Parti dal Desiderio ma individua il tuo Obiettivo.

Partire dal desiderio è utile ma individuare un obiettivo è meglio! Affinché la fantasia divenga realtà occorre che all’idea segua l’azione.

Il desiderio è un potente motore ma va avviato altrimenti si resterà dove si è già. Questo, è alla base delle nostre scelte: più forte lo sentiamo più ci attiveremo per realizzarlo.
Allora, a cosa serve fissare degli obiettivi se il desiderio è così potente? L’obiettivo ci da un destino, ci fa fissare dei risultati e ci obbliga a porre in essere azioni affinché la nostra vita sia piena di soddisfazione.

La “filosofia” e le tecniche qui esposte sono in parte note ed in parte inedite. Vogliono essere un supporto per chi brancola nel buio e cerca di dare una direzione alla propria vita affinché sia piena di soddisfazioni.

Dopo aver definito (e distinto) il desiderio dall’obiettivo, tratteremo di 3 metodi utili a pianificare e raggiungere le proprie mete.

Il Desiderio

E’ una parola che deriva dal latino e risulta composto dalla preposizione de- che in latino nega e dal termine sidus che significa, letteralmente, stella. Desiderare significa letteralmente “mancanza di stelle”. Nell’accezione corrente possiamo intenderlo come una mancanza e, di conseguenza, come sentimento di ricerca.

Il desiderio vola via, ma cosa rimane?

Decidere di realizzare il nostro desiderio (se preferite, anche sogno o proposito) implica razionalizzare ciò che inizialmente non lo è. Infatti, i desideri traggono origine dall’irrazionale e le emozioni sono una componente rilevante nella loro formazione.

Decidere (etimologia: tagliar via, mozzare, definire) significa scegliere. Chi decide prende una strada piuttosto che un’altra e si focalizza sul percorso scelto. Decidere non solo è utile: libera la mente, fa abbandonare fardelli che condizionano il nostro cammino o, addirittura, lo impediscono.

Avere un desiderio è relativamente semplice, porsi un obiettivo è possibile, raggiungerlo è la parte più difficile: la chiave di volta è crederci.

L’Obiettivo

Fissare e raggiungere un obiettivo, indipendentemente se semplice o complesso, è un viaggio che implica un’attenta pianificazione che riguarda il cosa vogliamo, come lo otterremo e – non ultimo – perché lo vogliamo. In questa analisi non può mancare l’attenzione ai propri limiti, alle risorse necessarie, così come alle successive modifiche ed integrazioni che possono verificarsi durante il percorso e alla motivazione che spinge ad agire.

Fissare e raggiungere l’obiettivo

Obiettivo è un termine con diversi significati: equanimità, imparzialità, un sistema di lenti, uno scopo militare, una meta che si vuole raggiungere. Chi scrive, trova convincente questa: qualcosa realizzato attraverso un come e che ha un senso (e ne trae forza) grazie ad un perché.

E’ opportuna una distinzione linguistica di fondamentale importanza per far ordine nelle nostre credenze. Sogno, proposito, desiderio, appaiono sinonimi di obiettivo ma sono privi di quell’elemento che trasforma l’invisibile in visibile:l’azione.

La domanda che molti si pongono è: come posso raggiungere i miei obiettivi? Nei paragrafi successivi si spiegherà come costruire un obiettivo efficace partendo dal desiderio.

Come costruire un Obiettivo ?

Quando parliamo di obiettivi non possiamo, quindi, far a meno di includere l’azione senza della quale qualunque aspettativa rimarrebbe tale. Detto in altro modo, se vuoi concretizzare, agisci!

Affinché l’azione sia efficace, occorre che lo scopo sia ponderato e ragionato, che consideri le diverse variabili, e sia definito per potere essere realizzato. Premesso ciò, in concreto che si fa?

Per aiutarci in questo lavoro, ci avvaliamo di alcuni metodi presentati con gli acronimi di SMART, PEPSI e SOFT.

