affinché si possano metterle in discussione. Cambiamenti anche semplici, nella vita privata come sul lavoro, richiedono alle persone di abbandonare il certo per l’incerto, l’agio per il disagio, il conosciuto per l’apprendimento.

L’emozione che spesso si registra è la paura, che prende forma di resistenza e che si esplicita in ostilità, aggressività, rifiuto. Oppure, mascherata da modi più “diplomatici” che sembrano accettare la novità ma a cui segue inazione, sabotaggio, dimenticanza.

Far luce su ciò che fa paura ci rende consapevoli e responsabili degli ostacoli alla trasformazione e del loro superamento.