SMART

E’ stato sviluppato da Peter Drucker nel 1954, come parte integrante della filosofia di gestione aziendale MBO (Management by Objectives). Si tratta di un sistema per la definizione degli obiettivi, che vengono messi al primo posto rispetto alle attività necessarie per il loro raggiungimento. Per stabilire se gli obiettivi sono validi, sono stati definiti 5 criteri, che corrispondono ai termini anglosassoni che compongono l’acrostico S.MA.R.T. (precisiamo che alcune lettere sono soggette a cambi; ad es.: la A, che può essere iniziale di Achievable o la R di Realistic).

L’acrostico SMART
  • S = Specific (Specifico). Un obiettivo deve essere il più possibile chiaro, preciso, semplice da ricordare. Evita termini vaghi e generici, usa parole specifiche (es.: “voglio dimagrire di 5 Kg” è più specifico di “voglio dimagrire”)
  • M = Measurable (Misurabile). Quantifica le attività che servono a raggiungere il tuo obiettivo in modo da poter misurare il suo raggiungimento (es.: uso scala di valori; percentuali,…). Talvolta è difficile ma aiuta ad andare oltre un semplice buon proposito
  • A = Attainable (Raggiungibile). Datti obiettivi ragionevolmente realizzabili e accertati a chi spetta farlo. Basati sulle risorse (culturali, finanziarie, fisiche,…) che hai ora. Se si esagera può capitare che si cada un frustrazione (es.: pretendere di diventare il primo ballerino della Scala in 1 anno non è credibile!).
  • R = Relevant (Rilevante). Deve essere sentito come importante, la sua realizzazione segna una svolta nella propria vita. Motiva, implica del rischio, fa uscire dalla zona di comfort.
  • T = Time-Based (Temporizzabile). Definisci le tue attività secondo un piano di programmazione con scadenze precise entro il quale l’obiettivo dovrà essere raggiunto (es.: voglio dimagrire di 6 kg nei prossimi 6 mesi e mi impegno a perdere 1 Kg al mese seguendo la dieta assegnatami dal mio nutrizionista).

PEPSI

Un obiettivo che ha una forte componente emotiva aiuta il nostro cervello a mantenersi focalizzato su ciò che c’è da fare. Per esempio, ti è mai capitato di essere così assorto in quel che fai da dimenticare un appuntamento?

La componente razionale (SMART) ci indica il punto di arrivo ma è la parte emotiva che ci sprona a raggiungerlo anche quando le cose non vanno come avevamo programmato.

Con l’acronimo PEPSI carichiamo di motivazione il nostro obiettivo. Di seguito, il significato di ciascuna lettera.

  • P = Positivo. L’obiettivo va espresso in forma positiva e non con termini di negazione. Devo dire cosa voglio ottenere e NON cosa voglio evitare. Es.: “Voglio fidelizzare i clienti” funziona meglio di “Non voglio perdere clienti”.
  • E = Emozionale. Nel fissare l’obiettivo abbi cura di caricarlo di emozioni che vanno verso il piacere (e non il dolore) di ciò che ci apprestiamo a fare.
  • P = Presente. Occorre usare il tempo presente quando stabiliamo il tuo obiettivo. Devi sentirlo importante oggi e non domani altrimenti rischi di procrastinare.
  • S = Sensoriale. L’obiettivo va percepito a livello dei 5 sensi. Es.: il nuotatore che prepara la gara immaginando il momento del tuffo, il rumore al contatto dell’acqua, l’odore del coloro, la vista del fondo vasca,…
  • I = Immaginativo. E’ utile visualizzare sia il percorso che il risultato finale, come se si trattasse di un film. Riprendendo l’esempio del punto precedente, il nuotatore che immagina la sua gara dal momento del tutto fino al podio.

SOFT

Shoma Morita, psicologo giapponese contemporaneo di Freud, diceva: “Prefiggetevi un obiettivo chiaro, accettate le emozioni e i pensieri che suscita in voi, e poi fate ciò che va fatto” .

La tecnica SOFT serve a non procrastinare l’azione. Dopo aver analizzato gli obiettivi dal punto di vista razionale (SMART) ed emotivo (PEPSI) può capitare di rimanere…fermi.

Fare quello che va fatto è la “scossa” per uscire dalla zona di comfort ed attivarsi per produrre quei risultati che sono nati sotto forma di desideri.

Soft non inconsistenti
  • S = Stop! Non continuare a girare senza senso come un criceto corre sulla ruota; non serve: fermati! I pensieri invalidanti, le azioni senza direzione, non apporteranno miglioramenti nella tua vita. Molla i pesi superflui: calmati, ascoltati (vedi PEPSI), “riallineati” con il tuo scopo e poi…
  • O = Ordina! Affrontare i problemi con gli stessi strumenti non farà cambiare i risultati. Riordinare le idee, fissare priorità, pianificare attività consente di orientare la direzione (vedi SMART), e poi…
  • F = Fai! Solo l’idea, anche se scritta, non ha il potere di cambiare nulla: occorre l’azione. Tendi a rinviare? Hai paura? Capita ma non indugiare troppo. Dagli errori si apprende e solo chi agisce ottiene ciò che desidera e rafforza la sua autostima. E poi…
  • T = Testa! Verifica che quanto fai ti stia portando dove tu vuoi. Diversamente, fermati e rivedi il percorso, scopri se ci sono valide alternative. Quando riprenderai il cammino, la tua meta sarà più chiara ed i tuoi passi… più sicuri.

Conclusioni

Chi vuole intraprendere un cambiamento – personale o professionale – deve comportarsi come il contadino che prima prepara il terreno, poi sceglie cosa seminare, poi semina, cura il raccolto e infine raccoglie i frutti.

Gli step che dovremmo seguire per ottenere i risultati auspicati sono:

  1. parti dal desiderio
  2. individua l’obiettivo che vuoi raggiungere
  3. supera le resistenze (interne ed esterne) ed attivati.

E ricorda…parti dal desiderio ma individua il tuo obiettivo!

Distinguere i fatti dalle opinioni aiuta a creare opportunità

In epoca di post verità, distinguere tra fatto ed opinione appare futile invece è rilevante. L’opinione viene percepita e accettata come vera sulla base di emozioni e sensazioni, senza alcuna analisi della effettiva veridicità dei fatti raccontati.

Le interpretazioni che diamo alla realtà “risentono”  delle convinzioni che abbiamo della stessa. È come se la guardassimo attraverso un paio di lenti che ce la mostrano così come noi abbiamo scelto di vederla. 

 

Che giovamento può apportare alla nostra vita distinguere i fatti dalle opinioni? Prima di rispondere, facciamo un esperimento usando le frasi che seguono e distinguete quale tra loro è un FATTO o un OPINIONE:

  1. Giovanni ha cambiato casa 6 mesi fa ma ad oggi non mi ha ancora invitato a vederla
  2. La chiamerò poi
  3. Secondo me le sono simpatico!

Quando mi hanno proposto questo gioco, ho risposto che le frasi 1 e 2 erano fatti mentre la 3 era un’opinione. E voi, come rispondereste? Prima, ricordiamo brevemente il significato di FATTI ed OPINIONI

I fatti sono avvenimenti, azioni, fenomeni, ciò che si compie o si è compiuto. Sono descrizione di qualcosa che è successo, è un dato oggettivo. La frase “è un dato di fatto” si usa proprio in questo caso. Il fatto è una cosa certa, definita, chiara, condivisa, comprensibile da tutti allo stesso modo. I fatti possono essere VERI o FALSI. Affermare: “Tosca è nata il 28 novembre” ci impegna a fornire le prove di quanto stiamo dicendo (ad esempio, mostrando la carta d’identità).

Le opinioni, al contrario del “dato di fatto”, sono punti di vista personale. Sono influenzate dal mio vissuto. Vengono dal passato, si pronunciano nel presente e aprono o chiudono possibilità per il futuro. Le opinioni sono la formulazione delle nostre credenze, si basano su esperienze e generalizzazioni che sono state fatte posteriormente all’esperienza vissuta. Le opinioni possono essere FONDATE o INFONDATE.

Dopo questo breve excursus, veniamo alle risposte del gioco di cui sopra. Nessuna delle 3 frasi è un fatto!

  1. Giovanni ha cambiato casa 6 mesi fa ma ad oggi non mi ha ancora invitato a vederla.

La linea tra fatto ed opinione è sottile ed il campanello di allarme è l’avverbio di tempo “oggi”. Presuppone l’esistenza di un “tempo giusto” in cui Giovanni avrebbe dovuto chiamarmi e ciò non è reale. Oltretutto, potrebbe anche essere successo che Giovanni mi ha cercato mentre ero via o non letto la sua e-mail; dunque, questa frase è sicuramente una mia opinione.

2. La chiamerò poi.

Questo enunciato è fortemente legato al parlante. Anche qui, l’avverbio di tempo “poi” è un allarme del soggettivismo della frase. Il “poi” è legato ad un tempo preso in considerazione che è del parlante e non di altri.

3. Secondo me le sono simpatico.

Questa frase rappresenta palesemente l’opinione di qualcuno su un’altra persona. La soggettività è introdotta dal “secondo me” che ne svela chiaramente la connotazione.

Quindi, perché è così importante distinguere un FATTO da un’ OPINIONE? Se il mio collega mi ha risposto male ed esco dall’ufficio sbattendo la porta, lo faccio non per il tono o le parole del mio collega bensì perché non mi sono sentito rispettato, ascoltato. Se interpreto che i suoi modi sono condizionati dal fatto che si sta separando dalla moglie… probabilmente uscirò senza sbattere la porta e con maggiore compassione nei suoi confronti. Il fatto non si può cambiare ma l’opinione sì. Sappiamo che le azioni scaturiscono dalle opinioni e non dai fatti: cambiando opinione, cambio azione e se lo faccio apro possibilità per il mio futuro. Ecco perché questa distinzione è da tenere bene a mente prima di agire.

 

 

Vittima o Responsabile? Costi e benefici.

Una delle abitudini più radicate nell’essere umano è vedersi come vittima delle circostanze mai come responsabile. Abbiamo la tendenza a non considerarci parte del problema e a cercare la causa in “altri o altrove” ma non in noi. Cerchiamo il capro espiatorio per scaricare la nostra rabbia, frustrazione, e liberarci dalla tensione fonte di sospetto che, quanto accaduto, sia dipeso anche (o solo) da noi. In questo articolo spiegherò brevemente che beneficio (?) abbiamo da fare le vittime, quali opportunità offre questa distinzione linguistica e perché è bene essere responsabili.

Qual è il vantaggio di cercare nell’altro o altrove la colpa? Perché così facendo evitiamo il giudizio morale che si associa al concetto di colpevolezza; al dichiararci non colpevoli stiamo dicendo che siamo innocenti, che quanto fatto è stato con le migliori intenzioni. Il problema è che tutti tendiamo a fare così con il risultato che, alla fine, il colpevole è sempre un altro. Così facendo appariamo come la vittima di molte delle situazioni che viviamo e tutti convengono che la vittima è l’elemento debole, quello che merita l’attenzione e la simpatia degli altri, quello che suscita compassione e che dovrebbe esser tutelato.

Incontrare colpevoli è facile, fa parte delle capacità di cui siamo forniti per costruire spiegazioni che giustifichino il nostro comportamento. Le giustificazioni hanno molti vantaggi apparenti: riducono la tensione, trovano il colpevole altrove, esimono da responsabilità e ci fanno risparmiare il lavoro di farci una seria analisi di coscienza.

Nonostante ciò, le giustificazioni hanno anche degli inconvenienti che non sempre si colgono nell’immediato perché quando cerchiamo la colpa “nell’altro o altrove” l’azione a cui sovente si ricorre è la lamentela. La parola colpevole richiama il giudizio morale ben sintetizzato dalla dicotomia bene – male che ci rende difficile accettare il nostro coinvolgimento. La parola responsabilità, invece, ha un peso decisamente minore e farci delle domande partendo da una o dall’alta parola (colpevole o  responsabile) cambia molto.

Per capirci meglio, un esempio da una sessione di coaching: Bruna lavorava come avvocato già da 12 anni presso lo studio di Franco, un avvocato civilista molto appassionato del suo lavoro. Bruna apprezzava la gestione di Franco che le lasciava tempo per la famiglia ma restava poco convinta della sua professione: lavorava part-time, non amava andare in aula e di fatto svolgeva un compito di segretaria. Con il tempo, il rapporto tra i due si era deteriorato; Franco era percepito da Bruna sempre meno una persona di famiglia e sempre più come un capo distante, freddo, poco comunicativo.

Era convinta che ciò fosse dovuto all’ingresso di un nuovo membro nello staff, un giovane avvocato appassionato e volenteroso di mettersi alla prova che, nel giro di un semestre, era divenuto il collaboratore di fiducia di Franco. Lamentava sempre più spesso, con amici e colleghi, una distanza tra lei ed il suo capo e l’unica spiegazione che si dava era la presenza  del nuovo collega.

Nell’invitare Bruna a cercare un altra spiegazione al comportamento di Franco, la risposta iniziale fu che non ve ne era. Poi, riflettendo, pensò che Franco potesse avere le risposte e a lei sarebbe stato sufficiente avere un incontro. La posizione iniziale di Bruna era di vittima innocente ma, parlando con Franco, era emerso il suo contribuito al deterioramento della relazione avendo rifiutato con forza di crescere come avvocato, assumendo nuove responsabilità (ricordate, non amava andare in aula).

La conversazione fu utile per entrambi: Franco capì che le sue aspettative erano andate disattese ma non si era mai premurato di farle delle richieste chiare; invece Bruna fu consapevole che la sua “scarsa passione”avevano condizionato le sue prestazioni commettendo errori che avevano pregiudicato il lavoro dello studio. Bruna non solo fu consapevole delle sue responsabilità ma riflettette su qualcosa che aveva rimandato da tempo: cambiare professione, fonte di ansia e frustrazione.

Quali opportunità offre questa distinzione linguistica? Ci aiuta a vedere le cose da due punti di vista diversi: quella della VITTIMA e del RESPONSABILE. Nel caso del punto di vista della vittima, entrambi le parti si sentiranno innocenti e riterranno l’altro/a il colpevole. Se invece la vediamo dal punto di vista dell’assunzione di responsabilità, allora entrambi potranno ammettere di aver contribuito al deterioramento della relazione (Franco aveva aspettative che non ha mai esplicitato, Bruna non voleva fare l’avvocato ma non si decideva a cambiare lavoro). E’ bene chiarire che quando parliamo di responsabilità non siamo interessati a “colpevolizzare” qualcuno. Quello che veramente ci interessa è se siamo in grado di guardare le cose da un altro punto di vista perché allora incontreremo nuove possibilità di azione che prima non vedevamo.

E questo ci introduce al perché è bene essere responsabili. Per agire è necessario essere responsabili. Responsabilità vuol dire abilità a rispondere. Se ciò che mi succede è causato da altri o altro, le mie possibilità di azione sono limitate o nulle. La trappola è che attribuendo la causa “al di fuori di noi” finiamo per ridurre o annullare qualunque possibilità di intervenire e risolvere il problema.Quando qualcuno si colloca nella posizione di vittima, si situa in un posto in cui non è responsabile, gli consente di giustificarsi con frasi del tipo: “non posso fare niente per cambiare”. La posizione di vittima è inefficace, non consente di intraprendere azioni che cambino in meglio la nostra vita. Questo modo di percepire la realtà toglie POTERE alla persona perché ne limita le possibilità di azione; al contrario, farsi carico del problema la aiuta a trovare soluzioni e a rendersene responsabile.

Sogno o Visione?

Tra il sogno e la visione c’è di mezzo l’azione. Potrebbe sembrare uno slogan, e forse lo è, di certo sogno e visione non sono sinonimi e il diverso significato che attribuiamo loro produce effetti molto diversi nella nostra vita. Allo stesso tempo,  sembra esserci una complementarietà tra i due termini. Il sogno è una meta senza percorso, attore e pianificazione. La visione ha un cammino, almeno un  protagonista ed un piano d’azione “sostenuto” da un sogno.

Molti conoscono il detto “Sognare non costa niente!”, meno sono quelli che comprendono che sognare non è sufficiente affinché si producano dei cambiamenti nella nostra vita. La visione è importante per la capacità di farci entrare in azione una volta che ci “compromettiamo” con ciò che desideriamo. L’idea che il sogno sia sufficiente a generare un qualche beneficio nella nostra vita è la trappola in cui cadono alcune persone. Altre, sebbene coscienti di fare i “sognatori professionisti” , indugiano in questo stato perché impegnarsi a fare qualcosa di nuovo sarebbe troppo impegnativo,  “scomodo”. Pochi osano, si danno una visione ed ottengono ciò a cui aspirano.

Quando sogniamo, fantastichiamo su come potrebbe essere la nostra vita al verificarsi di un certo evento o situazione. Sognare è sicuramente piacevole, potrebbe essere utile ma è inconcludente se non seguono azioni per il raggiungimento di quello che desideriamo. Il sogno non comporta impegno: ci risparmia i costi ma non da nemmeno benefici.

Le distinzioni linguistiche sono utili  perché consentono di ampliare lo sguardo sulla realtà e modificare l’azione. Quanto qui si propone è la distinzione tra sogno e visione, ove quest’ultima è innescata da un’idea ma seguita da un’azione volta a renderla realtà, a concretizzarla. A questo punto potremmo chiederci: “come sapere se quello che sentiamo è un sogno o una visione?” La visione c’è quando sentiamo la spinta a fare qualcosa e ci mettiamo all’opera per conseguirla.

I sogni senza visione hanno un comune denominatore: ciò che sarebbe potuto essere e non è stato. Il sognatore si da molte giustificazioni per non agire ed il suo sogno rimane nell’etere. Dice a se stesso che non è responsabile e che la mancata realizzazione va ricercata altrove: nelle circostanze sfavorevoli, nella crisi economica, nel capo ufficio che lo ha in antipatia… e avanti di questo passo. La visione implica mettersi in gioco ed agire coerentemente, anche quando i costi per uscire dalla zona di comfort possono essere importanti.

Ogni vota che ci giustifichiamo per quanto non abbiamo fatto, ci stiamo dando una scusa per non impegnarci: “mi sarebbe piaciuto lavorare all’estero ma non conosco le lingue”; “ero bravo a disegnare ed avrei voluto fare l’Accademia delle Belle Arti… ma poi di che vivevo?”; “se fossi magra avrei una vita sociale più ricca”; “non amo il mio lavoro ma c’è crisi, quindi inutile cercare”. Queste riflessioni sono le premesse dell’insuccesso, ossia del non far accadere ciò che desideriamo, sogniamo. Convinciamo noi stessi che non vale la pena darsi da fare, che non cambierà nulla comunque, viviamo nella lamentela continua perché non abbiamo ciò che vorremmo ma non ci fermiamo a riflettere che è la nostra attitudine a far venire meno qualsiasi possibilità.

Quando non sappiamo distinguere tra sogno e visione è facile che avremo più difficoltà a costruirci una vita coerente con le nostre aspirazioni. Ci guarderemo intorno e quando vedremo altri aver realizzato i propri sogni li invidieremo e/o attribuiremo il loro successo alla fortuna senza tener conto del loro coraggio ed impegno.

L’utilità di questa distinzione linguistica (sogno / visione) è che aiuta il coachee (cliente) a prendere coscienza di ciò che vuole, individuare gli ostacoli da superare, disegnare un piano d’azione e porlo in essere per raggiungere i suoi obiettivi. In un siffatto contesto, le domande che ci si pone sono: “quali sono i miei obiettivi?”; “quali costi sono disposto a sostenere e quali benefici conseguirò?”; “che valori sono importanti per me?”

Sappiamo che la vita pone ostacoli, talvolta difficili, da superare che possono farci rinunciare a quello che desideriamo. Nonostante ciò, è frequente riscontrare nelle sessioni di coaching che la rinuncia è dovuta più ai limiti che ci poniamo che non agli ostacoli che incontriamo.

Concludo con una riflessione apparentemente contraddittoria. Credo che la cosa importante non sia tanto raggiungere la meta, l’obiettivo bensì il cammino che percorriamo ed il modo in cui lo viviamo per andare verso ciò che desideriamo. La visione è utile perché ci da una direzione, ciò non toglie che lungo il percorso possiamo fare “nuove conoscenze” che arricchiscano il nostro punto di vista e modifichino, o finanche cambino, la nostra visione iniziale. Nulla di preoccupante: nel tempo i bisogni e le priorità si possono modificare e comunque continuare a contribuire ad ottimizzare la nostra performance per crearci una vita piena di soddisfazioni. La visione è al nostro servizio, è il sentiero che ci conduce fuori dalla nostra zona di comfort e ci apre a nuovi apprendimenti al fine di condurre una vita coerente con i nostri sogni.

 

Il potere delle distinzioni linguistiche

Perché la distinzione linguistica è potente? Perché amplia le possibilità di scelta dell’osservatore offrendogli l’opportunità di agire in modo diverso per raggiungere i suoi obiettivi.

Il titolo suggerisce un’idea che può essere percepita come provocatoria ma ha un fondo di verità: il linguaggio non è “innocente”. Le parole che utilizziamo racchiudono un’enorme forza che possiamo utilizzare a nostro pro o contro. Il “come” conversiamo (con noi stessi e con gli altri) condiziona i risultati che otteniamo. Dal mattino alla sera, passiamo molto tempo a conversare e questo indipendentemente dall’età e dal lavoro. Visto ciò, ci sembra – oltre che interessante – utile porre attenzione, cura, al “cosa e come” conversiamo affinché acquisiamo abitudini volte a massimizzare il nostro potenziale.

La distinzione linguistica è potente perché offre l’opportunità di dare, a cose e situazioni, nomi diversi. E’ un vantaggio che ci interessa molto perché quando distinguiamo apprendiamo qualcosa di nuovo che amplia il nostro punto di vista tanto da farci agire in altro modo.

Un esempio utile in tal senso ci viene dalla scienza. Oggi siamo in grado di distinguere cellula, molecola, atomo grazie ad una strumentazione che ci ha permesso di osservare una parte della realtà che è sempre stata sotto i nostri occhi però non potevamo vederla. Nel mondo del lavoro non è diverso. In ogni ambito si è affermato un linguaggio che distingue per essere maggiormente efficaci. Ad esempio, un avvocato distingue tra dolo e colpa, un progettista sociale tra obiettivo/ generale/i e specifico e così via.

Un secondo aspetto da sottolineare, è che solo siamo capaci di osservare quello che possiamo distinguere linguisticamente. Detto in altro modo, non possiamo distinguere ciò che non conosciamo.Una persona degli inizi del secolo scorso, posta di fronte ad un computer portatile probabilmente sarebbe in grado di descriverlo come oggetto composto di differente materiale (metallo, plastica, cristalli,…) ma mancherebbe delle distinzioni necessarie per nominarlo e ancor meno per farlo funzionare.

Il coaching aiuta le persone ad ampliare il proprio punto di vista, a cercare nuove forme per osservare la realtà per incontrare nuove opzioni che prima non si vedevano. Per questo utilizziamo le distinzioni come strumenti. Lavoriamo con parole che le persone utilizzano abitualmente con una determinata interpretazione e la recuperiamo per  darle una nuova visione, una nuova sfumatura che favorisce la riflessione, il cambio di prospettiva ed infine l’azione.

Le distinzioni non sono qualcosa di statico. L’importante non è l’interpretazione che diamo alla parola bensì le nuove possibilità che ci offrono; ad esempio: agire in modo diverso rispetto al passato e scoprire che questo ci conviene.

Prima di concludere, alcune precisazioni: 1. differenza tra conoscere e distinguere; 2. correlazione tra osservatore e distinzione.

  1. Chi conosce qualcosa può intenderlo razionalmente e comunque viverlo come qualcosa di estraneo a sé. Ad esempio, molti di noi conoscono  che la qualità del vino dipende da un lavoro costante, scelte ben definite, qualità del terreno ma anche da fattori indipendenti dalla volontà dell’uomo come il clima. Tuttavia, solo i più esperti sono capaci di distinguere, attraverso la degustazione, il profumo e l’aroma dei vini così come le annate.
  2. In secondo luogo, chi distingue è sempre un osservatore “parziale” che vede il mondo con le proprie lenti frutto di esperienze e credenze. E’ impossibile separare l’oggetto dall’osservatore: la distinzione risente della “lente” (più o meno a fuoco) con cui si guarda l’oggetto. Se la percezione della realtà è soggettiva, allora dobbiamo accettare la possibilità che esistano tante interpretazioni quanti sono gli osservatori e che tutte siano legittime.

Tutti possono beneficare dell’apprendimento di nuove abilità a conversare. Nel lavoro come nelle relazioni personali, lo sviluppo di questa abilità facilita chiarezza di idee, una migliore comunicazione, una qualità della vita superiore.

 

PRESSIONE versus SFIDA

Ritenere che lo stress sia causato da agenti esterni a noi è limitante oltre che fuorviante. Si rischia di rimanere impaludati in questo stato e di venirne fuori – forse – a fatica. Cosa fare? IN primo luogo, considerare la nostra responsabilità nella creazione dello stress, ed esser più consapevoli delle parole con cui ci approcciamo alla vita. Tra queste, pressione e sfida.

Un buon esempio di “pressione” e dipendenza dallo stress e l’espeirenza fatta con un mio coachee mesi fa Questi, grazie all’interessamento di amici, prese con poca convinzione un appuntamento per una sessione di prova. Dal colloquio era emerso che soffriva di alcuni sintomi (mal di testa, dolori addominali,…) ma che dagli esami fatti il medico non trovava nullo di anomalo. La cosa in parte lo rassicurava ma dall’altra lo gettava nello sconforto perché incapace di individuare l’origine di questi disturbi che stavano progressivamente mettendo a dura prova la sua vita. Non essendo compito di un coach trattare problematiche mediche, esplorammo altri campi che potevano essere all’origine del disturbo e della conseguente scarsa qualità della vita, professionale e privata. Come molti professionisti, il coachee considerava lo stress come “corredo obbligatorio” del perfetto consulente. Le molte ore trascorse a cercare e soddisfare i clienti era impegnativo e comportava alti e bassi. La resistenza del coachee a lasciar andare lo stress era tale da metter in secondo piano gli effetti deleteri che questo, nel tempo, avrebbe potuto avere sulla sua salute prima ancora che sulla propria performance.Con il tempo, il coachee si è convinse che lo stress non era un corredo indispensabile, che si poteva dire anche di no,  divenne più aperto all’apprendimento facendo proprie alcune distinzioni linguistiche come “esigenza ed eccellenza”  o “pressione e sfida” e comprovò che ci donano maggior consapevolezza (chi sono, cosa voglio veramente, dove voglio andare,…).

La credenza secondo cui essere “adrenalinici” è sinonimo di chi si impegna a lavoro è una narrazione che ancora fa proseliti ma non per questo smette di generare problemi. Il corpo umano non è programmato per sopportare a lungo lo stress. Questo è un meccanismo naturale, la risposta fisiologica in situazione in cui viene messa in discussione la nostra sopravvivenza. Quando lo stress è attivato crea uno squilibrio chimico che se non viene ripristinato compromette il benessere dell’individuo.

Che differente approccio alla vita implica l’uso di parole come pressione e sfida? Quando sento di avere una sfida da affrontare che accetto come un compito che voglio svolgere al meglio, di solito non sono stressato, eppure sono all’altezza della situazione: sono lucido ed ho accesso alle mie capacità. La pressione, sebbene sia percepita dentro di noi, sembra qualcosa che ci schiaccia dall’esterno. Essere esigenti con noi stessi per rispondere alle aspettative altrui ha sostituito la nostra motivazione all’eccellenza. Con la pressione arriva la paura di fallire. Accettando la sfida arriva la concentrazione, la lucidità e la capacità di ricorrere al proprio meglio.Entrambi ci mettono in uno stato di attenzione ma una sfida accettata, sebbene non esente da “spigolosità”, non inficia come lo stress sul nostro benessere.